una dittatura di Stato….

 

Ilva, Cassazione annulla sequestro: 8,1 miliardi restituiti a Riva Fire

I custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico tarantino, avevano stimato una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la società avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti. Ora la sesta sezione penale ha accolto il ricorso presentato dai legali Coppi e Paliero, e ha disposto la restituzione alle holding di tutti i beni

Ilva, Cassazione annulla sequestro: 8,1 miliardi restituiti a Riva Fire

 

Era stato uno dei sequestri più pesanti della storia italiana, ma ora le tasche dei Riva, sotto indagine per disastro ambientale nell’ambito dell’inchiesta Ilva, tornano piene. La Corte di Cassazione ha stabilito che i beni della holding Riva Fire, società proprietaria di Ilva spa, non andavano confiscati e ha annullato senza rinvio il decreto di sequestro confermato dal riesame nel giugno scorso dal tribunale del riesame di Taranto. Un decreto di sequestro per equivalente, firmato nel maggio scorso dal gip Patrizia Todisco su richiesta della procura ionica, che imponeva di mettere i sigilli a beni per 8,1 miliardi di euro.

Il provvedimento era stato impugnato dai legali delle società del Gruppo Riva e poche ore fa è arrivata la decisione della suprema corte che ha dato ragione al collegio difensivo degli industriali. La stima di oltre 8 miliardi era stata formulata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli come il costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale. La società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso quella che i magistrati definiscono una “consapevole omissione” degli interventi nell’Ilva per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto. In sostanza 8,1 miliardi erano i soldi che secondo l’accusa i Riva avrebbero risparmiato evitando di ammodernare gli impianti della fabbrica che secondo i periti del tribunale, oggi “genera malattia e morte”.

A firmare i ricorsi sono stati i legali Franco Coppi e Carlo Enrico Paliero, ma in un primo momento era stato anche Enrico Bondi, all’epoca amministratore delegato dell’Ilva, a volerlo. Dopo la nomina come commissario straordinario affidatogli dal governo Letta, Bondi ritirò l’istanza presentata per conto dell’Ilva per segnare una discontinuità con la gestione della famiglia Riva. Su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, il gip Todisco aveva autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire, per le violazioni ambientali alla legge 231/01 che sancisce laresponsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.

In realtà finora, gli uomini della Guardia di finanza erano riusciti a individuare solo due miliardirispetto agli otto richiesti. Dal sequestro sarebbero dovuti rimanere fuori i beni e le finanze riconducibili alla società di Ilva spa poiché il gip Todisco aveva infatti chiarito che i beni della società potevano essere aggrediti solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto. L’accusa nei confronti di Emilio, Nicola e Fabio Riva è di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Per Fabio Riva, inoltre, tra i capi di imputazione c’è anche quello di corruzione in atti giudiziari per aver versato la presunta tangente all’ex perito della procura Lorenzo Liberti per ammorbidire la perizia sull’Ilva. Tra le società indagate ci sono Ilva spa e Riva Fire spa, rispettivamente “controllata” e “controllante” ai cui vertici si sono succeduti negli anni proprio Emilio, Fabio e Nicola Riva.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/20/ilva-cassazione-annulla-sequestro-8-miliardi-restituiti-a-riva-fire/821426/

SALVIAMO POMPEI !

SALVIAMO POMPEI!  Stiamo per perdere 105 milioni di euro stanziati dalla Commissione UE!
  • A Giorgio Napolitano

SALVIAMO POMPEI! Stiamo per perdere 105 milioni di euro stanziati dalla Commissione UE!

    1. Marco Mariani
    2. Lanciata da

      Marco Mariani

      Firenze, Italy

La Commissione UE ha approvato fondi per sostenere il restauro di Pompei. Il progetto potrà contare su un investimento di 105 milioni di euro “combinando contributi UE e nazionali.

Stiamo rischiando di perdere tali fondi a causa dell’incredibile ritardo nella nomina del “supercommissario” italiano che dovrebbe guidare e supervisionare i lavori.

Qualora tale figura non venga nominata in tempo utile i fondi messi a disposizione verranno ritirati dalla Commissione UE e destinati ad altro fine.

I motivi del ritardo non sono chiari, ma sembrano dovuti ad una lotta interna al Ministero dei beni e attività e turismo, nella quale si vedono contrapporre coloro che “premono” per la nomina di un personaggio interno del ministero, e coloro che invece propendono per la scelta di una personalità esterna.

Il progetto comunitario prevede “preservazione, mantenimento e miglioramento” del sito archeologico.

L’obiettivo dell’investimento europeo è “conservare il sito in quanto attrazione turistica sostenibile per la regione Campania” e per l’Italia. Il contributo dell’Ue fa seguito ad una richiesta dell’Italia e ad un piano di azione concordato con l’esecutivo europeo nel quale si è accertata l’entità dei lavori necessari per la riabilitazione di Pompei.

La questione della mancata nomina ha ormai raggiunto il ridicolo: quando si chiede al Commissario europeo alle Politiche regionali Johannes Hahn che cosa pensa dello sconcertante ritardo nella nomina del supercommissario italiano che dovrebbe coordinare il progetto di rilancio di Pompei, egli scandisce la sua analisi:

«Considero il progetto Pompei molto importante per l’Italia e il mondo. In particolare però è importante per la Campania, dove può generare nuovi posti di lavoro e trainare l’economia locale grazie ad un turismo di alta qualità. Ovviamente i ritardi non sono positivi e il tempo sta per scadere, visto che i programmi attuali termineranno alla fine del 2015».

 

Al fine di tutelare il futuro di Pompei, patrimonio dell’Umanità e bene che tutto il mondo ci invidia, occorre fare pressione su coloro che possono intervenire in questa situazione di stallo.

A:
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana
Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica italiana
Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana
Enrico Letta, Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Massimo Bray, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo della Repubblica Italiana
SALVIAMO POMPEI !

Chiediamo la nomina immediata del “Supercommissario” italiano per la ristrutturazione ed il rilancio di Pompei, per non perdere i 105 milioni di Euro stanziati dalla Commissione UE.

La Commissione UE ha approvato fondi per sostenere il restauro di Pompei. Il progetto potrà contare su un investimento di 105 milioni di euro “combinando contributi UE e nazionali.

Stiamo…

Ticket del parcheggio scaduto? La multa è illegale!

 

 
 

Grattino del parcheggio scaduto? Avete sforato l’orario prestabilito e vi siete beccati una bella multa? Beh, sappiate che si tratta di un’irregolarità!

Sì, avete capito proprio bene. La multa, che spesso ammonta intorno ai 30-40 euro, è illegittima.

Il comma 6 dell’articolo 157 del Codice della strada stabilisce:

Nei luoghi ove la sosta è permessa per un tempo limitato è fatto obbligo ai conducenti di segnalare, in modo chiaramente visibile, l’orario in cui la sosta ha avuto inizio. Ove esiste il dispositivo di controllo della durata della sosta è fatto obbligo di porlo in funzione.

Non si parla, però, di eventuali ritardi. Nel Marzo del 2010 un parere tecnico-legale emanato dal Ministero delle Infrastrutture ha infatti decretato:

Se la sosta viene effettuata omettendo l’acquisto del ticket orario, deve essere necessariamente applicata la sanzione. Se invece viene acquistato il ticket, ma la sosta si prolunga oltre l’orario di competenza non si applicano sanzioni, ma si da corso al recupero delle ulteriori somme dovute.”

Dunque, in parole povere, la multa è legittima se il ticket per il parcheggio a pagamento non è stato acquistato o esposto sulla vettura. Se invece il grattino è presente, ma avete sforato l’orario prestabilito, bisogna pagare solo il denaro con cui avreste pagato il ticket per le ore di sosta mancanti.

Insomma, pochissimi spiccioli in confronto alle salatissime multe che i vigili urbani spesso si trovano a fare agli automobilisti!

L’ultima “vittima” è un uomo di Lecce: dopo aver trovato una multa per aver sforato l’orario prestabilito sul grattino, l’automobilista, informato sull’assenza di norma che regola questo tipo di infrazione, si è rivolto all’autorità giudiziaria per vedersi riconosciuta la non regolarità e, quindi, l’inefficacia della sanzione elevata in suo danno per la cifra di 30 euro.

http://www.eticamente.net/16732/ticket-del-parcheggio-scaduto-la-multa-e-illegale.html

Palazzo Archita, specchio della città

Scritto da:  , 21 novembre 2013

740048_635191703311903762_ARCHITA_640x468Palazzo degli Uffici, meglio conosciuto come palazzo Archita, le impalcature per i lavori di ristrutturazione che avvolgono la struttura sono ormai diventate parte integrante dell’arredo urbano. La mia memoria, anzi, non mi riporta un ricordo dell’edificio spoglio dai ponteggi. Quello che però non sappiamo è che il palazzo non è più sede scolastica del Liceo Archita; gli studenti, i docenti e tutto il personale sono stati dislocati in tre diversi locali: l’ex Mazzini in via Pitagora, la Consiglio in Città Vecchia e la sede della Sant’Antonio in via Bruno. Tutti spazi molto distanti tra loro. Insomma, tra tanto degrado, nel pieno centro della città, sotto gli occhi di tutti, si consuma un vero e proprio dramma sociale e culturale.

Per fare luce sulla questione mi reco all’assemblea degli studenti del Liceo Archita, ormai l’unica occasione che gli appartenenti alle diverse sedi hanno per conoscersi. La riunione si tiene al centro sportivo Magna Grecia, distante diversi chilometri dalle aule scolastiche sparse per la città. È l’unica struttura capace di contenere gli oltre 900 studenti del più antico e rinomato liceo cittadino, e che accetti il piccolissimoautofinanziamento di un euro a testa a cui si sottopongono per non rinunciare a un momento di aggregazione e a un cantiere culturale come l’Assemblea d’Istituto.

Con i rappresentanti d’istituto nasce una bella chiacchierata e la loro voglia di parlare è tanta: “Noi vogliamo salvare Palazzo degli Uffici prima di tutto in quanto cittadini tarantini, consci del valore culturale e architettonico dell’edificio; se pensiamo a un turista che si affaccia al Borgo dopo aver visitato la Città Vecchia e che vede una bellissima struttura come quella circondata da orrendi ponteggi…” Il tono deciso è di chi sa bene di cosa sta parlando e subisce il problema sulla propria pelle. La conversazione procede a ritmo serrato.

Il primo cantiere, come mi spiegano con dovizia i ragazzi, protagonisti di una vera e propria indagine in merito, è stato installato circa dieci anni fa. In seguito c’è stata solo un’altalena di ripetuti blocchi dei lavori e continui subappalti tra le varie ditte vincitrici delle gare, con conseguenti e sistematiche quanto brevi e inutili riprese.

Lo stato in cui versa il tetto di Palazzo degli Uffici

Gli unici veri e concreti interventi sono stati, prima, lo spostamento degli studenti da un’ala all’altra dell’edificio (l’ala est è ormai abbandonata da anni); e, infine, il dislocamento nelle tre sedi: “Una mattina di circa nove mesi fa abbiamo trovato la scuola completamente recintata: era una vera gabbia per topi… Pensa cosa sarebbe potuto succedere in caso di evacuazione di emergenza. I cantieri, sempre più invasivi, provocavano un inquinamento acustico tale che affermare che impedivano il regolare svolgimento delle lezioni risulta un eufemismo”. Da qui, il dislocamento.

L’idea di scuola come primo spazio aggregativo e sociale è lontana anni luce da quella che vivono gli studenti dell’Archita: “Tra i ragazzi il disagio è forte. Oltre agli ovvi problemi di aggregazione, ci sono anche problemi burocratici: per esempio, anche ritirare il libretto delle assenze è una operazione che richiede necessariamente un’assenza di un’intera giornata, perché ovviamente i professori non danno l’autorizzazione a percorrere quaranta minuti di cammino per raggiungere gli uffici presso la sede in Città Vecchia. Inoltre il problema investe anche i docenti, che sono spesso costretti a sbattersi tra una sede e l’altra, e i ritardi sono inevitabili”.

Per nulla secondaria è l’imbarazzante situazione dei volumi appartenenti al Liceo e al suo Archivio Storico, “conservati” all’interno dell’edificio: “La questione ci preme tantissimo: ci sono circa ventimila scritti di comprovato valore artistico e letterario, riposti in quarantuno scatoloni classificati. Sono anche catalogati su internet, ma la cittadinanza non può usufruirne perché giacciono abbandonati in locali umidi e per niente adatti alla conservazione di materiale cartaceo”.

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E i ragazzi come si stanno muovendo? “Per adesso cerchiamo la strada del dialogo; in questi giorni abbiamo redatto una lettera al Sindaco. Certo che l’abbiamo protocollata. La risposta? A dir la verità non è stata molto incoraggiante: la segretaria ci ha detto che «quando il sindaco vorrà», ci concederà un appuntamento. Di sicuro non rimarremo con le mani in mano. Ma è tutto molto complesso e deve essere tutto calcolato. Ad esempio, pratiche come l’occupazione sono di difficile attuazione: primo, perché siamo tutti distaccati in tre sedi; e poi perché, ad esempio, la Sant’Antonio è proprietà privata della parrocchia che fitta i locali alla scuola, mentre in Città Vecchia condividiamo la struttura con una scuola elementare… Per adesso, comunque, l’idea è di organizzare una giornata culturale con docenti, ex alunni ed ex docenti. Alla problematica è molto vicina anche una personalità importante come l’ex Preside Anzoino

Ci tengono a raccontarmi di come Archita da Taranto sia stata una figura importante nel panorama culturale dell’epoca: filosofo, matematico, inventore e politico. Per maggiori informazioni, cliccando sul nome sarete portati sulla pagina di Wikipedia a lui dedicata.

Non riesco a non pensare quanto in questi anni abbiamo denunciato la cecità delle amministrazioni locali nei confronti dei problemi dei giovani, nella città delle contraddizioni del capitalismo. Taranto ha bisogno dei suoi ragazzi come si necessita di acqua nel deserto, ma nessuno sembra accorgersene. Mancano gli spazi, e quelli che ci sono – addirittura una scuola importante e rinomata come l’Archita! – vengono abbandonati al degrado. Un degrado che è lo specchio di una città in cui manca completamente una progettualità politica giovanile, e quindi un’idea di futuro in cui i ragazzi possano sperare.

Alla fine parliamo di futuro: c’è chi è preoccupato per il rischio sanitario, c’è chi abbandonerebbe Taranto solo per necessità di studio e chi invece la abbandonerebbe solo per studiare veterinaria: “La clinica veterinaria più vicina che abbiamo è a Bari!”. Nonostante tutto…

L’ultima cosa me la fanno notare i ragazzi: nonostante le centinaia di articoli redatti sulla questione, apparsi ai ragazzi quasi come dei “contentini”, su internet non si trova neanche mezza discussione sul problema. E, nel 2013, non possiamo proprio permettercelo. Compito di questo articolo è anche quello di coprire questa incredibile falla.

http://www.siderlandia.it/2.0/index.php/archita/?123

TARANTO: L’ ARCIVESCOVO INVESTIVA IN BORSA LE OFFERTE DI RIVA

Il dirigente dell’ Ilva, Archinà, ora in carcere con l’ accusa di corruzione, ha dichiarato che annualmente, in ricorrenza di festività religiose, consegnava al precedente vescovo, Benigno Papa, contributi vari da 5 a 10mila euro. nella contabilità della diocesi non si è trovata traccia di questi introiti, ma dall’ estratto conto bancario di Papa sono risultati tanti prelievi per acquisto di buone azioni e polizze-vita.

Il giallo per gli inquirenti inizia da qui, perchè una uscita di 10.000 euro, inizialmente registrata come destinata alla Curia, sarebbe stata invece elargita  ad un consulente sul controllo delle emissioni dell’ Ilva, per corromperlo.
Vacillano pericolosamente le dichiarazioni dell’ assistente del vescovo, Don Marco Gerardo, che avrebbe prima ammesso l’ incontro di Archinà che invece saltò, poi, dopo aver avuto bisogno di contattare telefonicamente il superiore, Benigno Papa, ha confermato il ricevimento di quel contributo, contatto telefonico però che la Finanza ha appurato  come mai avvenuto.

Questo è l’  altro uragano che si è abbattuto, come titola l’  inserto della Repubblica regionale pugliese del 2 c.m.,, sulla chiesa tarantina, tanto da spingere il nuovo vescovo a correre ai ripari, con l’ impegno a rifiutare offerte dall’ Ilva.
Il capoluogo ionico, detto anche come la città dei DUE MARI, dopo la lunga catena di eventi luttuosi e catastrofici, potrà essere additata anche come la città dei DUE MALI: l’  ILVA e la CURIA, entrambe responsabili di non “benigne azioni”.

– See more at: http://apocalisselaica.net/focus/notizie-scelte/taranto-l-arcivescovo-investiva-in-borsa-le-offerte-di-riva#sthash

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“Fitto corrotto con 500 mila euro” Ecco le motivazioni della condanna

ANSA

Raffaele Fitto

«C’era un disegno chiaro: soldi per  il movimento politico in cambio di appalti all’imprenditore Angelucci»

Il finanziamento di 500 mila euro che l’allora presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto (Pdl), ricevette «prima, durante e poco dopo» la campagna elettorale per le regionali del 2005 da Giampaolo Angelucci per il suo movimento politico “La Puglia prima di tutto” «si connota illecitamente in quanto è stato il prezzo della corruzione del Fitto da parte dell’Angelucci».

 

Questo perché Fitto si adoperò per far assegnare alle aziende di Angelucci un appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa) in Puglia. Lo scrivono i giudici del tribunale di Bari (presidente Luigi Forleo, a latere Clara Rita Goffredo e Marco Galesi) nelle 769 pagine di motivazioni della sentenza con la quale il 13 febbraio 2013 Fitto, ex ministro agli Affari regionali ed ora parlamentare del Pdl, è stato condannato a quattro anni di reclusione per corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio ed interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. L’ex governatore è stato invece assolto dal peculato e da un altro episodio di abuso d’ufficio. Il difensore di Fitto, avv.Francesco Paolo Sisto, parla di «motivazione surreale», motivazioni che«sostanzialmente non stanno né in cielo né in terra».

 

Alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione fu condannato il re delle cliniche romane ed editore Giampaolo Angelucci, riconosciuto colpevole di corruzione e illecito finanziamento ai partiti, in concorso con Fitto. Ad altri undici dei 30 imputati del processo furono inflitte pene comprese tra un anno e quattro anni e sei mesi di reclusione.

 

Secondo il tribunale, Fitto aveva «un disegno molto più ampio rispetto alla semplice volontà di attivare le strutture sanitarie» Rsa, che dovevano sopperire alla drastica riduzione dei posti letto ospedalieri imposta dalla legislazione nazionale e dall’ormai stremato bilancio regionale. Un disegno – scrivono i giudici – che «ha consentito a Fitto di contare su un appoggio economico di rilievo per il suo movimento politico (“La Puglia prima di tutto”, ndr), che proprio in quel periodo si stava formando». Per ottenere i 500mila euro da Angelucci – ricostruisce il tribunale – Fitto compì una «diretta intromissione nelle decisioni spettanti ai direttori generali delle Asl sulla attivazione delle Rsa e sul tipo di gestione da scegliere», poi accentro’ «in una gara unica tutti gli appalti per gestire le Rsa». «Ciò – scrivono i giudici – al fine di creare a monte tutti i presupposti perché venisse espletata una gara di tale portata economica ed impegno organizzativo per i soggetti proponenti» che «solo un unico e importante gruppo imprenditoriale sarebbe stato capace di presentare».

 

Nonostante la sconfitta elettorale, il presidente uscente – secondo il tribunale – si attivò per estendere ad altre tre Rsa (ma fu di fatto boicottato da dirigenti e funzionari regionali) l’appalto vinto da Angelucci con il Consorzio San Raffaele in quanto «aveva assunto degli impegni», che secondo i giudici non erano altro che il corrispettivo degli ultimi finanziamenti che il gruppo Tosinvest di Angelucci elargì a “La Puglia prima di tutto”.

Il difensore di Fitto, avv.Francesco Paolo Sisto replica: «Raffaele Fitto non ha visto un euro di quel lecito finanziamento, utilizzato, come la Corte del Conti ha verificato, del tutto correttamente per spese e causali elettorali». «Le sentenze si dice che vanno rispettate. Ve ne sono alcune, come questa su Raffaele Fitto, che possono essere solo formalmente rispettate» perché «sostanzialmente non stanno né in cielo né in terra». «La corsa contro il tempo per emettere la condanna in piena campagna elettorale – dice Sisto – stride vistosamente con la prescrizione per gli stessi reati maturatasi durante il tempo di ben sei mesi chiesto dal Tribunale per il deposito della motivazione». Secondo Sisto, il principio stabilito in sentenza «è innovativo e preoccupante al tempo stesso». «Chi finanzia un partito – spiega – dovrà, dopo questa decisione, essere necessariamente un nemico giurato dello stesso partito, perché, in caso contrario, ove si fosse legittimamente aggiudicato un appalto sotto il governo di quel partito corre il rischio che il finanziamento lecito diventi, d’incanto, tangente!».

 

Travaglio & S_vendola

ROMA – “Svendola”, questo il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi, sabato 16 novembre:

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra. Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero.

1459304_10201478806706915_411121663_nPoi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. (…)

Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (…), non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti.

In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali. C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette.

(…) La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia.

http://www.blitzquotidiano.it/rassegna-stampa/marco-travaglio-sul-fatto-quotidiano-svendola-1719950/

Quando la povertà è sorella della Morte

Taranto, muore folgorato mentre ruba cavi di rame nei sotterranei di un hotel

TARANTO – Un giovane di 26 anni è morto folgorato a Taranto forse mentre tentava di rubare cavi in rame da una cabina elettrica in disuso nei sotterranei dell’Hotel Palace di viale Virgilio. L’albergo è dismesso. E’ stata la polizia a scoprire il corpo della vittima.

I vigili del fuoco intervenuti sul posto non hanno trovato arnesi per tranciare i cavi conduttori. Per questo gli inquirenti ritengono probabile che al momento dell’incidente la vittima non fosse sola. Particolarmente difficili si presentano le operazioni di recupero del corpo che si trova in un cunicolo stretto.

In Puglia fiume di rifiuti che nessuno ha visto

Rifiuti

BARI – In 14 anni sembra non essere cambiato nulla. Differenziata troppo bassa, emergenza impianti, termovalorizzatori, importazioni ed esportazioni incontrollate, discariche abusive. Dalla prima relazione parlamentare sul ciclo dei rifiuti in Puglia (datata dicembre 1998) fino alla più recente (luglio 2012) cambiano forse i nomi, ma i temi sono sempre gli stessi: ora – come allora, nonostante le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone – viene esclusa la presenza stabile della mafia. Ma c’era (e c’è) un allarme su quello che accade a riflettori spenti.

Le indagini delle procure di mezza Italia dimostrano che la Puglia (e in particolare il Tarantino) è terminale di enormi traffici: la relazione infatti parla di «uno spaccato inquietante sui traffici illeciti di rifiuti diretti in Puglia», La discarica Vergine di Lizzano, che dal 2004 al 2009 ha ricevuto scarti di lavorazioni industriali resi innocui cambiando un pezzo di carta. E la Ecolevante di Grottaglie, che pur essendo una discarica di rifiuti speciali diventa punto di arrivo dell’immondizia campana. Ma questo alle procure pugliesi e alla Regione non risulta.

E dunque (luglio 2012, presidente della commissione è il pdl Gaetano Pecorella) arrivano i rimbrotti: «Meraviglia, dunque, che in loco non siano state sviluppate indagini, né che siano state segnalate le indagini sopra menzionate, da parte degli organi di controllo e degli organi investigativi locali. Si tratta di un gap conoscitivo da parte delle autorità locali che non può non incidere negativamente sulla programmazione delle attività di controllo e prevenzione, che dovrebbero essere orientate anche in ragione dell’individuazione di zone o settori particolarmente sensibili».

Nel 1998, la commissione aveva dedicato 14 righe al problema dell’infiltrazione mafiosa. I clan pugliesi «non risultano direttamente interessati al controllo », e i reati amb ientali «non sembrano collegati ad attività di tipo mafioso, sebbene a fenomeni illeciti di smaltimento transregionali». Ma anche all’epoca, esisteva un enorme problema di abusivismo. «I dati sono impressionanti – mette a verbale il prefetto Giuseppe Mazzitello, commissario per l’emergenza rifiuti, il 6 ottobre 1999 -: decine di chilometri dell’Alta Murgia pieni di fanghi, di porcherie, discariche abusive dappertutto». «Lo sviluppo delle attività illecite – aveva spiegato invece l’allora presidente della Regione, Salvatore Distaso – è agevolato e favorito dalla mancanza sul territorio di una rete di impianti e di strutture che possono assicurare flussi determinati e regole certe».

Quattordici anni hanno insegnato, però, che pure con gli impianti realizzati i flussi illegali non si fermano. Vedi le 14mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi finiti alla «Vergine», grazie alla semplice modifica del codice Cer (l’«etichetta» che contraddistingue i rifiuti): 468 camion in 5 anni hanno attraversato indisturbati la Puglia, dove non sono stati controllati nemmeno una volta. A scoprire il trucco è stata la procura di Lanciano, con le Arpa di Abruzzo e Molise che in quei carichi sulla carta innocui hanno trovato «big-bags contenenti polveri di verniciatura, fanghi disidratati di depurazione, plastica, metallo e altri rifiuti». Scaricarli in Puglia ha permesso a qualcuno di risparmiare il 70% sui costi di smaltimento.

C’è voluta la procura di Milano, invece, per scoperto il trucco grazie al quale a Grottaglie arrivata l’immondizia campana trattata nel tritovagliatore di Giffoni Valle Piana. Da qui decine di camion salivano ogni giorno a Varese, dove i rifiuti venivano «fittiziamente sottoposti a un trattamento» che portava all’attribuzione del codice Cer 19.12.12 triplicandone così il valore: 100 euro a tonnellata per il solo smaltimento. Giffoni-Bologna-Olgiate Olona- Taranto. Eppure, il procuratore Franco Sebastio ha detto alla commissione Pecorella che non risultano pendenti indagini relative a traffici illeciti di rifiuti», né tantomeno «risultano verifiche negative effettuate dalla locale Arpa in merito al conferimento di rifiuti diversi da quelli autorizzati».

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IL SINDACO ACCORINTI

IL SINDACO ACCORINTI E’ INTERVENUTO STAMANI ALLA CERIMONIA DEL 4 NOVEMBRE A PIAZZA UNIONE EUROPEA

Festa dell'Unità Nazionale

Stamani a piazza Unione Europea, durante la cerimonia della Festa dell’Unità Nazionale – Giornata delle Forze Armate, presenti il sindaco di Messina, Renato Accorinti, autorità civili e militari, il Gonfalone della città di Messina, decorato con Medaglia d’Oro al Valor Militare, il Medagliere del Nastro Azzurro, i Vessilli ed i Labari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma ed il Gonfalone della Provincia regionale di Messina, è stata deposta una corona d’alloro al Monumento ai Caduti.

“Si svuotino gli arsenali, strumenti di morte – ha dichiarato il sindaco Accorinti nel corso del suo intervento, rivolgendo anche un appello ai sindaci di tutti i comuni italiani – e si colmino i granai, fonte di vita. Il monito che lanciava Sandro Pertini sembra ancora ad oggi cadere nel vuoto. Nulla da allora è cambiato. L’Italia, paese che per la Costituzione <ripudia> la guerra, continua a finanziare la corsa agli armamenti ed a sottrarre drasticamente preziose e necessarie risorse per le spese sociali, la scuola, i beni culturali, la sicurezza. Il rapporto 2013 dell’Archivio Disarmo su <la spesa militare in Italia> documenta come l’Italia abbia speso per l’anno 2013, e spenderà per il 2014 e il 2015, oltre 20 miliardi di euro per il comparto militare (oltre un ulteriore miliardo per le missioni internazionali) a fronte di una drammatica crescita della povertà sociale. Nel 2013 l’lSTAT ha pubblicato il suo più drammatico <Rapporto sulla povertà> nel nostro Paese.

Gli italiani, che vivono al di sotto della linea di povertà sono ormai 9 milioni 563 mila, pari al 15,8 % della popolazione. Di essi 4 milioni 814 mila (ossia 1’8%) sopravvivono in condizioni di povertà assoluta, cioè impossibilitati ad acquisire i beni di prima necessità. In questo drammatico quadro nazionale la Sicilia diventa emblema di questa progressiva campagna di militarizzazione italiana.

La nostra isola – ha proseguito Accorinti – rischia di diventare una portaerei del Mediterraneo: una base dalla quale fare partire strumenti di morte e controllare con tecnologie satellitari (MUOS) i paesi stranieri.

Anche l’arrivo dei flussi migratori è vissuto come un <problema di ordine pubblico> da affrontare con le forze armate, da circoscrivere in ghetti, lontani dagli sguardi della popolazione italiana, dove non sempre sono garantiti diritti e giustizia. Non si può rimuovere dalla memoria collettiva, quasi esorcizzando, un secolo di lotte del movimento operaio per la pace e il lavoro, il disarmo e la giustizia sociale. Questa Amministrazione appoggia quelle lotte e quegli ideali. Questa Amministrazione dice <Si> al disarmo.

Questa Amministrazione, fedele alla Costituzione Italiana, dichiara il proprio <No a tutte le guerre> e difende il diritto di emigrare, ribadendo il massimo impegno nella ricerca di soluzioni di accoglienza idonee per i fratelli migranti giunti di recente a Messina. Messina e la Sicilia – ha concluso il sindaco – da sempre hanno avuto una grande opportunità in quanto crocevia di diverse culture e religioni; le diversità arricchiscono tutti e oggi vogliamo rilanciare un processo di pace dalla nostra terra e dal nostro mare per l’umanità”. —