La commissione risponde

 

Daniela Spera responsabile di Legamjonici ci comunica che: ” l 23 ottobre 2013 il comitato Legamjonici informava la Commissione Europea dell’esistenza di uno studio in grado di attribuire possibili responsabilità sulla contaminazione dei mitili del primo seno di Mar Piccolo anche all’Ilva di Taranto, integrando una denuncia già presentata sull’inquinamento del mare. Tale studio mette in evidenza il superamento dei valori di IPA, PCB e diossine nei sedimenti e nel canale di scarico in Mar Grande dell’ILVA e sottolinea la provenienza di diossine, PCB e furani dai processi siderurgici.

Nella stessa relazione poi si rivela uno studio condotto dal Dipartimento di Ingegneria Civile Idraulica del Politecnico di Bari in merito alla circolazione degli inquinanti nel Mar Piccolo. Tale studio dimostra che il flusso d’acqua degli scarichi ILVA in Mar Grande, combinato con l’effetto dell’ idrovora che preleva l’acqua da Mar Piccolo, condiziona la circolazione idrica in tutto il bacino, determinando la possibilità che gli inquinanti scaricati nel canale arrivino, tramite l’effetto del vento e delle maree, in 15 giorni nel Mar Piccolo, contaminando quindi le cozze.

 

Legamjonici ha fatto notare alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea che l’Ilva di Taranto é fonte inquinante ancora attiva e che continua a contaminare i terreni circostanti e le acque. Per questa ragione Legamjonici ha chiestol’intervento immediato delle Autorità Europee.

 

Ecco i passaggi salienti della lettera inviata dalla Commissione Europea il 13 dicembre 2013 al comitato Legamjonici.

 

‘’Mi pregio informarLa che nel marzo 2012 la Commissione europea ha avviato un’indagine sull’impianto siderurgico ILVA di Taranto e che, in esito a tale indagine, il 27 settembre 2013 la Commissione ha avviato una procedura d’infrazione inviando all’Italia una lettera di costituzione in mora.

Nell’ambito di tale procedura d’infrazione, tutt’ora in corso, la Commissione continuerà a verificare la corretta applicazione della pertinente normativa ambientale UE con riferimento all’ILVA di Taranto.’’ Conclude la Commissione Europea: ‘’Pertanto le informazioni da Lei trasmesse saranno prese in considerazione nell’ambito della suddetta procedura d’infrazione’’.

Daniela Spera (Legamjonici)

agorá magazine

Il mare malato

 

Ilva, Commissione europea indaga su emissioni in mare

TARANTO – Nell’ambito della procedura di infrazione già avviata contro l’Italia il 26 settembre scorso per i mancati controlli sull’inquinamento prodotto dall’Ilva di Taranto, la Commissione europea sta compiendo accertamenti anche sulle emissioni in mare. Lo rende noto il comitato Legamjonici, che aveva informato la stessa Commissione Europea dell’esistenza di uno studio in grado di attribuire possibili responsabilità sulla contaminazione dei mitili del primo seno di Mar Piccolo anche all’Ilva di Taranto, integrando una denuncia già presentata sull’inquinamento del mare.

 

“Legamjonici – sottolinea in una nota la portavoce Daniela Spera – ha fatto notare alla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea che l’Ilva di Taranto è fonte inquinante ancora attiva e che continua a contaminare i terreni circostanti e le acque. Per questa ragione abbiamo chiesto l’intervento immediato delle Autorità Europee”.

Nella lettera di risposta, la Commissione europea fa presente che le informazioni trasmesse da Legamjonici “saranno prese in considerazione nell’ambito della procedura d’infrazione”. Uno studio allegato dal comitato ambientalista, condotto dal Dipartimento di Ingegneria Civile Idraulica del Politecnico di Bari in merito alla circolazione degli inquinanti nel Mar Piccolo, spiega “che il flusso d’acqua degli scarichi Ilva in Mar Grande, combinato con l’effetto dell’idrovora che preleva l’acqua da Mar Piccolo, condiziona la circolazione idrica in tutto il bacino, determinando la possibilità che gli inquinanti scaricati nel canale arrivino, tramite l’effetto del vento e delle maree, in 15 giorni nel Mar Piccolo, contaminando quindi le cozze”.

La gazzetta del mezzogiorno

«Gestione rifiuti all’Ilva mancano le fideiussioni»

Giustizia penale e giustizia amministrativa seguono percorsi paralleli, quasi mai destinati a intrecciarsi perché la prima persegue i reati e la seconda invece valuta la legittimità di atti varati dalla pubblica amministrazione. Nel caso Ilva, però, non solo giudizi e valutazioni espressi dal Tar di Lecce, adito spesso, volentieri e con successo dall’amministrativista del gruppo Riva Franco Perli (ora indagato per associazione a delinquere finalizzata ad una pluralità di gravi reati) e dalla Procura di Taranto hanno spesso rappresentato duemodi diametralmente opposti di valutare l’offensività delle emissioni del siderurgico e dunque dei provvedimenti presi dai vari enti per farvi fronte ma ora, con la lettura dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato a 53 indagati, spunta una vicenda davvero eclatante per interessi in gioco e decisioni di segno opposto. Si tratta del capo di imputazione che vede indagati il patron dell’Ilva Emilio Riva, i figli Fabio e Nicola, gli ex direttori della fabbrica Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, i fiduciari Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti; i capi reparto e capi area Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, il presidente Bruno Ferrante e l’ex responsabile delle relazioni esterne Girolamo Archinà per violazione del decreto legislativo 152/2006 e del decreto legislativo 36/2003. I diciotto indagati, secondo l’accusa, avrebbero omesso di presentare le necessarie garanzie finanziarie relative agli impianti di stoccaggio, smaltimento e recupero dei rifiuti ubicati nell’Ilva, esercitando, di fatto, attività di gestione rifiuti non autorizzata; avrebbero effettuato attività di smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in discariche non autorizzate in considerazione della mancata presentazione delle predette garanzie finanziarie; avrebbero effettuato attività di recupero di rifiuti non autorizzate ed attività di gestione di sottoprodotti in assenza dei requisiti di legge, trasferendo i rifiuti di stabilimento nelle discariche non autorizzate. Ad aprile, il Tar di Lecce ha però accolto la richiesta di sospensiva presentata dall’avvocato del gruppo Riva Franco Perli e sospeso gli effetti della diffida firmata il 2 novembre 2012 dal dirigente del settore Ambiente della Provincia di Taranto Raffaele Borgia, che non aveva accolto le garanzie finanziarie presentate dall’Ilva. Per evitare che i gestori di impianti per i rifiuti abbandonino il sito una volta esaurito, evitando così di adottare le cautele previste per prevenire l’inquinamento della falda e dei terreni circostanti, in sede autorizzativa la legge prevede la richiesta di adeguate garanzie finanziarie.

Gli impianti per i rifiuti dell’Ilva sono stati autorizzati dalla Provincia tra il 2005 e il 2008, ma soltanto mercoledì scorso hanno avuto il via libera definitivo dal Parlamento, con un provvedimento che ha di fatto aggirato l’Autorizzazione integrata ambientale perché l’Aia del 4 agosto del 2011 fece uno stralcio del settore rifiuti e quella riesaminata nell’ottobre del 2012 dal ministro Clini non riuscì a comprendere il delicato settore. Per la sola attività di messa in riserva dei rottami ferrosi per la produzione di materia prima secondaria per l’industria metallurgica, l’importo delle garanzie richieste dalla Provincia ammonta a ben 231 milioni di euroma l’Ilva il 4 settembre del 2012 con fideiussione rilasciata da Banca Intesa, ha presentato un documento che garantisce per appena 346.500 euro.
Differenze sostanziali anche sul fronte dell’attività di recupero dei rottami ferrosi, con una fideiussione di appena 300mila euro – sempre con Banca Intesa – a fronte di una richiesta pari a 20 milioni di euro. Stando a quanto risulta dagli atti depositati dalla Procura, l’Ilva ha più volte cercato di ammorbidire la Provincia.

Sentito dai finanzieri quale persona informata sui fatti, l’avvocato Cesare Semeraro, responsabile degli affari legali dell’ente, spiegò quanto accadde nel luglio del 2012, pochi giorni prima del sequestro dell’acciaieria e degli arresti. «Il presidente Florido – ha raccontato Semeraro – mi disse di essere stato contattato dal dott. Ferrante, presidente dell’Ilva, il quale aveva palesato le proprie doglianze, in relazione alla richiesta di garanzie finanziarie che io ed il funzionario Franco Di Michele avevamo illustrato ai rappresentanti dell’Ilva. Florido mi chiese in che modo sarebbe stato possibile eventualmente sistemare la questione ed io risposi che le garanzie si potevano adeguare “pro-quota” solo in caso di rinuncia parziale all’autorizzazione all’uso di una discarica».

Il Tar di Lecce, invece, ha sospeso gli effetti dell’ordinanza emessa dalla Provincia, interpretando in maniera favorevole all’azienda una certificazione di qualità risalente che consente all’azienda di ridurre del 40% l’importo delle garanzie finanziarie. Tale certificazione è stata rilasciata da un istituto (l’Igq) che solo il 27 luglio del 2012 è stato accreditato a valutare anche le aziende che si occupano di recupero e riciclo di rifiuti metallici, ma secondo il Tar (presidente Antonio Cavallari, estensore Giuseppe Esposito, referendario Roberto Michele Palmieri) tale circostanza, che pure poteva oggettivamente costituire elemento di valutazione negativa con il regime di sostanziale prorogatio di cui da anni l’Ilva gode sul fronte discariche e rifiuti, non è rilevante a fronte delle conseguenze negative che l’azienda poteva subire in caso di esecuzione del provvedimento emesso dalla Provincia.

Ora, però, la Procura, formulando uno specifico capo di imputazione, sostiene che tutta l’attività di gestione dei rifiuti all’interno del siderurgico è illegale perché svolta tramite lo smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in discariche non autorizzate in considerazione della mancata presentazione delle garanzie finanziarie, una illegalità- illegittimità che, dunque, resta tutta da sanare, considerato che il Governo ha autorizzato le discariche dell’Ilva ma certo non ha risolto la grana fideiussioni, né tantomeno dato all’Ilva l’autorizzazione alla gestione dei rifiuti.

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/gestione-rifiuti-all-ilva-mancano-le-fideiussioni-no666642