Ilva, Nicastro:

“Regione Puglia contraria a slittamento tempi attuazione Aia”

parlamento“La Regione Puglia non condivide l’iniziativa legislativa di cui al DL. 136/2013 soprattutto nella parte in cui consente lo slittamento dei tempi di attuazione dell’AIA così come rilasciata e modificata dal Ministero dell’Ambiente, nonché nella parte in cui cerca di superare la normativa vigente in materia di discariche di rifiuti pericolosi e non pericolosi. Riteniamo che l’azione legislativa possa indicare soluzioni finalizzate alla riduzione della tempistica prevista dalla norma per la definizione dei procedimenti amministrativi ma non possiamo condividere una norma che ‘crea eccezioni’ ad aziendam che, fra le altre cose, potrebbero generare confitti con la normativa europea in materia e conseguenti procedure di infrazione comunitaria”. Così l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, si è espresso in Commissione Ambiente della Camera nell’audizione prevista all’interno dell’iter di conversione in legge del decreto 136/2013.

“Il dato politico rimane ed è lampante – continua Nicastro – la decretazione d’urgenza che, negli ultimi anni, è stato lo strumento principe per dirimere le questioni che riguardano l’acciaieria di Taranto non garantisce il raggiungimento dell’obiettivo e, spesso, ha creato un percorso schizofrenico quanto alle soluzioni individuate. Non posso fare a meno di ribadire il concetto delle cangianti priorità individuate dai vari decreti che, di volta in volta, venivano sconfessate e annullate dal decreto immediatamente successivo a distanza di pochi mesi. Per la Puglia, per Taranto questo non solo rischia di non essere sufficiente ma rischia anche di vanificare quanto si tenta di fare. Sul 136 – prosegue Nicastro – sono stato chiaro: non possiamo essere d’accordo con una norma che dilata i tempi di una Autorizzazione Ambientale già per larga parte disattesa. L’audizione di oggi è stata anche l’occasione di portare a conoscenza della Commissione della delibera di Giunta recentemente adottata in relazione al piano del Comitato di Esperti sul processo di ambientalizzazione del siderurgico: abbiamo avuto modo di rimarcare come questo piano, di fatto, in relazione alle emissioni in atmosfera, costituisca una modifica dell’Aia per la quale, a nostro giudizio, non esistono motivazioni sufficienti”.

Conclude l’assessore regionale all’Ambiente: “Abbiamo infine evidenziato come permangano  problematiche legate all’emungimento da pozzi autorizzati, all’interno dello stabilimento, in un’area sulla quale il Piano di Tutela delle Acque (PTA) ha posto delle limitazioni al prelievo in quanto l’acquifero è vulnerabile da contaminazione salina ribadendo la necessita di una riduzione progressiva, nel tempo, dell’utilizzo di quelle acque attraverso la riduzione/risparmio dei consumi generali, il riciclo e il riutilizzo delle acque depurate e trattate, il riuso delle acque meteoriche, attraverso le migliori tecnologie disponibili. Per non parlare poi degli scarichi idrici sui quali è necessario effettuare i campionamenti per l’individuazione di contameninanti a monte dei canali  di scarico che sono per buona parte a cielo aperto e pertanto suscettibili di raccogliere le acque meteoriche dell’ambiente circostante ed il particolato presente nell’aria con un effetto di diluizione”.

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-nicastro-regione-puglia-contraria-a-slittamento-tempi-attuazione-aia.html

Informazione imboccata…..

di Francesca RANA

Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto del 17 dicembre 2013

Informazione imboccata, attaccamento identitario al territorio, fitorimediazione confrontando zona Ilva e Fiume Tara, il il caso del rione bonificato di Stoccolma, in Svezia. Punti toccati nell’incontro di Peacelink, organizzato ieri pomeriggio in Università, in via Duomo ed intitolato: “Taranto, dal disastro ambientale, alle eco-alternative”. Ancora una volta, la voglia di capire la Taranto industriale guardando ad un’alternativa diversa nel futuro emerge nelle scelte dei neolaureati, e non sempre di Taranto: l’analisi del passato, scandagliando la sociologia dei consumi, con la tesi “Le morti che non contano. L’Ilva e Taranto”, di Francesco Scialpi; l’analisi degli stati d’animo tra recente passato ed un periodo molto vicino all’attualità, con la tesi di Psicologia, di Deborah De Iure, “Integrazione di metodi nella ricerca psicosociale: il caso dell’Ilva di Taranto tra rappresentazioni e identità”; la ricerca, grazie alla fitorimediazione nella tesi di di Adriano Fonzino, sull’Ecologia, “Bioaccumulazione di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) in isopodi detritivori da terreni contaminati, ruolo dell’azione di fitorimediazione di Phragmites australis”; finale con il resoconto della spedizione di Daniele Marescotti, in rappresentanza del Cetri Tires (Circolo Europeo per la Terza Rivoluzione Industriale) a Stoccolma, in collaborazione con Peacelink, nel rione periferico industriale bonificato di “Hammarby Sjostad”. Moderava il dibattito, in diretta streaming sul web, la responsabile del nodo di Taranto di Peacelink, Fulvia Gravame, la quale ha esordito negando il miglioramento della qualità dell’aria tarantina, alle prese con quasi quotidiani slopping, assolutamente fuori legge e non consentiti nell’Aia, Autorizzazione integrata ambientale. Francesco Scialpi è riuscito a raccontare con linguaggio tecnico il menefreghismo di parte del territorio, complice della mancanza di reazione in questi anni, avvalendosi di contributi video già noti sulle intercettazoni di “Ambiente Svenduto” e citando l’inchiesta in corso della Magistratura, con le sue perizie o la scelta a suo avviso discutibile della campagna regionale “Questa è Taranto”: «Cos’è l’attualità? Quando un episodio crea scalpore, alcune notizie vengono accantonate e riprese quando fa comodo». Ed ancora: «Mi viene in mente la psicosi collettiva quando si è parlato dei 40.000

posti di lavoro a rischio, mentre Ilva conta 12859 diretti e 3000 nell’indotto. E 21711 sono i dipendenti del gruppo Riva nel mondo. Ho trovato discrasie tra due libri sullo stesso tema. Uno parla di 20.000 alberi abbattuti per la costruzione dell’acciaieria, l’altro di 40.000. A Taranto, si sono creati degli ossimori per vendere i giornali. Salute contro lavoro. Come è possibile metterli in contrasto?». Deborah De Iure, di Bari, a Padova ha discusso la sua tesi dopo aver trovato divisioni sul caso Ilva, rimarcando più volte l’alto attaccamento al luogo emerso, specialmente quando faceva domande al campione intervistato evidenziando la minaccia dell’Ilva: «Ho studiato le metafore in riferimento all’Ilva – spiegava – l’azienda è vista come un mostro. Sono presenti i termini di battaglia, guerra, sfruttamento e colonizzazione». Verrebbe fuori il sottodimensionamento del rischio in chi è favorevole all’Ilva. L’ultimo neo dottore, Adriano Fonzino, ha illustrato il suo esperimento di fitorimediazione, confrontando una zona con inquinanti pesanti come gli Ipa, vicino ad una portineria Ilva, e la zona del fiume Tara con le piante fitorimedianti autoctone. Concludendo sull’efficacia di queste tecniche naturali e ipotizzando diversi usi, come avviene nella fitodepurazione delle acque reflue degli agriturismi, senza dover rimuovere il terreno inquinato e smaltirlo in discariche di rifiuti speciali.

Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia, edizione di Taranto, 17 dicembre 2013

Un rione periferico di Stoccolma, da baroccopoli industriale a zona residenziale ad impatto ridotto, forse il 50% in meno. Si tratta di “Hammarby Sjostad” e potrebbe ispirare la rinascita dei Tamburi. Daniele Marescotti ha incontrato sul posto una referente del centro di informazione ambientale ed è tornato in Italia con la conferma di bonifiche, sostenibilità, a livello di fonti rinnovabili, mobilità, avveniristici sistemi di raccolta differnziata mimetizzata, fitodepurazione. Non si poteva risalire ai responsabili dell’inquinamento, tra le tante e frammentate fabbriche di più tipi. E pagò il Comune: una spesa evitabile solo se avessero dimostrato il nesso di causalità tra danni e fonti inquinanti. Si auspicherebbe un confronto tra Politecnico di Bari (sede di Taranto) e di Stoccolma, sul caso.
F.Ra.

La canapa del riscatto

Un terreno contaminato salla diossina sarà binificato da una piantagione di canapa. Accade a tarantoT

Il bestiame della masseria Fornaro avviato ell'eliminazione nel 2008

Pecore, capre e agnelli fatti uscire dalle stalle. Trascinati nei camion su commissione dell’Asl. Portati via e abbattuti. Accadeva a Taranto, nel 2008, nella masseria del Carmine della famiglia Fornaro, a due chilometri dell’acciaieria Ilva. Gli oltre 500 capi bestiame erano contaminati da diossine, perché i terreni su cui avevano brucato erano contaminati. Il loro latte era pericoloso per la salute. A distanza di cinque anni, in quella masseria, simbolo del dramma della comunità tarantina, parte un progetto che potrebbe far rinascere la speranza:la bonifica dei terreni attraverso la coltivazione della canapa, pianta capace di catturare le sostanze inquinanti, tra le quali anche i metalli pesanti, come lo zinco, e riutilizzabile come materiale per l’edilizia e le manifatture. È una sperimentazione voluta da CanaPuglia, e il nome del loro progetto – Canapa –  sta per Coltiviamo azioni per nutrire abitare pulire l’aria. È un’associazione nata nel 2010 dall’idea di alcuni ragazzi di Conversano, tra i quali il presidente, Claudio Natile. Il loro progetto, vincitore del bando regionale Principi attivi, ha ottenuto un finanziamento iniziale di oltre 20 mila euro.locandina canapa L’obiettivo è la rivalutazione della coltivazione della duttile pianta, utilizzabile anche come alimento, per una sorta di cambiamento culturale voluto dai suoi promotori. E l’iniziativa è stata presentata pochi giorni fa.

Non solo Taranto – In Puglia e in Italia esiste già una rete di coltivatori e produttori legati alla canapa, che ha come referente regionale proprio la giovane associazione. Tra marzo e aprile partirà quello che CanaPuglia definisce “un contributo per il territorio di Taranto”, vale a dire la semina delle piante su quattro ettari di terreni inquinati della masseria Carmine. A ottobre, invece, ci sarà il raccolto. Tutte le fasi dell’esperimento, che durerà per tre anni e per tre raccolti, saranno monitorate e studiate dal Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura) e l’Università di Bari. Sarà importante capire come e quanto la pianta sia in grado di catturare le sostanze inquinanti e se e in quale modo le rilasci, partendo dal dato che un ettaro di piantagione è capace di assorbire due tonnellate di C02, l’anidride carbonica. «Vogliamo iniziare a parlare di bonifica in termini di Phytoremediation, una tecnica che prevede l’uso delle piante per sequestrare sostanze nocive organiche e inorganiche – spiega Claudio Natile –  una tecnica a basso costo, sia ambientale che economico, utilizzata a Chernobyl nel ’95.

Il presidente di CanaPuglia, Claudio Natile

Stiamo entrando in contatto con l’azienda e il ricercatore che ha portato avanti la sperimentazione. Il progetto parte dalla Masseria Carmine poiché è un luogo simbolo, emblematico del forte impatto del polo industriale di Taranto sul suo territorio. Già altre masserie si sono interessate a seminare canapa per creare, pian piano, una green belt (una cintura verde, n.d.r.) intorno all’Ilva. Il progetto consisterà nel mettere insieme queste masserie dando loro anche il marchio di qualità masseria verde».

Un progetto per tre anni – L’investimento iniziale è tutto a carico di Canapa Puglia e sarà all’incirca di 2 mila 400 euro per le coltivazioni e 5 mila euro per le analisi e gli studi. La Regione ha solo dato il patrocinio morale al progetto, tanto che l’associazione è in cerca di donatori privati che vogliano appoggiarlo. Più in là, però, non si esclude una partecipazione attiva da parte dell’ente. Cinque anni fa le carcasse degli ovini furono trattate e smaltite come rifiuti pericolosi. La notizia e le immagini della mattanza che mise in ginocchio l’azienda agricola dei Fornaro, in vita da cento anni, impressionarono l’Italia intera. Di lì a poco sono stati abbattuti altri 2mila capi bestiame a Taranto e dintorni, la diossina è stata trovata anche nelle carni e il pascolo è stato vietato in un raggio di 20 chilometri dalla zona industriale. Con la canapa si spera di trovare una via d’uscita e una speranza per le produzioni agricole e l’intera comunità.