un illusione…

“Forse è solo un’illusione: si sta benissimo soli la maggior parte del tempo.

Piace di tanto in tanto avere un oltre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già noi.

Mistero perchè non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra riavere noi dagli altri”.

– Cesare Pavese, Diari

L’ILVA è UNA ZONA FRANCA. DOVE TUTTO Può SUCCEDERE

 (Gianmario Leone 18 01 2014)
IL 3 E 4 DICEMBRE NUOVA ISPEZIONE DI ISPRA E ARPA. SOLITE VIOLAZIONI RISCONTRATE, MA LA LEGGE DEL 4 AGOSTO HA “CONDONATO” TUTTO

Il vulnus giuridico è sempre lo stesso. Per effetto dell’art. 1 comma 3 del decreto di Riesame dell’AIA del 26 ottobre 2012 (incorporato nella legge 231/2012 meglio conosciuta come ‘salva Ilva), ogni trimestre i tecnici di ISPRA ed ARPA Puglia si recano nello stabilimento siderurgico Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA: l’ultima ispezione è avvenuta il 3 e 4 dicembre scorsi (le precedenti si sono svolte il 5-6-7 marzo, il 28-29-30 maggio e il 10-11 settembre dello scorso anno). Puntualmente i tecnici hanno riscontrato diverse violazioni, segnalate all’azienda ed al ministero dell’Ambiente all’interno di diffide con le quali s’intimava all’Ilva di “mettersi in regola” (diffide del 14 giugno, 22 luglio e 21 ottobre). Cosa peraltro mai avvenuta. A quel punto, secondo quanto previsto sia dal Codice Ambientale (Dlgs. 152/2006) che dal riesame AIA e dalla legge 231/2012, sarebbero dovute partire le sanzioni nei confronti dell’azienda, il cui importo avrebbe potuto raggiungere come tetto massimo, il 10% del fatturato.
Tutto questo non è mai accaduto. Per diversi motivi. Il primo, ed è per questo che parliamo di “vulnus giuridico” (che su queste colonne abbiamo segnalato più volte negli ultimi mesi), è dovuto a quanto previsto dalla legge 89 del 4 agosto scorso. Perché se è vero che la stessa prevede che la progressiva adozione (lasciata appositamente in una terminologia ambigua) delle misure indicate nelle prescrizioni AIA sia affidata al commissario Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti, a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 10 ottobre e che il decreto 136 del 3 dicembre scorso prevede debba essere approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente entro il prossimo 28 febbraio). Oggi, come nei mesi scorsi, la domanda che ci sorge spontanea è sempre la stessa: perché mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Visto che tra l’altro il commissariamento del siderurgico si è reso necessario proprio per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA da parte del gruppo Riva?
Del resto, se la maggior parte delle tempistiche previste inizialmente dall’AIA sono state tutte rimodulate nel tempo, è sulle “nuove prescrizioni” che Bondi deve garantire la progressiva attuazione, non su quelle “vecchie”. Quindi, come scrivemmo nei mesi scorsi, è come se all’Ilva questi ultimi 8 mesi fossero stati del tutto “condonati”.
Per mettere un punto sulla querelle, il decreto 136 dello scorso 3 dicembre che la Camera si appresta a votare, si occupa proprio di questo “vulnus giuridico”. Esattamente al punto “F” dell’art. 12, dove si legge che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% (un emendamento accolto nei giorni scorsi ha alzato l’asticella all’80%) del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione (tanto c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto). Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto.

Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso dicembre. Che ha evidenziato per la quarta volta di fila l’inadempienza delle solite prescrizioni. Per questo, ci concentreremo sulle “novità” o i dati in più presenti nel verbale dell’ispezione.
Per quanto concerne la prescrizione n. 4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), si apprende che Ilva lo scorso 22 novembre ha presentato istanza di modifica non sostanziale per “rinuncia all’utilizzo dell’area parco Nord Coke”, pur avendo inoltrato la documentazione di un progetto per l’area in questione appena lo scorso 29 luglio. I tecnici hanno verificato infatti che il parco è risultato sgombro di materiale per larga parte della sua superficie.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato un nuovo scaricatore a tazze per il secondo sporgente, in aggiunta ad uno analogo utilizzato sul quarto sporgente, ma si continua a sottolineare che l’azienda “non ha trasmesso, entro 30 giorni dalla data di ricezione della diffida del 14/06/13, il progetto esecutivo corredato dal relativo crono programma degli interventi”. E l’adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati dov’è finita?
Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori”): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 28% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Giova a tal proposito ricordare che l’azienda ha ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015).
Nel piano di lavoro dei tre esperti, si legge però che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto. Ora, per la realizzazione della copertura totale dei nastri, si dovrà attendere giugno 2016. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere di “ambientalizzazione” già effettuare dall’azienda, il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio) la cui ultimazione era prevista per gennaio 2014, l’Ilva è in attesa di ricevere il nulla osta dal ministero dell’Ambiente “per l’effettuazione degli scavi per le fondazioni del camino e del filtro”. Dopo essere stato fermato nel mese di luglio, AFO/2 è ripartito lo scorso novembre. Nel penultimo verbale redatto dai tecnici ISPRA ed ARPA in merito all’ispezione del 10 e 11 settembre, era stata verificata l’ultimazione degli interventi di chiusura per la “stock house”. Come riportammo nello scorso ottobre però, nel piano redatto dai tre esperti a proposito dei lavori previsti per AFO 2 si leggeva quanto segue: “il forno AFO/2 è stato fermato per motivi di mercato (indipendentemente dalle prescrizioni AIA), e ne è previsto il riavvio nel gennaio 2014; gli interventi di depolverazione sono stati riprogrammati temporalmente e con la previsione di installazione di filtri a tessuto. L’ultimazione degli interventi deve avvenire entro il 31 marzo 2014. Il riavvio sarà eseguito dopo la conclusione delle opere”. Questo significa che Ilva ha fatto ripartire un altoforno senza che prima siano stati effettuati tutti i lavori previsti dall’AIA. Durante l’ispezione di settembre l’Ilva, a fronte delle contestazioni dei tecnici ISPRA e ARPA, rispose di essere “in attesa della definizione delle proposte del piano degli esperti”: ma prima ancora che il piano sia stato approvato con apposito decreto ministeriale, l’azienda ha fatto ripartire un impianto che lei stessa aveva previsto di rimettere in marcia nel gennaio 2014 (e che per il piano degli esperti doveva ripartire a lavori ultimati non prima del prossimo mese di marzo).
E veniamo ora alle ulteriori note dolenti. Per quanto riguarda la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke. Presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching”), di cui ci siamo occupato nei giorni scorsi per via del caso scoppiato con le emissioni del 1 gennaio scorso, nel verbale d’ispezione è segnalato il perdurare del supermento del valore imposto dall’AIA di 25 grammi per tonnellata. Lo si apprende dalle registrazioni fornite dalla stessa Ilva relative al periodo luglio-settembre 2013, dove in alcuni casi è stato registrato il superamento dei limiti per le torri di spegnimento n. 5 asservite alle batterie 7-8, sia per le torri n. 6 asservite alle batterie 11-12, attualmente in funzione. Inoltre, non risultano aggiornamenti per il progetto per ridurre ulteriormente le emissioni. I problemi di questa operazione (fisiologica per un siderurgico) sono due come evidenziammo tempo addietro: il primo è che le torri di spegnimento dell’Ilva non sono dotate di filtri che trattengano il particolato del coke che il vapore trascina con sé. L’unica “limitazione” alle polveri emesse infatti, è “garantita” dalle delle così dette “persianine”, che altro non sono che delle sporgenze interne alle torri, su cui la polvere “dovrebbe” depositarsi. Secondo: l’Ilva non è dotata dello spegnimento a secco del coke (“dry quenching”) che viene utilizzato in diversi impianti siderurgici europei, che consente da un lato un notevole risparmio energetico e dall’altro l’eliminazione delle nubi di vapore che portano con se il particolato del coke. ARPA Puglia, nel corso del processo istruttorio della commissione IPPC di riesame dell’AIA, aveva proposto di esaminare la possibilità di adozione di tale procedimento: ma il suggerimento, nemmeno a dirlo, non fu accolto.
Ancora peggio per quanto riguarda la prescrizione n. 70 secondo punto, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping” tramite interventi di natura gestionale. Lo scorso 15 novembre l’Ilva dichiarava di aver ultimato l’intervento di implementazione su tutti i convertitori del nuovo sistema ISDS, come evoluzione del sistema RAMS finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di “slopping”. ISPRA ed ARPA però, segnalano come permanga ancora inevasa la richiesta del protocollo operativo del nuovo sistema RAMS (come peraltro già evidenziato dalla diffida del 14 giugno scorso). Dal febbraio al dicembre 2012 si verificarono ben 240 fenomeni di “slopping” nelle due acciaierie. Dal verbale dell’ultima ispezione, si apprende che sono stati analizzati alcuni episodi anomali nel periodo che va dal 1 settembre all’11 novembre 2013: gran parte degli episodi di emissioni anomale dal tetto delle acciaierie (oltre l’80%), hanno avuto luogo tra le ore 20 e le ore 6 del mattino. Di 21 eventi di emissione straordinaria dal tetto dell’acciaieria annotati sul registro elettronico, ben 17 hanno avuto luogo in quell’intervallo di tempo: in pratica quando, venuta meno la luce del giorno, è pressoché impossibile osservarli ad occhio nudo. A tal proposito è stata richiesta all’Ilva una relazione di approfondimento soprattutto sulle cause tecniche ed ambientali che hanno provocato tali eventi, corredata da una quantificazione degli effetti ambientali.
Infine, la prescrizione n. 85. Che prevedeva, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Lo scorso settembre, ARPA aveva verificato che erano terminate le installazioni delle strumentazioni nelle centraline di stabilimento per il monitoraggio della qualità dell’aria e che i relativi dati vengono trasmessi all’Agenzia per la successiva validazione. Il problema, come segnalato nei mesi scorsi anche da un’associazione ambientalista locale, riguarda la centralina installata nell’area cokeria. Prima stranezza, il fatto che la recinzione metallica di delimitazione dell’area asservita alla cabina, dove sono ubicati i deposi metri per la caratterizzazione delle polveri, è risultata con cancello aperto e senza lucchetto. Inoltre, viene segnalato il fatto che l’Ilva, del tutto autonomamente, abbia provveduto ad installare un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale prospiciente la cabina, cosa che nelle altre aree dove sono installate le altre centraline non avviene. In questo modo, è impossibile stabilire il contributo dell’inquinamento proveniente dall’esercizio degli impianti rispetto a quello dovuto al traffico di veicoli che esercitano in quell’area. La stessa ARPA ha evidenziato all’ISPRA che “il sistema di irrigazione rende l’area della cokeria immediatamente adiacente alla centralina differente rispetto alla situazione ambientale del resto dell’impianto, producendo così una eliminazione del contributo di “fondo” locale ai dati misurati, e quindi rendendo poco significativa la correlabilità dei dati della centralina rispetto alla situazione dell’impianto”.
Quello che sconcerta, al di là del fatto che tali eventi continuano a contribuire all’inquinamento, è il fatto che anche gli enti preposti come ISPRA ed ARPA sono in attesa di capire quale amministrazione debba accertare lo stato di qualità dell’aria e se i termini del rispetto della stessa debbano essere intesi come scadenze temporali o più in generale come prescrizioni. Così come si attende di comprendere quale sarà la nuova procedura di accertamento, contestazione e notifica delle sanzioni. Insomma, si brancola nel buio. Come se si fosse in una zona franca dove nessuno sa esattamente cosa fare. Auguri.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

 

Taranto, l’Arpa dà parere negativo sull’inceneritore previsto al rione Tamburi

di Mimmo Mazza

TARANTO – L’Arpa dice stop alla procedura di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale alla società Ecodì srl che intende realizzare un inceneritore di rifiuti pericolosi e non pericolosi, in contrada Santa Chiara, a ridosso degli stabilimenti di Ilva, Cementir ed Eni.

La società possiede già dal 1998 un impianto destinato allo stoccaggio ed incenerimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi ma ora vuole realizzare un nuovo inceneritore per affiancare quello già esistente in maniera tale da elevare a circa 8.500 tonnellate annue il quantitativo di rifiuti smaltiti. L’impianto in questione, in particolare, permette la termodistruzione e lo stoccaggio dei rifiuti provenienti da strutture sanitarie (ospedali e cliniche), da laboratori, ambulatori e studi medici e dentistici, da attività agricole e dalla raccolta differenziata e non dei rifiuti urbani.

L’Arpa, con una nota inviata al commissario prefettizio della Provincia, al sindaco Ezio Stefàno e alla Regione Puglia, solleva però dei dubbi sul progetto, chiedendo esplicitamente la sospensione dell’iter autorizzativo.

Nelle quattro pagine firmate dal direttore scientifico dell’Arpa Massimo Blonda sono numerosi i rilievi compiuti sulla domanda presentata dalla società Ecodì che pure, va rilevato, il 13 gennaio del 2012 aveva incassato il parere favorevole della Regione nella procedura di valutazione di impatto ambientale, tramite determina firmata dal dirigente servizio ecologia Antonio Antonicelli, che ne dichiarò la conformità con il Piano di gestione dei rifiuti della Puglia, e dalla funzionaria del comitato regionale Via Carmen Mafrica, e con il silenzio-assenso di Comune e Provincia.

Secondo l’Arpa, invece, non è stata svolta alcuna valutazione degli impianti della Ecodì riguardo la trattazione delle diossine.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/taranto-l-arpa-d-parere-negativi-sull-inceneritore-previsto-al-rione-tamburi-no683204#.Usv2t46HN-E.twitter

Comunicato PeaceLink in risposta ad ARPA e a ILVA

Nel comunicato stampa le risposte di peacelink a Arpa e Ilva
4 gennaio 2014 – Redazione Peacelink

le emissioni del 1 gennaio 2014

le emissioni del 1 gennaio 2014
Autore: gianfranco curto
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PeaceLink invia il proprio comunicato di replica a Ilva e Arpa Puglia.

 

RISPOSTA AD ARPA

Apprendiamo dal prof. Giorgio Assennato, direttore generale dell’ARPA Puglia, che “la centralina che monitora le cokerie è sottoposta a trattamento intensivo di tipo protettivo”, il che spiegherebbe i valori non elevati di IPA (idrocarburi policiclici aromatici) misurati dentro l’ILVA.

Ci piacerebbe che anche la città di Taranto venisse sottoposta ad un “trattamento intensivo protettivo” che consenta a far scendere l’inquinamento, per fare degli esempi, a questi livelli misurati dentro lo stabilimento ILVA:

 

3,7 nanogrammi/metro cubo l’1 agosto 2013 (parchi minerali ILVA);

7 nanogrammi/metro cubo il 10 agosto 2013 (parco minerali ILVA);

3,8 nanogrammi/metro cubo il 15 agosto 2013 (parco minerali ILVA);

7,6 nanogrammi/metro cubo l’11 novembre 2013 (cokeria ILVA);

7,9 nanogrammi/metro cubo il 13 novembre 2013 (cokeria ILVA);

7 nanogrammi/metro cubo il 16 novembre 2013 (cokeria ILVA);

6,3 nanogrammi/metro cubo il 1° dicembre 2013 (parco minerali ILVA);

6 nanogrammi/metro cubo il 3 dicembre 2013 (parco minerali ILVA);

7,3 nanogrammi/metro cubo il 25 dicembre 2013 (cokeria ILVA);

5,1 nanogrammi/metro cubo il 26 dicembre 2013 (cokeria ILVA).

 

 

 

Tutto questo è avvenuto mentre l’ARPA misurava una media di IPA in concentrazione molto più elevata nel quartiere Tamburi di Taranto (a ridosso del quale sorge l’ILVA):

30,8 nanogrammi a metro cubo ad agosto 2013;

34,4 nanogrammi a metro cubo a novembre 2013 (dopo aver sospeso la validazione dei dati a settembre e ottobre);

43,9 nanogrammi a metro cubo a dicembre 2013.

 

emissioni del 1 gennaio 2o14

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L’ultima misurazione nel quartiere Tamburi, effettuata da Arpa nel quartiere Tamburi il 2 gennaio 2014, vede schizzare gli IPA a 78,3 nanogrammi a metro cubo, ossia a concentrazioni dieci volte superiori a quelle misurate dentro l’ILVA nei giorni in cui il “trattamento intensivo protettivo” ha funzionato meglio.

 

Di fronte a questi dati sconcertanti, ci chiediamo se i lavoratori dell’ILVA possano a questo punto essere indotti da questi dati a non indossare i dispositivi di protezione individuale in quei giorni di “aria buona”.

Il lavoratore che infatti consultasse il sito dell’ARPA sarebbe indotto infatti a pensare che le concentrazioni di IPA cancerogeni nell’ILVA siano inferiori a quelle del quartiere Tamburi e quindi potrebbe – ragionando in base alla logica – ritenere opportuno semmai indossare le mascherine anti-inquinamento fornite dall’ILVA quando esce dalla fabbrica e ritorna a casa, visto che persino nella zona Bestat (a cinque chilometri dai camini ILVA) le concentrazioni di IPA sono arrivate a 22 nanogrammi a metro cubo (media calcolata sulle misurazioni effettuate da PeaceLink a dicembre 2013).

La documentazione di PeaceLink è disponibile su http://www.peacelink.it/ecologia/a/39556.html e chiediamo sia ad Arpa sia ad altri soggetti di fare osservazioni pertinenti ai dati evidenziati.

RISPOSTA A ILVA

In merito al comunicato stampa dell’ILVA SPA del 3 gennaio 2014 sugli eventi anomali verificatisi in data 1° gennaio 2014 (visionabile all’indirizzo Internethttp://www.gruppoilva.com/items/41/allegati/1/comunicato_stampa_ILVA_3gennaio2014.pdf e che costituisce una risposta all’articolo di PeaceLink visionabile all’indirizzohttp://www.peacelink.it/ecologia/a/39551.html), PeaceLink chiede che venga resa pubblica la relazione che descriva l’intervento dei VVFF nello stabilimento Ilva di Taranto, i risultati delle ispezioni e le conclusioni del sopralluogo.

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Per quanto riguarda i dati di qualità dell’aria rilevati nella medesima data e indicati da ILVA SPA come assolutamente sotto il livello di pericolo, PeaceLink chiede se

 

La popolazione deve essere messa a conoscenza di eventuali sforamenti avvenuti e a tal fine chiediamo al Ministero dell’Ambiente di comunicarci quanto prima i dati dell’ultima ispezione dell’ISPRA. ILVA già in precedenza ci risulta avesse violato la prescrizione AIA n. 49 che regolamenta tale emissione e che riportiamo di seguito.

 

“(Prescrizione AIA Nr.49) Si prescrive all’Azienda, in accordo con le tempistiche sopra richiamate, che l’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke, in accordo con le prestazioni di cui alla BAT n. 51. Si prescrive, altresì, di presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Si prescrive all’Azienda di eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching).”
Riportiamo di seguito le notifiche Ispra in merito alle violazioni ILVA di questa prescrizione AIA:
(Ipra) Violazione notificata a Ilva ottobre 2013

“Superamento del valore di 25 g/t coke nell’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento nr 4, 5, 6, 7 asservite alle batterie 7-8 e alle batterie 11-12 attualmente in funzione, contrariamente a quanto previsto dalla prescrizione 49, paragrafo 3.5.9 “spegnimento coke”

emissioni del 1 gennaio 2014

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(Ispra) Violazione notificata a Luglio 2013

“Superamento del valore di 25 g/t coke nell’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento nr 1 asservita alle batterie 3-6 della cokeria non più in esercizio, nei mesi precedenti le fermate delle batterie prima della chiusura, e nelle torri di spegnimento nr.4, 6, 7 asservite alle batterie 7-8 e alle batterie 11-12 attualmente in funzione, il suddetto superamento comporta la violazione della prescrizione 49 paragrafo 3.5.9, la violazione è stata accertata nel periodo gennaio-aprile 2013 nel quale risultano quattro superamenti del valore limite di particolato (25g/t coke) contenuto nel flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento nr 1,4,6,7”.

 

Chiediamo inoltre, nel caso in cui si siano verificati sforamenti del valore di 25 g/t coke, se l’Azienda lo ha comunicato alle Autorità competente in virtù delle prescrizioni AIA. ISPRA aveva lamentato una già avvenuta omissione in tal senso. Si veda infatti la seguente

 

(Ipra) Violazione notificata a Ilva ottobre 2013

omesse comunicazioni con dettagliate informative all’Autorità Competente ed agli enti di controllo previste dal paragrafo 13 del Parere Istruttorio Conclusivo, come integrata alla prescrizione 89 e dal paragrafo 9.3 del Piano di Monitoraggio e Controllo relativamente alle non conformità ai limiti emissivi di cui al precedente punto per la inosservanza della prescrizione 49”

In risposta a PeaceLink e a chi aveva fotografato le emissioni del 1° gennaio 2014 particolarmente evidenti (si veda http://www.peacelink.it/ecologia/a/39551.html e le tante foto apparse su Facebook) l’Ilva ha dichiarato: “I fenomeni ripresi nelle immagini sono verosimilmente riconducibili alla presenza di un grosso corpo nuvoloso insistente sull’area dello stabilimento. Infatti, il corpo nuvoloso si presenta

distaccato rispetto alle emissioni di vapore acqueo prodotto dalle attività dello stabilimento (vedi

foto). Inoltre, da dati meteo si evince che il giorno 1 gennaio 2014 è stato caratterizzato da un

elevato tasso di umidità con valori dell’ordine del 90% circa. Si potrebbero anche essere verificati

fenomeni di inversione termica”.foto con "descrizione" utilizzata da ilva nella la nota del 3 gennaio 2014

foto con “descrizione” utilizzata da ilva nella la nota del 3 gennaio 2014
Autore: daniela casavola
Fonte: daniela casavola
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Pur riconoscendo una condizione climatica particolare nel giorno 1 gennaio 2014 (vento/umidità), PeaceLink escluderebbe che possa avvenire un fenomeno di inversione termica sullo stabilimento Ilva di Taranto. Il fenomeno di inversione termica si innesca a seguito della coincidenza di più fattori incidenti in uno stesso luogo, uno dei quali, quello fondamentale, è la persistenza di un suolo freddo e non riscaldato, casualità improbabile nel caso dello stabilimento Ilva che genera calore e che riscalda il suolo a seguito della normale attività degli impianti.

Inoltre la fotografia allegata alla nota Ilva dimostra chiaramente una separazione tra vapore e eventuale formazione nuvolosa. Ma potrebbero essere osservate altre fotografie che dimostrano il contrario e che sono state scattate in tutte le ore della giornata del 1° gennaio 2014. Ne alleghiamo alcune, dove diverse emissioni di vapore provenienti da diverse zone dello stabilimento sembrano sostare sullo stabilimento e sul quartiere Tamburi di Taranto. Consci che la fotografia possa dare solo una risposta visiva confidiamo nei rilievi delle autorità di controllo sulle fonti delle emissioni come già chiesto nei punti precedenti.

 

Per PeaceLink

 

Antonia Battaglia, Luciano Manna, Alessandro Marescotti

http://www.peacelink.it/ecologia/a/39562.html

In due sbugiardano Vendola

Ilva, pressione sui controlli: In due sbugiardano Vendola

vendola

Non ho mai ricevuto da Vendola nessuna pressione e nessuna intimidazione”. È la mattina del 28 novembre 2012 quando Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, entra nella caserma della Guardia di finanza di Taranto. I finanzieri – che indagano da due anni sull’inqui – namento dell’Ilva – hanno raccolto una mole d’intercettazio – ni che li ha ormai persuasi: Nichi Vendola, in concorso con i vertici dell’Ilva, ha fatto pressioni su Assennato per “ammorbi – dirlo”. In quelle ore, per il governatore pugliese, è sempre più vicina l’accusa di concussione, ma Assennato nega: nessuna pressione. Neanche il 15 luglio 2010 quando, secondo l’accusa, fu tenuto fuori dalla porta, mentre Vendola discuteva con i Riva, e fu costretto ad aspettare per ore. Eppure un testimone di quella giornata racconta di aver incontrato Assennato con lo “sguardo rassegnato” e “la testa bassa”. Per ricostruire la vicenda, però, è necessario fare un passo indietro. La guerra contro Assennato Nell’estate 2010, l’Arpa rileva i dati del Benzo(a)pirene emessi nel rione Tamburi di Taranto: superano il limite previsto e l’Agenzia scrive una relazione durissima: chiede a Ilva di adeguare la produzione alle condizioni meteorologiche perché l’inquinamento, quando il rione è sottovento, cresce in maniera preoccupante. I Riva temono di dover diminuire la produzione. La guerra di Ilva contro il direttore generale dell’Arpa diventa furiosa. C’è posta per Nichi Archinà, il braccio destro dei Riva, lavora ai fianchi di Assennato. Si lamenta con Vendola degli scienziati che hanno redatto lo studio, Massimo Blonda e Roberto Giua, iniziando a ottenere qualche risultato. È lo stesso Assennato a chiamare Archinà, ai primi di giugno, per lamentarsi di essere stato “delegittimato”. La ragnatela di Archinà diventa di ora in ora più fitta. Il 22 giugno scrive a Fabio Riva. Sostiene che Assennato è stato sconfessato e descrive la posizione di Vendola: “Per nessun impianto Ilva si deve ipotizzare una sia pur minima restrizione”. E soprattutto: spiega che ha un accordo con il governatore. La lettera, che Ilva sta scrivendo ad Arpa, deve essere inviata, per conoscenza, anche a Vendola che “al ritorno dalla Cina affronterà direttamente la questione”. Ed effettivamente, tornato dalla Cina, Vendola chiamerà Archinà per ricordargli: “Non mi sono defilato”. Questione d’immagine Nelle stesse ore Archinà confida ai suoi: “Vendola è molto arrabbiato perché gli fanno fare brutta figura con l’opinione pubblica”. E in effetti, per il segretario di Sel, ormai lanciato in una dimensione nazionale, ammettere che l’inquina – mento in Puglia sta aumentando, può rappresentare una potente caduta d’immagine. E ora torniamo alle risposte di Assennato agli investigatori. La riunione del 15 luglio Gli inquirenti mostrano al direttore generale dell’Arpa un’internacettazione: Archinà racconta come andò, il 15 luglio 2010, la riunione tra Vendola e i Riva. “Tieni presente che già psicologicamente, ieri, è avvenuto questo: Assennato è stato fatto venire al terzo piano però è stato fatto aspettare fuori… come segnale forte…”. Assennato risponde di non ricordare “nulla, salvo che vi fu una riunione, nella quale ci fu un’anomala attesa da parte mia… non credo di aver partecipato… ma posso escludere qualsiasi pressione”. La lunga serie di “non ricordo” costa ad Assennato l’accusa di favoreggiamento personale nei confronti di Vendola: con le sue risposte, secondo l’accusa, l’ha aiutato a eludere l’imputazione di concussione. Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare due dettagli che arricchiscono il contesto di quelle ore. Le parole di Archinà, su quella riunione del 15 luglio, raccontano qualcosa in più: “Assennato è stato fatto venire al terzo piano, però è stato fatto aspettare fuori, come segnale forte… cosa che poi lui ha fatto trapelare sul Corriere del Giorno…”. Cos’è trapelato sul quotidiano locale? E soprattutto: chi l’ha fatto trapelare? “Testa bassa – scrive il cronista Michele Tursi – sguardo rassegnato. Quello che le veline non dicono riguarda il professor Giorgio Assennato”. Quel giorno in Regione si tiene la conferenza stampa per il “monitoraggio diagnostico” dell’Ilva. “Strana conferenza stampa convocata, poi revocata e poi di nuovo convocata”, racconta Tursi. “Strana – continua – l’assenza di Assennato nell’incontro con i giornalisti. Strano che fosse stato avvisato all’ultimo momento con un sms e poi lasciato fuori dalla porta…”. Il Fatto ha rintracciato il cronista che racconta: “Quella mattina, effettivamente, parlai con Assennato e non era sereno”. Agli inquirenti Assennato racconta di essere andato via, dopo la riunione tra Vendola e Riva, alla quale non partecipò, mentre il Corriere del Giorno racconta che era ancora in Regione, “rasse – gnato” e “con la testa bassa”. Secondo gli inquirenti, le pressioni di Vendola su Assennato, facevano leva sulla riconferma del suo incarico, che scadeva nel marzo 2011. Clima infuocato E proprio a ridosso di quella data avviene un altro episodio che il Fatto è in grado di ricostruire. Un episodio che non integra alcuna ipotesi di reato ma spiega il clima di quei mesi. “Arpa – racconta una fonte che preferisce mantenere l’anonimato – aveva ultimato le rilevazioni su diossina e benzo( a)pirene, quelle relative al 2010, e Assennato era pronto a diffondere i dati con un comunicato stampa: le emissioni erano ulteriormente cresciute. Vendola, quando apprese che Arpa stava per inviare il comunicato stampa, convocò una riunione informale, alla presenza degli assessori Nicastro, Fratoianni, Amati, Pelillo, Capone, più il responsabile della comunicazione, Eugenio Iorio. Vendola era allarmatissimo: telefonò ad Assennato, davanti a tutti, per ricordargli che non poteva diffondere quei dati senza confrontarsi con la Regione. Non intendeva manipolare nulla. Sia chiaro. Ma redarguì Assennato, con durezza, per dirgli che quel tipo di comunicazione andava assolutamente concordata”. Una richiesta legittima, certo, poiché l’Arpa è un ente regionale. Una richiesta che racconta in quale clima, però, è stato vissuto, da Vendola, il monitoraggio dell’inquinamento targato Ilva.