lettera aperta a …

Gentile Matteo Renzi,
ho potuto apprendere che nelle prossime ore sarà eletto nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri.

Sono fiero di lei, anzi, mi stavo giusto domandando se nelle ultime 12 ore si fossero svolte le elezioni nazionali?

Sa perché le scrivo questo, per il semplice fatto che fino ad oggi ero convinto che in Italia il Presidente del Consiglio venisse scelto dal Popolo e non dal Presidente Della Repubblica.

Sa perché le scrivo questo, per il semplice fatto che fino ad oggi, ero convinto che l’Italia fosse una Repubblica Democratica e non una Monarchia Costituzionale con a capo “Re Giorgio I”.

Vede, Presidente Renzi, io non ho nulla contro di lei, anzi, ho apprezzato molti dei suoi numerosi interventi propagandistici, interventi nei quali affermava che l’Italia necessitava di riforme urgenti sul lavoro e sull’occupazione giovanile, ma soprattutto di un rinnovamento delle vecchie poltrone della politica.

Beh, lei di occupazione e di poltrone ne sa qualcosa: é attualmente Segretario del PD, Sindaco di Firenze e Presidente del Consiglio… “Tre occupazioni per tre maxi-stipendi”.

Debbo dire molto coerente sia con la storia dell’occupazione e con quella delle poltrone.

Gentile Matteo Renzi, prima di diventare Premier avrebbe dovuto non solo studiare la nostra Costituzione, ma capirla e comprenderla in ogni sua forma.

Sa perché le dico questo, per il semplice fatto che in Italia, la sovranità appartiene al popolo, “almeno così recita la nostra Costituzione”, e il Popolo, essendo Sovrano, ha il potere di scegliere il Proprio Presidente tramite una votazione popolare e non tramite la simpatia di un Presidente Della Repubblica tra l’altro illegittimo.

Si ricordi che nelle dittature comanda un pazzo, mentre nelle democrazie un intero manicomio.

Andrea Mavilla.

http://www.andreamavilla.com/2014/02/14/lettera-aperta-al-nuovo-presidente-del-consiglio-illegittimo-matteo-renzi/

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”
In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla seconda massiva operazione di mistificazione della realtà. Ancora una volta , con mezzi ben più sofisticati e subdoli rispetto a 60 anni fa, si persuade l’intera popolazione tarantina che la grande industria sia l’unica possibilità per una immediata svolta epocale.. Servendosi di ogni mezzo di comunicazione, sciorinando cifre iperboliche, si proclamano e sbandierano vittorie per battaglie mai cominciate e delle quali ben altri sono i protagonisti. Si sfrutta il mandato di rappresentanza della propria città soltanto per ridicolizzare agli occhi di un intero Parlamento il ruolo dei veri autori dell’attenzione di cui in questo momento , anche se con deludenti risultati, è oggetto il nostro territorio. Hanno persino ripreso fiato personaggi, che farebbero bene a tacere almeno fino a quando sarà dissipato ogni minimo dubbio sulla loro (usando un eufemismo) accondiscendenza nei confronti dell’ILVA. Est modus in rebus, dicevano i nostri avi, ma da tempo i nostri eroi hanno abbandonato stile e misura nelle loro esternazioni. Noi per primi vorremmo credere a questi proclami ma la realtà è ben diversa. L’’ambientalizzazione con i soldi della famiglia Riva è una chimera sia per la sua già sin da ora dichiarata insostenibilità economica e finanziaria sia per ragioni di mercato attualmente e, probabilmente nel prossimo futuro , in fase negativa.
Allora perché chiamarci uccelli di malaugurio se esprimiamo dei ragionevoli dubbi sulla solvibilità della famiglia Riva e sull’utilità di risanare un impianto non competitivo in quanto vecchio ed obsoleto e chiediamo invece alternative di sviluppo economico? Perché chiamarci Cassandre se reclamiamo infrastrutture e collegamenti per far sì che anche Taranto goda degli effetti del trend positivo di cui tutta la Puglia sta beneficiando? Dov’è il nostro cinismo se intravvediamo nella promozione culturale di questo territorio dal glorioso passato e nella salvaguardia del nostro mar Piccolo e delle millenarie attività ad esso connesse l’unica vera via per uscire da questo degrado e da questa crisi?Siamo disfattisti se pensiamo che il progetto Tempa Rossa o il parco eolico nel Mar Grande peggioreranno una situazione ambientale già altamente compromessa? Le spariamo grosse se pretendiamo un risarcimento per i mitilicoltori,allevatori di bestiame, agricoltori che hanno perso il proprio lavoro e con esso la propria dignità? E ancora più grosse le spariamo se studi dell’Istituto Superiore della Sanità evidenziano un eccesso di mortalità a Taranto e per questo ci interroghiamo sulla effettiva utilità di ulteriori screening sanitari?
Noi del Movimento Civico “TARANTO RESPIRA” chiediamo allora ai politici tarantini di usare il loro tempo e il loro ruolo come rappresentanti di tutto il territorio ,abbandonando supponenza e arroganza , perché la nostra città ha urgentemente bisogno di una politica basata su proposte concrete ed economicamente utili, non certo di campagne mediatiche , studiate a tavolino e dal forte sapore preelettorale.
Vittoria Orlando
Movimento civico “Taranto Respira”

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

 

 
Centosettantaquattro morti «riconducibili» alle emissioni dell’acciaieria Ilva di Taranto. Sono questi i numeri forniti nelle perizie che hanno portato il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto al sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria più grande d’Europa. I tre consulenti, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, che hanno realizzato le perizie scientifiche, scrivono: «L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte».

La concentrazione delle sostanze tossiche è maggiore nei quartieri Tamburi e Borgo, quelli più vicini alle ciminiere, dove la  mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. Nell’area di Taranto, è scritto nel decreto di sequestro, «si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio». E nel caso dei tumori polmonari «si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico». La categoria maggiormente a rischio sarebbe quella «rappresentata dai bambini». Le sostanze inquinanti causano, secondo quanto scritto nelle perizie, «effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza».

Ma quali sono i veleni di Taranto? Eccoli, uno per uno.

Metalli pesanti
Come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto, nell’aria della città pugliese è stata rilevata la presenza di «composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro e ossidi di ferro (materia prima essenziale nei processi siderurgici)», oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico. La presenza dei metalli si rileva soprattutto nelle aree adiacenti il parco minerale, dove sono state individuate anche tracce di piombo, vanadio, nichel e cromo. La composizione di questi metalli, scrivono i magistrati, si può riscontrare «nelle varie frazioni granulometriche, dalla più grossolana (imbrattante) a quella più fine (nociva)». Si tratta sia di metalli dispersi nell’aria, sia depositati sulle pareti dei palazzi dei quartieri Tamburo o Borgo e sull’asfalto.

Tra i metalli di cui sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia, ci sono molibdeno, nichel, piombo, rame, selenio, vanadio, zinco e platino. Tutti elementi che «possono innescare infiammazioni, effetti cardiovascolari, renali» e che «causano danni al Dna e alterano la permeabilità cellulare inducendo la produzione di specie reattive dell’ossigeno nei tessuti». Con l’esposizione ai metalli pesanti sono state messe in relazione anche malattie neurologiche e renali. In particolare, il manganese è stato associato alle malattie neurologiche, mentre cadmio, piombo e cromo alle patologie renali.

Secondo uno studio presentato a Oxford, sarebbe stata certificata anche «la presenza di piombo nelle urine dei tarantini». Su 141 soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne), il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non esposta, in un intervallo che va da 0,5 a 3,5 microgrammi per litro.

Le polveri contenenti i metalli sono risultate superiori di 25,1 volte al valore minimo(1mg/Nm3) e 1,7 volte al valore massimo (15 mg/ Nm3). Ecco i metalli per i quali sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia di rilevabilità strumentale:

PM10 e PM2,5 (Particulate Matter o materia particolata)
La materia particolata è una miscela di elementi metallici e composti chimici organici e inorganici dotati di differente tossicità per l’uomo. Il 10 o il 2,5 dopo l’acronimo Pm identificano il diametro delle particelle, 10 o 2,5 millesimi di millimetro. Nelle perizie la materia particola viene definita come «inquinante tossico di per sé». L’effetto dannoso dipende dalla composizione del Pm. La soglia massima prevista è di 20 millesimi di grammo di Pm10 per metro cubo. Ma, come scritto nelle perizie, attorno alla scuola elementare Grazia Deledda, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Ilva, i livelli di Pm10 superano anche «la soglia di 50 millesimi di grammo per metro cubo».

La nocività delle polveri sottili dipende dalle dimensioni delle particelle e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Le particelle più grosse vengono filtrate dal naso e dalle prime vie respiratorie, mentre le particelle più piccole possono raggiungere i bronchioli terminali e gli alveoli. Depositandosi quindi nei polmoni.

Nella sola area attorno alla cokeria, l’emissione delle polveri registrata sarebbe di 267 grammi per ogni tonnellata di coke, superiore di 17 volte rispetto al valore minimo (15,7 grammi per tonnellata di coke). Ma le concentrazioni nmon sarebbero rilevanti di per sé. È la presenza della materia particolata a causare danni. I risultati dell’analisi mostrano infatti che «per ogni incremento di 10 μg/m3 del Pm10 si osserva un aumento della mortalità pari allo 0.6% e le stime sono simili o più elevate per la mortalità cardiovascolare e respiratoria».

Nelle perizie viene documentato infatti un «aumentato rischio di morte per cause cardiovascolari e respiratorie e per cancro polmonare parallelo all’esposizione nel corso della vita alla componente particolata dell’inquinamento atmosferico». A essere colpiti sono soprattutto i bambini, esposti all’«insorgenza di asma e allergie». Altri studi suggeriscono anche che «l’esposizione al particolato, specie quello ultrafine, può avere un impatto sul cervello e può portare al deterioramento cognitivo e demenza di Alzheimer».

Tra le altre conseguenze, ci sono sia effetti acuti che cronici. Tra i primi, l’aggravamento dei sintomi respiratori e cardiaci in soggetti malati, le infezioni respiratorie acute, crisi di asma bronchiale, disturbi circolatori e ischemici, fino alla morte. Gli effetti cronici sono di tipo respiratorio e cardiovascolare e si presentano come conseguenza di una esposizione di lungo periodo e comprendono sintomi respiratori cronici quali tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, aumento della patologia cardiocircolatoria con aumento della pressione arteriosa, aumento nella frequenza di malattie ischemiche (esempio, angina pectoris) e cerebrovascolari (esempio, attacco ischemico transitorio) con la comparsa di vari eventi acuti coronarici (infarto del miocardio, angina instabile) e cerebrovascolari (ictus).

Il numero di decessi e malattie riconducibili all’eccessiva presenza di Pm10 è elevato: «Per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per
anno). L’esposizione a Pm10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali».

 

Gas (NO2, SO2)
Attraverso le “torce” dell’acciaieria, si legge nelle perizie, l’impianto avrebbe smaltito «abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi». Le sostanze inquinanti aerodisperse con un impatto negativo «rilevante» sulla salute dell’uomo, e in modo specifico sull’apparato respiratorio raggiunto per via inalatoria, sono gli ossidi di zolfo, in particolare SO2, e gli ossidi di azoto, in particolare NO2. A questi si aggiungono l’ossido di carbonio, gli idrocarburi aromatici policiclici e il particolare totale sospeso.

L’esposizione al diossido di azoto, NO2, nell’area di residenza è associata a sintomi di bronchite anche negli adulti. Il composto è un forte irritante delle vie polmonari: provoca tosse acuta, dolori al torace, convulsione e insufficienza respiratoria. I danni ai polmoni si possono manifestare anche molti mesi dopo l’esposizione. Il diossido di zolfo, SO2, o anidride solforosa, è un gas irritante per gli occhi e per il tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare e una prolungata esposizione può portare anche alla morte.

Ecco le percentuali rilevate a Taranto: 

 

Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)
Sono un gruppo di composti chimici simili per struttura, formati da più anelli aromatici condensati in una struttura piana. Tra i più tossici: antracene, acenaftene, benzo(a)pirene, benzo(j)fluorantene, fenantrene, crisene. Vengono prodotti dai processi di combustione di sostanze organiche quali carbone, petrolio e suoi derivati, inceneritore di rifiuti e impianti industriali. Possono essere presenti nell’aria in fase gassosa ma possono anche aderire al particolato atmosferico e venire trasportati dalle correnti d’aria anche a grandi distanze e veicolati in casa da abiti e scarpe. Vengono assorbiti per via inalatoria sia in fase gassosa sia come particolato ma anche attraverso la pelle. Dopo l’assorbimento vengono rapidamente distribuiti a livello epatico, intestinale, polmonare e nel tessuto adiposo e mammario nonché a livello surrenalico e delle gonadi. Sono in grado di oltrepassare la placenta in seguito a esposizione inalatoria, cutanea e orale.

L’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici può causare il cancro alla pelle e al polmone. Il benzo(a)pirene, in particolare, risulta tra i cancerogeni certi, classificato come «cancerogeno per l’uomo» mentre gli altri Ipa sono considerati possibili cancerogeni. Queste sostanze possono interferire con il sistema immunitario, causare un aumento di asma e rinite allergica.

 

 

Benzene
È un idrocarburo aromatico monociclico a sei atomi di carbonio. Si genera da processi di combustione incompleta di composti ricchi di carbonio. Questi processi possono essere naturali o causati dall’uomo (produzione di carbon coke nell’industria dell’acciaio, processi di distillazione del petrolio e del carbon fossile). L’assorbimento del benzene avviene quasi esclusivamente attraverso le vie respiratorie e gli effetti sull’organismo umano variano a seconda della quantità e del tempo di esposizione: brevi esposizioni di 5-10 minuti a livelli molto alti di benzene nell’aria (10000-20000 ppm) possono condurre alla morte; livelli di concentrazione più bassi (700-3000 ppm) invece causano giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori, confusione e perdita di coscienza. Il benzene inoltre causa irritazione di pelle e mucose (oculare e respiratoria in particolare). Gli effetti tossici sono dovuti a esposizioni croniche, ambientali o professionali per tempi molto lunghi e a basse concentrazioni.

Il benzene rientra tra le sostanza cancerogene certe, grazie a evidenze scientifiche che ne dimostrano l’associazione, in seguito a esposizione professionale, con leucemie acute non linfoidi, e in particolare leucemia mieloide acuta (alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è, infatti, riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia). Sono in corso di accertamento numerose associazioni con altri tipi di tumori. L’effetto cancerogeno è dovuto alla sua capacità di inserirsi all’interno della catena del Dna, modificandone la struttura e di conseguenza i “comandi” cellulari, come la sintesi di proteine e la riproduzione cellulare incontrollata.

 

Diossine

Sono una classe di composti organici eterociclici. Comprendono un gruppo di 210 composti aromatici clorurati classificabili in due grandi famiglie: le PoliCloroDibenzoDiossine (Pcdd) e i PoliCloroDibenzoFurani (Pcdf), che hanno struttura chimica, azione biologica e proprietà fisiche simili. Rientrano in questa classe anche i PoliCloroBifenili, Pcb, o diossina-simili (o Pcb-dl dioxine like) per le proprietà tossicologiche comuni.

Sono il sottoprodotto di processi chimici e di combustione di materiali contenenti cloro in difetto di ossigeno, a temperature inferiori a 800 gradi. Una volte immesse nell’atmosfera possono essere trasportate anche a grandi distanze, depositandosi su suolo, acque e nei sedimenti, e rimanendo lì per decenni. Il pericolo maggiore è la possibilità di entrare nella catena alimentare. Gli animali, nutrendosi di vegetazione contaminata, tendono a concentrare la diossina nel grasso, nelle loro carni e nel latte. Si noti anche l’importante eccesso di tumori dei tessuti molli osservato nella valutazione dell’esposizione a diossine. Per queste associazioni tra lavoro in siderurgia e comparsa di tumori esiste una vasta evidenza scientifica.

Nello stabilimento dell’Ilva il punto di maggior emissione di diossine è il camino E312 dell’agglomerato, il più alto – 220 metri – dei camini dell’Ilva (e tra i più alti tra quelli utilizzati in altri grandi sinterizzatori europei, in genere di altezza uguale o inferiore a 150 metri). La portata del camino è di circa 3 milioni di metri cubi per ora. La soglia massima consentita per la somma di Pcdd e Pcdf è di 0,4 nanogrammi TEQ su metro cubo (ng TEQ/Nm3).

Le diossine sono tra le sostanze cancerogene del gruppo 1, quelle con provata attività tumorale. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. Oltre a questo, le diossine hanno un effetto negativo su sistema immunitario, fegato e cute, e un’azione mutagena ed embriotossica. Le manifestazioni acute da diossine comprendono la cloracne, l’endometriosi, l’infertilità maschile, la disregolazione del sistema immunitario, le alterazioni nervose e comportamentali e le interferenze endocrine.

«Le analisi e i monitoraggi condotti nel corso dell’indagine alle emissioni dell’Area
agglomerazione e in particolare all’emissione denominata E312 “agglomerazione Agl2” hanno
evidenziato valori di inquinanti Pcdd/Pcdf al di sotto dei valori limite previsti», si legge. Ma qualsiasi siano le quantità di diossine riscontrate dai campionamenti, non ha senso parlare di «limiti alti, bassi o medi. La diossina comunque non dovrebbe esserci trattandosi di sostanza gravemente dannosa per la salute
umana, animale e vegetale». Questa quantità dovrebbe essere zero. «Più ci si discosta da questo valore, più aumentano le probabilità che un certo numero di individui possano morire. Con l’aumentare della quantità non aumenta la tossicità, ma il numero di morti».

Amianto

È un minerale con struttura fibrosa, molto comune in natura. In passato è stato usato in grandi quantità nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti, per il basso costo di lavorazione e la resistenza al calore e al fuoco (nome commerciale Eternit). La legge n.257 del marzo 1992 ne vieta l’utilizzo in Italia, a causa della pericolosità per la salute pubblica dovuta alla natura fibrosa del minerale. Il rischio principale legato all’amianto è dovuto alla dispersione delle fibre in aria e nel suolo, a causa di una ridotta compattezza dei manufatti in amianto dovuta sia all’usura del tempo (alcuni decenni) o degli agenti atmosferici, sia al danneggiamento a opera dell’uomo. Anche a bassissime concentrazioni, la fibra d’amianto può provocare patologie, prevalentemente dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma).

Se inalato è molto pericoloso perché le sue fibre si dividono longitudinalmente e mantengono una forma ad “aghi” anche alle dimensioni ridotte di alcuni centesimi di micron. Una volta nel sistema respiratorio, le fibre si concentrano nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura, e proprio come una lamina appuntita possono “trafiggere” le mucose provocando danni irreversibili ai tessuti. Possono disperdersi anche a notevole distanza dal luogo di origine.

I maggiori livelli di rischio si sono riscontrati negli ambienti di lavoro dove l’amianto veniva manipolato (produzione di cemento-amianto, spruzzatura di edifici o di mezzi di trasporto come i treni e le navi, produzione di tessuti, ecc.) e negli ambienti di vita dove è presente amianto spruzzato in cattivo stato di conservazione.

Gli effetti nocivi che si manifestano in seguito all’inalazione di amianto sono dovuti all’instaurazione di meccanismi irritativi, degenerativi e cancerogeni. Tutti i tipi di amianto sono classificati tra gli agenti cancerogeni umani certi (Gruppo 1). Oltre che per la pleura, le neoplasie possono riguardare il polmone, la laringe, il peritoneo, il pericardio e il testicolo e, seppur con evidenza limitata, l’ovaio, il colon-retto, lo stomaco e la faringe.

Taranto, famiglie senza dimora

 

di Angelo Di Leo

panoramica taNuri viene dal Ciad e non sa quando è nato.
Il rumeno, piuttosto brillo, chiede di sua «moglie» e pretende una medicina contro il mal di schiena.
Ciccio (nome di fantasia) sta facendo i compiti. Sua madre sta piegando la roba pulita. Suo padre è tornato dalla quotidiana ricerca di un posto di lavoro mentre la sorella, la piccola di una casa che non c’è, passeggia nel corridoio e sorride guardando i volontari.
«Senza fissa dimora», oggi, significa tanto: ragazzi africani che fuggono dalla guerra civile, uomini e donne in balìa del destino, famiglie italiane travolte dalla crisi.
Al centro della Salinella, alle spalle della chiesa di quartiere, a due passi dal Cep, i ragazzi dell’Abfo fanno quello che possono.
E fanno tanto, tantissimo.
Più di cento volontari, a turno, quando possibile, nelle ore di buco, quando gli altri si incontrano al bar, sono là – alla Codignola – per dare una mano alla famiglia Occhinegro.
Tre sorelle ed un fratello, un cognome stimato, tanta passione per gli altri e una fiducia nel prossimo che commuove e diventa esemplare.
Al centro della Salinella, dove accade che una signora possa portare una pentola di sugo “appena fatto”, che il proprietario di un bar spedisca decine di cornetti e che giovani svegli si diano da fare dentro e fuori la sede, ogni sera avviene un miracolo: l’integrazione che passa dalla necessità, il bisogno che si ritrova sotto lo stesso tetto e conquista gli spazi possibili. Uomini e donne che dividono povertà e spartiscono speranze.
«Chi è il capo qua?».
Il rumeno ha lo sguardo severo ma i ragazzi dell’Abfo non si scompongono. Anzi.
Chiede di una «moglie» improbabile, già ospite del centro accoglienza. La donna si affaccia nella saletta d’aspetto, lo guarda e commenta… «ma che marito… lasciamo perdere…!».
Storie disperate di strada, abbandoni e lacrime cristallizzate nelle pupille, facce stravolte dal nulla perpetuo e strisciante.
Il rumeno insiste, vuole soldi o medicine. I volontari non mollano e chiamano la Questura.
«Niente di che – commenteranno – cose all’ordine del giorno».
Ciccio, intanto, studia.
La mattina va a scuola, il pomeriggio vive in un ipermercato in attesa che Abfo apra il centro alle 20.
Come Ciccio, l’intera famiglia vaga di giorno e rientra di sera, ospite dei volontari in attesa che i genitori ritrovino un lavoro.
La casa, ovviamente, verrebbe da sè.
É la nuova frontiera della povertà, varca il confine dell’emarginazione urbana che si sta ingoiando le certezze di chi, sino a pochi anni fa, magari sedeva in salotto per guardare la tv.
E oggi deve contare i minuti in un supermercato, si trascina le ore lungo strade piene di gente in cui viene facile sentirsi da soli.
Abfo raccoglie anche questo, oramai: l’istanza di tarantini alle corde, nuclei normali che hanno perso la pace (ma non la dignità!), sorrisi spenti di adolescenti che non hanno niente da invidiare ai loro coetanei se non questo provvisorio destino. E genitori stanchi di elemosinare un diritto.
Hanno tutti un tesserino alla «Codignola».
Per ognuno degli ospiti, più di 50 per notte («ma i letti non bastano più» ci spiegano gli Occhinegro) gli assistenti sociali hanno un progetto.
L’obiettivo, dopo tre mesi, è il reinserimento nel tessuto sociale. L’Abfo ha studiato le prassi di un collocamento di fatto. A volte riesce, altre no.
Dalle 20 alle 8 del mattino, due volontari presidiano il sonno dei «senza fissa dimora». Il pomeriggio, dalle 16 alle 20, Abfo (Associazione Benefica Fulvio Occhinegro) destina tempo e risorse (umane, professionali) alla famiglia grazie all’impegno di assistenti sociali, psicologici e avvocati.
La colonia più vasta è quella dei ragazzi africani.
Arrivano dalla Nuova Guinea, dal Ghana, dalla Costa d’Avorio, dal Ciad. Sono sbarcati tutti a Lampedusa, o giù di lì. Hanno pagato il loro viaggio (dai 500 ai 1000 euro) e hanno lasciato sulla banchina tutto quello che avevano.
Tra loro, tanti diplomati e tempo fa anche due medici.
Tutti o quasi girano per le strade di Taranto elemosinando spiccioli. Sono educati, vestono sportivo, sorridono anche se hanno poco da ridere. Salutano guardando negli occhi.
Nuri è uno di loro. Ha lo sguardo dolce, parla a bassa voce, ha il fisico da atleta, non sa quando è nato, viene dal Ciad, hanno ucciso suo padre, è fuggito per non morire sotto il tiranno di turno.
E’ stato sette anni in Libia, da appena tre gira per lo Stivale.
Chiede solo «una vita tranquilla», Nuri che ogni tanto telefona in Ciad e chiede a sua madre se i suoi fratelli siano ancora vivi.

Taranto Futura: «Stop al parco eolico in mar Grande, chiarezza sul ruolo di Bondi nell’Ilva»

 

 

SAMSUNG

TARANTO – Quattro temi di stringente attualità, quattro argomenti di dibattito cittadino che potrebbero incidere sulla futura vita quotidiana dei tarantini e non solo. Sono la realizzazione del parco eolico in Mar Grande, i decreti cosiddetti “salva Ilva”, lo scarico del depuratore di Pulsano-Leporano e il pagamento del canone Rai. Di tutto questo si è occupato l’avvocato Nicola Russo, presidente del comitato “Taranto Futura”, che ha impugnato le decisioni già prese dagli organi competenti e discusso con la stampa dei prossimi passaggi burocratici. L’incontro con i giornalisti si è tenuto questa mattina nel centro sportivo “Magna Grecia”. Con l’avvocato Russo è intervenuto anche l’architetto Carlo Boschetti.

Andiamo per ordine: la realizzazione del parco eolico in Mar Grande. Nei mesi scorsi il ministero dell’Ambiente ha rilasciato l’autorizzazione unica per costruire 10 torri alte oltre 130 metri a 100 metri dal molo polisettoriale. «Il comitato Taranto Futura – afferma Russo – ha impugnato, tramite ricorso straordinario al capo dello Stato, la decisione di costruire un parco eolico in Mar Grande. Questo contrasta con la tutela del paesaggio perché non è possibile costruire 10 torri alte come palazzi da 45 piani nei pressi della città. Abbiamo impugnato la decisione perché tutto ciò è stato fatto senza ascoltare le associazioni ambientaliste in violazione della Convenzione di Aarhus».

La questione ambientale –  dalla realizzazione di strutture che producono energia pulita alle vicende legate all’Ilva – è sempre al centro dell’attenzione. Russo, nelle scorse settimane, aveva fatto ricorso al Tribunale amministrativo regionale del Lazio contro i decreti “salva Ilva”. Il prossimo 23 gennaio ci sarà l’udienza. «Il Tar – continua l’avvocato – aveva chiesto al ministero dell’Ambiente alcune delucidazioni sulla violazione della convenzione di Aarhus perché i decreti sono stati emanati senza coinvolgere i cittadini di Taranto sulla compatibilità del principio di precauzione con la continuazione dell’attività produttiva. In questo caso prevale il principio di precauzione, ma ciò è stato disatteso inspiegabilmente dalla Corte Costituzionale con l’ultima sentenza. Inoltre si discuterà sulla compatibilità della nomina di Enrico Bondi a commissario straordinario. Nel momento in cui abbiamo fatto ricorso il commissario era anche rappresentante dell’Ilva. Ad oggi il ministero dell’Ambiente non ha risposto ma confidiamo in un esito positivo del nostro ricorso che verrà valutato il 23 gennaio».

Altra questione scottante, da diversi mesi, è quella relativa al depuratore di Pulsano e Leporano. «Il progetto per risolvere il problema, secondo gli addetti ai lavori, prevede che le condotte del depuratore arrivino a Faggiano e scarichino nel primo seno di Mar Piccolo. Questa cosa è inaccettabile perché si sta cercando di bonificare il Mar Piccolo. Contesteremo questa decisione e invitiamo altre associazioni ad unirsi a noi». Infine Russo ha citato una sentenza del Consiglio di Stato (la n. 4336 del 30 agosto 2013) che permetterebbe ai cittadini abbonati alle piattaforme distributive di non pagare più il canone Rai. «Il Consiglio di Stato – conclude Russo -, nell’annullare una delibera dell’Agcom, ha detto che le piattaforme distributive diverse dalla Rai, come Sky o Mediaset Premium, hanno diritto a trasmettere la programmazione dell’azienda statale sui loro canali gratuitamente e senza costi aggiuntivi. Ciò significa che gli utenti di queste piattaforme distributive, che pagano un canone, non sono tenute a pagare la tassa Rai perché il servizio dell’informazione è diventato universale. Come Codacons dico agli utenti Sky, Mediaset Premium e abbonati ad altre piattaforme distributive che non sono tenuti al pagamento del canone Rai in quanto non dovuto».

Luca Caretta per InchiostroVerde

 

http://www.inchiostroverde.it/news/taranto-futura-stop-al-parco-eolico-in-mar-grande-chiarezza-sul-ruolo-di-bondi-nellilva.html

Palle eoliche

La California d’Italia ospita il più alto numero d’impianti presenti sul territorio nazionale. Qual è l’idea di ambiente del governatore Nichi Vendola?

La Puglia del “sinistro-ecologista-libertario” Nichi Vendola ospita il più gran numero di pale eoliche presenti sul territorio italiano. Alla fine del 2012 se ne contavano più di 1985. In un solo anno ne sono spuntate ben 592. In un comune del foggiano – Sant’Agata – gli impianti ammontano a 111: uno ogni 19 abitanti. Non bisogna essere Vittorio Sgarbi (nota la sua battaglia contro il progressivo imbarbarimento del territorio) per capire che siamo di fronte ad una mostruosità paesaggistica oltre che ambientale senza precedenti. La California d’Italia, come ebbe a definirla in un divertente libro di qualche anno fa Franco Tatò, le pale eoliche le ha fatte installare persino in mare. C’è un’ecologia dello sguardo, una sensibilità verso il bello, un’ideologia dell’armonia che il governatore pugliese ha sepolto sotto il peso di politiche ambientali errate e penalizzanti. Ci siamo innamorati – in ritardo e in malo modo, come sempre – delle energie rinnovabili e abbiamo confuso il progresso con lo sviluppo. L’ambientalismo è una cosa seria. Molto del nostro futuro, e del mondo che abiteremo, dipenderà dalla giusta declinazione di questo sostantivo. Spiace che la sinistra pugliese non l’abbia capito.

 

Milena Gabanelli e il punto4

Milena Gabanelli ha fatto il punto su questo 2013 appena passato, e lo ha fatto con questo lungo editoriale pubblicato dal Corriere della Sera. Lo riportiamo:

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A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: “faremo”. Vorremmo un governo che a fine anno dica “abbiamo fatto” senza dover essere smentito.

Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, “saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario”. C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? “Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria”.

Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale? E poi la notizia numero uno: ” le tasse sono diminuite”. Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima.

Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi? Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: “stanziati 16 miliardi”.

È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto “Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!”.

Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze.

A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere?

È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.

Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.

Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore.

Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente.

Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile. Perché non alzare il tetto della “prestazione occasionale” fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: “ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi”.

Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.

Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che “non c’è”. Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo.

Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che “noi ce l’abbiamo duro”.

Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome.

Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?

Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto “terra dei fuochi”, dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’.

Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai.

Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro.

Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.

 

http://www.lafucina.it/2014/01/02/la-gabanelli-affonda-la-classe-politica/?fb_action_ids=726828950663262&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B206279112896573%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map=%5B%5D

VERGOGNA ITALIANA

RIVA, “TORNANO” I SOLDI
LA CASSAZIONE ANNULLA IL SEQUESTRO PER EQUIVALENTE DI 8,1 MILIARDI

Ennesimo colpo di scena (sarà l’ultimo?) nell’infinita vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto. Nella giornata di ieri infatti, i giudici della VI sezione penale della Cassazione, dopo una breve seduta in Camera di consiglio, hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) la holding che controlla l’Ilva Spa, e che si estese lo scorso settembre anche all’altra controllata Riva Acciaio Spa. I giudici hanno dunque accolto il ricorso presentato dai legali dei Riva, Franco Coppi e Enrico Paliero, disponendo la restituzione alle holding di tutti i beni, annullando anche i successivi decreti giudiziari conseguenti al sequestro (dunque anche quello riguardante la Riva Acciaio e le controllate Ilva). E cancellando l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Taranto, che a giugno scorso aveva respinto l’istanza degli avvocati, confermando il sequestro preventivo disposto dal gip Patrizia Todisco il 24 maggio scorso. Il quale aveva disposto il provvedimento dopo aver accolto la richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio (e composto dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani), che avevano chiesto il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva FIRE in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/2001 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.
Alla somma di 8 miliardi e 100 milioni di euro, si giunse sulla base della quantificazione elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, per una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la dirigenza avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del siderurgico tarantino. Di quegli 8 miliardi però, i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici (ad oggi si era arrivati a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni mobili e immobili che ora rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva). Risorse che per il decreto del 4 giugno scorso, con il quale il governo Letta commissariò l’azienda affidandola alla gestione di Enrico Bondi, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”. Ma il gip Todisco, sulla scorta della relazione consegnata dai custodi giudiziari lo scorso 7 ottobre a seguito di un periodo di tre mesi (giugno-settembre) di accertamenti e sopralluoghi, il 6 novembre rigettò l’istanza presentata dallo stesso Bondi per entrare in possesso di quelle somme, in quanto l’Ilva “è ancora in ritardo sul piano industriale e non ha ancora posto rimedio ai gravi problemi ambientali che hanno determinato il commissariamento dell’azienda da parte del Governo”.
Ma la decisione di ieri della Cassazione, rischia di incidere e non poco anche sul programma di risanamento previsto dal piano ambientale messo a punto dagli esperti del ministero dell’Ambiente, che attende l’ok per decreto dal ministro Orlando. E soprattutto mette a rischio la concreta attuazione dell’ultimo decreto approvato dal governo (“Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”) sull’Ilva. Il testo prevede infatti che dopo l’approvazione del piano ambientale che avverrà entro il 28 febbraio prossimo, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza”, quindi i Riva, dovranno entro 15 giorni mettere a disposizione del commissario Bondi le somme necessarie al risanamento. Ma prevedendo forse ciò che è accaduto ieri, nel decreto fu aggiunto che qualora ciò non fosse accaduto, si dovranno trasferire al commissario le somme sequestrate al gruppo per reati diversi da quello ambientale. Come ad esempio quello di frode fiscale, sul quale indaga la Procura di Milano, che ha sin qui sequestrato 2 miliardi di euro ai Riva. Ma anche in questo caso è molto facile immaginare una nuova vittoria del gruppo che ha già annunciato l’ennesimo ricorso avverso il provvedimento del governo. Visto che non esiste, almeno sino a questo momento, la possibilità nella giurisprudenza italiana che i soldi sequestrati possano essere sottratti alla persona fisica o al gruppo aziendale prima dell’ultimo grado di giudizio. E visto che il processo a Milano è tutt’altro che iniziato, appare pressoché impossibile che i 2 miliardi sequestrati ai Riva per frode fiscale, gran parte dei quali sono già confluiti nel Fondo Giustizia, entreranno in possesso di Bondi e Ronchi. Tra l’altro, qualora ciò dovesse accadere per l’ennesima forzatura del governo, c’è il concreto rischio che se i Riva dovessero essere prosciolti da ogni accusa, bisognerà anche risarcirli.
Inoltre, non si capisce bene perché si sia iniziato ad invocare il fatto che i Riva adesso sarebbero obbligati, per una sorta di richiamo etico, a finanziare i lavori di risanamento dell’Ilva. Visto che l’azienda è stata commissariata e quindi sottratta alla loro gestione: come prevede la legge 89 de 4 agosto infatti, soltanto al termine dei tre anni di commissariamento il siderurgico tornerà ai legittimi proprietari. Dunque, attualmente i Riva non hanno alcun obbligo ad investire i loro profitti nel risanamento dell’azienda.
Non solo. Perché l’ennesima sentenza politica della Cassazione dimostra chiaramente come l’aver impostato gran parte della lotta “ambientalista” a Taranto facendo totale affidamento al lavoro della magistratura, sia del tutto fallimentare oltre che poco lungimirante. Come tra l’altro abbiamo sempre sostenuto. E’ la chiara dimostrazione, l’ennesima, che per i propri diritti bisogna lottare ogni giorno stando in mezzo alla gente: non nelle aule dei tribunali. E che stante così le cose, occorre ripartire da zero: agendo dal basso, riprendendosi ogni spazio pubblico sottratto alla città, facendo proposte concrete e alternative per un futuro realmente realizzabile, senza poggiarsi sulla convinzione che un giorno questa città otterrà il risarcimento miliardario, che comunque le spetta di diritto, attraverso il quale costruire un qualcosa di molto aleatorio e poco adattabile alla storia e al contesto di questa città.
E’ indubbio che quella di ieri sia una vittoria dei Riva. Che potrebbe scrivere però la parola fine sulla storia dell’Ilva di Taranto. Visto che adesso Bondi e Ronchi si ritrovano in mano un cerino la cui fiammella è oramai arrivata quasi ad estinguersi. Il 2014 si appresta ad essere un anno molto difficile. La cui storia non cambierà nemmeno con l’arrivo del Papa, sul quale già in tanti hanno iniziato a lucrare con la solita ipocrita morale perbenista e cattolica di cui il nostro paese è ancora tristemente intriso.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Taranto, non solo ilva

RIAPRE IL MARTA

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Dal 22 dicembre saranno riaperte al pubblico, con orario di visita 8.30 – 19.30 (chiusura biglietteria ore 19.00), le nuove sezioni espositive del Museo Nazionale Archeologico di Taranto dedicate alla città romana, alla città tardoantica ed altomedievale fino alla rifondazione bizantina dell’XI secolo d.C.
Oltre agli spazi già visitabili, in tutti i casi integrati con l’esposizione di nuovi reperti (monumenti funerari, vasi figurati, mosaici, intonaci dipinti, arredi), saranno fruibili nuove sale dedicate alla ricca documentazione delle produzioni tarantine e delle importazioni di età romana, dei variegati corredi della necropoli della città, a partire dalla conquista di Q. Fabio Massimo del 209 a.C. fino al III secolo d.C. Nelle vetrine risaltano le bellissime oreficerie, arricchite da paste vitree e pietre colorate, le terrecotte policrome ancora di tradizione greca, ossi, avori, e soprattutto vetri colorati importati che caratterizzano le sepolture ad incinerazione di età imperiale, fino ai frammenti di eccezionale eleganza di un sarcofago in marmo con scena di assalto alle navi.
La sezione dedicata alla città dal tardoantico all’età bizantina offre una vasta documentazione dei pavimenti musivi dell’edilizia pubblica e privata, con motivi geometrici e figurati policromi e materiali da scavi stratigrafici recenti (Villa Peripato, Palazzo delli Ponti, Cattedrale di S. Cataldo) che hanno fornito dati rilevanti per la ricostruzione del centro antico in tali fasi cronologiche. Nell’ultima sala sono anche inserite epigrafi funerarie di Ebrei, Cristiani e Musulmani, che documentano la presenza a Taranto di genti di cultura e religione diverse fra il IV e l’XI secolo d.C.
La sezione dedicata alla storia del Museo è stata completamente rinnovata, con la ricostruzione di ambientazioni d’epoca del periodo di Q. Quagliati e C. Drago e con l’esposizione di acquisti e donazioni pervenute al Museo dalla fine dell’Ottocento ad oggi, con i vasi figurati di importazione e di produzione locale, trafugati dai siti archeologici del territorio apulo, confluiti in musei stranieri e oggi restituiti alla fruizione pubblica nel MARTA.
Una nuove veste espositiva è stata inoltre riservata ai quadri donati da Monsignor Ricciardi al Museo agli inizi del ‘900, in uno spazio a piano ammezzato che prospetta sulla Sala IX.
Parte contemporaneamente l’affidamento dei servizi aggiuntivi a Novamusa s.r.l., per prenotazioni sarà possibile telefonare allo 099/4538639 o scrivere amarta.taranto@novamusa.it