«Quel tumore è causato dalla diossina dell’Ilva

Corte d’Appello di Lecce

 

di FULVIO COLUCCI

TARANTO – L’operaio dell’Ilva combatte ancora la malattia, ma per lui, per la sua storia, parlano, ormai, solo le carte processuali. E una sentenza, che oggi dice finalmente una cosa: non solo il suo tumore è colpa dell’inquinamento, ma tra le sostanze- killer c’è la diossina. È la prima volta che la diossina – madre di tutte le battaglie ambientaliste – sale sul banco d’accusa senza troppi giri di parole: «Lo ritengo un dato importante perché il riconoscimento arriva con la sentenza dell’otto gennaio scorso da un organo «terzo» come la Corte d’Appello di Lecce rispetto a giudici, diciamo, più vicini geograficamente alle questioni ambientali, di salute e sicurezza» spiega il difensore dell’operaio, l’avvocato Massimiliano Del Vecchio.

Il lavoratore, brindisino, si è rivolto alla Fiom Cgil chiedendo il riconoscimento della malattia professionale e l’indennizzo all’Inail. Del Vecchio ha seguito la tormentata vicenda.Dopo una perizia medica, il tribunale di Brindisi, nella sentenza del processo di primo grado che risale all’ottobre 2009, non ha ritenuto decisivo il ruolo degli agenti inquinanti in fabbrica. Il «tumore desmoide retro peritoneale», cioè il sarcoma dei tessuti molli, che ha spezzato in due la vita del dipendente Ilva, presentatosi all’inizio come tumore del colon (adenocarcinoma del colon retto) era, per i giudici di Brindisi, «di origine genetica». Nessun diritto, quindi, al beneficio economico.

Lavorava nella zona dei forni a pozzo dello stabilimento siderurgico l’operaio che non si è arreso. Oggi, nelle note in cui si parla della sua condizione, della sua vicenda, dell’esito del processo d’appello a Lecce per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, sembra quasi di vederlo combattere, corpo a corpo, con «le polveri di ossido di ferro, di silice cristallina, di amianto, Ipa (Idrocarburi policlici aromatici, ndr) e diossine». Il tumore lo ha colpito allo stomaco come una fucilata. Non si è arreso. L’operaio non si è mai arreso. Sapeva quanto lungo poteva essere il cammino per raggiungere il campo della giustizia. Lungo, anche molto lungo. E periglioso, ricco d’insidie.

«Abbiamo presentato ricorso alla Corte d’Appello di Lecce – ricorda l’avvocato Del Vecchio – insistendo sul fatto che la malattia del lavoratore non avesse un’origine genetica, ma industriale, derivante cioè dall’esposizione agli agenti inquinanti». L’operaio ha affrontato con coraggio un nuovo processo, sempre al tribunale di Brindisi, per un altro tumore: «Causa vinta – spiega Del Vecchio – e si trattava di un cancro polmonare».
Troppe le ferite inferte dalla trincea di fabbrica, ma l’operaio ha continuato a combattere. Ha affrontato una seconda perizia medica. Il consulente tecnico d’ufficio, nominato dalla Corte d’Appello di Lecce, è uno specialista in oncologia. Nella sentenza è scritto chiaramente che il medico: «Ha accertato essere la patologia neoplastica eziologicamente collegata all’attività lavorativa espletata presso lo stabilimento Ilva di Taranto». Il lavoratore, insomma, si è ammalato lavorando all’Ilva.

Diversi sono stati i punti chiariti dal consulente della Corte d’Appello: l’operaio ha svolto la sua attività in ambienti, i forni a pozzo, dove erano presenti numerosi agenti inquinanti; il tumore contratto può presentarsi come malattia legata a problemi genetici solo se l’ammalato ha sindromi quali la Fap (polipi nel colon) o la Sindrome di Gardner, ma il dipendente dell’Ilva non ne era affetto e quindi la patologia non poteva essere conseguenza di fattori genetici. Infine, ed è l’argomento più interessante, il perito oncologo si è soffermato sulla diossina.

Nella sentenza il punto è decisivo: la diossina, alla quale è stato esposto l’operaio «presenta potenzialità oncogenica (fa sorgere il tumore, ndr) come riconosciuto da tutti i consulenti tecnici nominati nel corso del giudizio».Non solo, ma «sulla base delle deduzioni precedenti» i giudici ritengono che sia provato come «l’attività lavorativa svolta dall’ap – pellante ha esposto quest’ultimo all’azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina definita scientificamente Tcdd, ndr) che hanno avuto un ruolo concausale nell’insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata » . «In particolare la diossina», come causa del tumore dell’operaio Ilva, è la svolta citata dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio. Accolto l’appello, al lavoratore brindisino spetta «una rendita per danno biologico corrispondente al 30 per cento di invalidità permanente» secondo legge. L’Inail viene «condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali».

«La sentenza – aggiunge l’avvocato Del Vecchio – va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all’Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato accertato che, le sostanze inquinanti hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l’amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata». «Tutto ciò è rilevante dal punto di vista del diritto e, ripeto, il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa – ricorda Del Vecchio – per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha concesso alla vedova la rendita per il decesso, legandola alle emissioni inquinanti e non al fumo di sigaretta.
Ricordate la polemica sollevata dalle dichiarazioni di Bondi la scorsa estate? I giudici di Cassazione hanno stabilito che le sostanze cancerogene della fabbrica determinano i tumori e che il fumo delle sigarette può, al massimo, elevare un rischio già alto».

Gli operai dell’Ilva hanno, quindi, troppi nemici da fronteggiare nella trincea di fabbrica. La «plurioffensività» delle sostanze inquinanti, il loro poter generare più tumori, è come avere tanti fucili puntati contro in questa «guerra sporca». «Le fibre di amianto – spiega ancora l’avvo – cato Del Vecchio – sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti, non ci si può ritenere in nessun caso al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio». Ecco perché il pericolo continua a incombere in fabbrica e in città. A Taranto e non solo. Un destino comune, assurdo distinguere. Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom, Maurizio Marcelli, commentando la sentenza, parla di «conclusione positiva» e di «strada da perseguire all’Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione con l’attività in fabbrica». Mai arrendersi, l’operaio «ferito » dalla diossina nei forni a pozzo non lo ha fatto. Per lui ora parlano le «carte». Preziose testimoni di coraggio e verità.

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Emissioni fuggitive

Emissioni fuggitive dagli elettrofiltri che dovrebbero trattenere le polveri con la diossina.
La perizia acquisita dalla magistratura di Taranto evidenzia che il maggiore rischio di dispersione della diossina deriva dalle perdite di polveri dagli elettrofiltri del camino E-312. Questo video girato il 6/12/2013 è molto importante perché evidenzia dispersione di polveri dagli elettrofiltri di cui sopra, esattamente quelli di cui parla la perizia.

 

Dalla diossina alla canapa, terra bruciata in attesa di riscatto – La sfida della masseria Fornaro

 

canapa presentazioneTARANTO – Da  vittima dell’inquinamento a simbolo della rinascita. Questo è l’auspicio. Dopo anni di tribolazioni, la masseria Fornaro è pronta ad imbarcarsi in una nuova avventura.  “Stiamo avviando un progetto che prevede la coltivazione della canapa – racconta Vincenzo Fornaro a InchiostroVerde – partiremo a marzo 2014. Il primo raccolto verrà fatto tra circa un anno. Ovviamente è tutto legale: basta fare una denuncia alla più vicina caserma delle forze dell’ordine, nel nostro caso i carabinieri, e mantenere il valore di thc (principio attivo della cannabis) al 2%. La seconda fase è quella più importante: prevede la realizzazione di impianti per la trasformazione della canapa direttamente in masseria in modo da avviare una filiera. Il nostro sogno è quello di riuscire ad ottenere un marchio doc per la canapa tarantina”. Un sogno che viene cullato dopo aver vissuto un vero e proprio incubo.

Nella memoria di Vincenzo è ancora vivo il ricordo delle sue pecore ammassate sui camion, destinate ad essere abbattute in un macello di Conversano (Bari) perché contaminate da diossina e pcb. Sono ancora nitidi i frammenti di quella triste giornata: gli ultimi belati degli animali condannati al massacro, le lacrime versate dai presenti (compresi i veterinari della Asl), il suono dei campanacci delle pecore più adulte, quelle che guidavano il gregge. «La notte eravamo abituati ad addormentarci con quel suono – ci raccontò Vincenzo un anno fa, durante una visita alla masseria – abbiamo deciso di tenere un campanaccio appeso qui, all’ingresso della masseria. Adesso solo il vento può farlo risuonare».

fornaro 2Erano circa 600 le pecore della famiglia Fornaro. La loro esecuzione fu  decisa con un’ordinanza emessa dal Servizio Veterinario della Regione il 4 dicembre 2008, in seguito ad un’attività di monitoraggio che aveva fatto emergere valori fuori norma per diossine e pcb. Una scelta paradossale quella compiuta dalle istituzioni: sopprimere le vittime della contaminazione piuttosto che bloccare le fonti inquinanti. Il divieto di pascolo tuttora vigente nel raggio di 20 km dalla zona industriale è un macigno che pesa sul presente e sul futuro. «Ciò significa che non possiamo riprendere l’attività di allevamento che per quattro generazioni è stata fonte di reddito», ci disse Vincenzo in quella vecchia intervista.

Da allora, però, qualcosa è cambiato. L’imperativo è reinventarsi. Gli ovili restano vuoti, ma la terra comincia a rianimarsi con il progetto presentato una settimana fa. “La canapa ha diversi usi:  tessile, alimentare, farmaceutico. Noi siamo orientati verso la produzione tessile  – ci dice oggi Vincenzo – inoltre  la canapa è anche un disinquinante. Effettueremo delle  analisi del terreno prima della semina e dopo il raccolto proprio per confrontare la quantità di inquinanti assorbiti”.

canapaE così il circolo sembra chiudersi: dopo aver subito per decenni gli inquinanti del siderurgico, la famiglia Fornaro trova come alleato un disinquinante per tentare un nuovo inizio. Certo, le ciminiere dell’Ilva restano sullo sfondo, pistole ancora fumanti puntate sulle tempie della città, ma la voglia di rimettersi in gioco ha scalzato via la rassegnazione. Quella dei Fornaro è terra bruciata in attesa di riscatto.

Alessandra Congedo

http://www.inchiostroverde.it/news/dalla-diossina-alla-canapa-terra-bruciata-in-attesa-di-riscatto-la-sfida-della-masseria-fornaro.html

le chiacchiere di S_vendola

 

 

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Pubblichiamo ampi stralci della conversazione n. 6378 del 6 luglio 2010, tenuta alle ore 22.01, tra il governatore della Puglia Nichi Vendola e Girolamo Archinà, che all’epoca curava le pubbliche relazioni dell’Ilva

 Vendola-e-Ferrante

Girolamo Archinà:”Pronto?”

Nichi Vendola: “Sono Nichi Vendola!”

Girolamo Archinà: “Oh, come va Presidente…”.

Nichi Vendola:”Sono… Per dire una cosa seria anche se mi…Sono molto colpito da una scena che ho appena visto ora…I miei amici mi hanno fatto vedere a Roma una conferenza stampa e un’immagine…E uno splendido scatto felino”. (risata)

Girolamo Archinà: (risata)

Nichi Vendola: “Col mio capo di gabinetto…Siam rimasti molto colpiti…Siccome ho capito qual è la situazione…Volevo dire che…Mettiamo subito in agenda un incontro con l’ingegnere…”.

Girolamo Archinà: “Mh…Mh…”.

Nichi Vendola: “…Archinà no!…State tranquilli, non è che mi sono scordato!!!…”

Girolamo Archinà: “…” (incomprensibile)

Nichi Vendola: “I vostri alleati principali in questo momento…Lo voglio dire, sono quelli della Fiom”.

Girolamo Archinà: “E lo so…”.

Nichi Vendola: “Quelli più preoccupanti…Mi chiamano venticinque volte al giorno…”.

Girolamo Archinà: “E lo so…E lo so, lo so, lo so… Purtroppo i miei timori del recente passato si stanno dimostrando sempre di più e sempre di più non solo l’Ilva ma anche…Altre persone nell’occhio del ciclone…Ma tutto poggiato su una scivolata del nostro…Stimato amico direttore (si riferisce ad Assennato, ndr)”.

Nichi Vendola: “Vabbè, vabbè, va bene, va bene…Noi dobbiamo fare…Ognuno la sua parte…E dobbiamo però sapere che, a prescindere da tutti i procedimenti, le cose, le iniziative”.

Girolamo Archinà: “Se se”.

Nichi Vendola: “L’Ilva è una realtà produttiva”.

Girolamo Archinà: “E lo so…E infatti”.

Nichi Vendola: “Cui non possiamo rinunciare, e quindi, diciamo, fermo restando tutto, dobbiamo vederci, dobbiamo…”.

Girolamo Archinà: “Certo certo”.

Nichi Vendola: “…ridare garanzie…Volevo dirglielo perchè poteva chiamare Riva e dirgli che…Il Presidente non si è defilato…”.

Girolamo Archinà: “Vabbè…No, ma ne eravamo…Ne eravamo…Ne eravamo assolutamente certi”.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/8-politica/4829-dalla-narrazione-all-intercettazione.html