LA TERRA DEI DIVIETI

Aggiornamento di stato
Di Cataldo Ranieri
LA TERRA DEI DIVIETI

Chi deve scusarsi con i 65 malati che ieri con altrettanti accompagnatori hanno atteso il loro turno di kemio, seduti sulle scale dell’ ospedale Moscati? Una saletta con 20 sedie in risposta agli stand della fiera del levante per il progetto “sancataldo” nei prossimi 10 anni di CHIACCHIERE. Dalle 08,00 della mattina, fino alle 18,00 della sera in compagnia di dramma e abbandono. SIN sito di interesse strategico per lo stato italiano e ce ne fotte di tutto e di tutti, tanto il culo è quello dei tarantini. Tutto cio’ conferma che stà città è figlia di puttana, come dice il presidente Nichi Nichi.

Intanto a Taranto vengono tutti con la scorta, anche i sindacalisti come Angeletti, che viene a ribadire che l’unico modo per avere le bonifiche è continuando a produrre, questa è la barzelletta che fanno passare. L’italia è un paese nel quale i rappresentanti della gente hanno bisogno di una scorta per proteggersi da essa.

E c’è ancora chi tira in ballo il referendum, lo hanno fatto anche a Roma arrampicandosi sugli specchi, “la città ha deciso”. La città non ha difeso l’ilva e i suoi veleni, ha difeso i lavoratori. Siamo tutti consapevoli che di ILVA, CEMENTIR ed ENI si CAMPA poco e si muore tanto. D’altro canto l’interesse dello stato non è solo verso l’acciaio, ma anche verso la Marina, ne vogliamo parlare? Di quel muro di 3750 m alto 7 metri? Di cosa c’è da nascondere visto che ci sono solo navi in disarmo? E del porto industriale utilizzato solo per le navi dei veleni e qualche contentino ne parliamo? E dell’aereoporto? Dei trasporti? Della città vecchia che si cancella ne parliamo? No siamo SIN SITO DI INTERESSE STATEGICO PER I CAZZI LORO.

DIVIETO DI COLTIVARE LA TERRA, DI PASCOLARE, DI MITILICOLTURA, DIVIETO DI BALNEAZIONE, DIVIETO DI GIOCARE NEI TERRENI X I BAMBINI DEL QUARTIERE TAMBURI, DIVIETO DI AVERE UN LAVORO PER VIVERE.

–di fare male ai fogli

chiuse gli occhiali
e si addormentò  gli occhiali
e si
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli…

e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c’è
e alla fine chiederle “scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me…”
e le lettere d’amore,
le lettere d’amore
fanno solo ridere:
le lettere d’amore
non sarebbero d’amore
se non facessero ridere;
anch’io scrivevo un tempo
lettere d’amore,
anch’io facevo ridere:
le lettere d’amore
quando c’è l’amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano…

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…

e scrivere d’amore,
e scrivere d’amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
le lettere d’amore,
di un amore invisibile;
le lettere d’amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d’amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
per potertele scrivere…

Ilva, pressing sulla commissione rifiuti

 

di Michele Tursi

ILVA: UE CONTRO ITALIA PER CARENZE CONTROLLI SU TARANTOUn percorso studiato per mostrare i “gioielli” della fabbrica ed evitare i reparti inquinanti, una relazione che mettesse in evidenza gli investimenti realizzati in campo ambientale e qualche parlamentare amico per svolgere le pressioni giuste.
Nella fitta rete tessuta da Girolamo Archinà, l’ex public relation dell’Ilva sotto inchiesta nell’ambito di Ambiente svenduto, finì anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal 13 al 15 settembre del 2010, l’organo parlamentare arrivò in missione a Taranto. L’attività dello stabilimento siderurgico fu uno dei motivi della visita.
La circostanza mise in fibrillazione l’apparato dell’Ilva. Ma Archinà sembrava avere una soluzione per tutto. Il 10 settembre, telefona all’on. Pietro Franzoso (Pdl), tragicamente deceduto a novembre del 2011. Franzoso oltre ad essere un parlamentare della provincia di Taranto, è componente della Commissione rifiuti con funzioni di segretario. L’incontro tra i due avviene durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari. Per quanto informale, la riunione sembra sortire gli effetti desiderati tanto che il giorno dopo Archinà istruisce il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (anch’egli indagato), sui comportamenti da tenere con la Commissione. «Mi sono visto con… la persona qui (è evidente che si tratta dell’on. Franzoso – scrivono gli inquirenti)… dovremmo porre più attenzione ad alcuni interventi impiantistici che attengono l’ecologia, tipo l’impianto urea, piuttosto che un altro impianto e poi porre l’attenzione ai flussi che vanno verso l’esterno… tipo… come abbiamo fatto con la questione Pcb».
Capogrosso prende nota ed il giorno prima della visita, relaziona a Fabio Riva (anch’egli sotto inchiesta) il quale ordina «mi raccomando mettiamo tutto in ordine». Capogrosso lo tranquillizza forte delle indicazioni avute da Archinà: «avremmo messo giù un percorso… che adesso mettiamo su carta… perchè dall’informazione di Archinà noi volevamo far vedere l’impianto di Urea con la relativa gestione delle polveri… poi l’impianto di bricchette quelle di Ambruoso, che passiamo li davanti».
Nella conversazione viene fuori il nome dell’on. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione. «Ah Pecorella, quello della Franzoni», esclama Fabio Riva che forse lo confonde con l’avv. Carlo Taormina.
Ma è proprio su Pecorella che si svolge il pressing maggiore perchè, a conclusione dei lavori rilascia una dichiarazione alla stampa affermando che i costi delle bonifiche debbano gravare sui responsabili dell’inquinamento. A complicare ulteriormente le cose interviene anche il noto ambientalista Fabio Matacchiera che in quei giorni denuncia l’incompatibilità dell’on. Franzoso in seno alla Commissione perchè la moglie è l’amministratrice della Iris di Torricella (comune di residenza di Franzoso), una delle maggiori aziende dell’appalto Ilva.
Archinà quindi tenta di correre ai ripari ne parla prima con Capogrosso e poi con lo stesso Franzoso. «Il discorso che stamattina gli devo fare avere alla persona – dice a Capogrosso – il discorso se il concetto che dice il Presidente che varrebbe… è il privato che deve bonificare, allora perchè è intervenuta la Regione per bonificare le aree di Matra e Cemerad?»
Gli stessi dubbi vengono riportati al parlamentare di Torricella. Archinà gli suggerisce di «aiutare il presidente Pecorella ad essere oggettivo» ed a tal fine Archina e Franzoso concordano sul fatto che sia necessaria una precisazione sulla questione.

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora.
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA.

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile.
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso.

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha.

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960).

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it —

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO (Gianmario Leone TarantoOggi 04 12 2013)

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora. 
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA. 

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile. 
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso. 

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha. 

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960).Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Decreto su Valutazione Danno Sanitario: una cultura contraria alla vita

 

Gli strumenti che avrebbero consentito di evitare molte patologie gravi e fatto risparmiare molte pubbliche risorse sono stati snobbati da una cultura di Governo che ha creduto di comprimere i costi di produzione attraverso la disapplicazione delle norme di tutela ambientale

di Erasmo Venosi*

La lettura del decreto sul cosiddetto metodo di redazione della Valutazione del danno sanitario dimostra ancora una volta, anche se non ce ne era bisogno la cultura oggettivamente contraria alla vita che ha la nostra classe dirigente e in particolare la struttura di governance italiana. Appartengono a quest’ultima la serie di soggetti, che vanno dal legislatore, alle burocrazie ministeriali agli organismi di vigilanza e controllo. Nella sostanza questa metodologia di valutazione governativa, svuota e rende formalistico il nuovo istituto della valutazione del danno sanitario introdotto dalla Regione Puglia e relativo alle emissioni industriali inquinanti. Non mi stancherò mai di rilevare, che gli strumenti che avrebbero consentito di evitare molte patologie gravi e fatto risparmiare molte pubbliche risorse sono stati snobbati da una cultura di Governo con l’ausilio degli opportunisti ecologisti di Palazzo, che ha creduto di comprimere i costi di produzione attraverso la disapplicazione delle norme di tutela ambientale, tra l’altro di derivazione comunitaria. Mi riferisco alla formalistica redazione dei piani di tutela e risanamento della qualità dell’aria e dell’acqua e la procedura, di autorizzazione integrata ambientale. Tra l’altro snobbata proprio da alcune norme del “salva Ilva”.

Il golpe del Governo più antiecologista della storia d’Italia è avvenuto, di sicuro con una schiera di spregiudicati consulenti giuridici. Un mostro giuridico la surrogazione di fatto, del gruppo istruttore Aia del ministero dell’Ambiente integrato da delegati tecnici di Regione, Provincia e Comune, con tre esperti di nomina del Ministero dell’Ambiente. Nella sostanza è come si sostituissero le istruttorie, di due gruppi della Commissione che hanno emesso due pareri, con tre nominati dal Ministro. Tutto questo è paradossalmente il minimo rispetto allo svuotamento della legge regionale sulla valutazione del danno sanitario attraverso la tecnica dei presunti vuoti, che questa conteneva e delle questioni di legittimità costituzionale sollevate da Enipower, sull’applicabilità del regolamento regionale.

In buona sostanza la valutazione del danno sanitario regionale con la legge del duo Orlando-Lorenzin punta alla tutela degli aspetti economici e occupazionali. La prova di quest’affermazione? L’ambito di applicazione! Così recita la norma statale circa la Vds che si applica “…agli stabilimenti di interesse strategico nazionale, individuati con DPCM, quando ricorrono i seguenti requisiti: presso di essi sono occupati un numero di lavoratori subordinati, compresi quelli ammessi al trattamento di integrazione dei guadagni, non inferiore a mille, via sia un assoluta necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione”. La valutazione del danno sanitario si sostanzia attraverso tre fasi: 1) fase conoscitiva di raccolta dei dati ambientali ed epidemiologici  2) sulla base delle criticità rilevate nella fase uno si procede alla valutazione di primo livello definendo il profilo sanitario della comunità residente  3) si passa in caso di criticità rilevate alla fase di valutazione di secondo   livello e successivamente a quella di terzo livello. È distinto il rischio associato alle sostanze tossiche, da quello associato alle sostanze cancerogene.

Entrambi i rischi sono determinati utilizzando due indici tecnici (HQ e SF). La stima del rischio da sostanze cancerogene è fatta, su base inalatoria.  Dopo questa vera e propria gincana si arriva alla NECESSITA e non all’OBBLIGO della revisione, della autorizzazione integrata ambientale.  Nella sostanza tanto chiasso non produce alcun effetto giuridico vincolante! Bisogna concludere evidenziando un aspetto: i vincoli giuridici della valutazione del danni sanitario, si sono persi con la legge di conversione 89 dell’agosto scorso su un decreto,  che titolava “ Nuove disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente , della salute e del lavoro nell’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale “.   La vicenda dello sventramento, delle finalità di questa legge, che si aggiunge ai tanti provvedimenti antiecologici e quindi contro la salute dimostrano se mai ce ne fosse stato, ulteriore bisogno di come siano chiare le gerarchie dei diritti da tutelare nella cultura di chi governa.

Incapaci a elaborare strategie di conversione ecologica , nel momento un cui in tutto l’Occidente si sviluppano tecnologie a basso impatto o come si dice low carbon. Tecnologie che si sono trasformate, in driver anticiclici di una crisi , che non passa e capaci di garantire i diritti al lavoro. Lor Signori invece antepongono, per incapacità di elaborazione strategica pezzi di manifatturiero, che diventerà sempre meno competitivo proprio a causa delle legislazioni ambientali (Road Map UE, Emission Trading Scheme ,  direttiva  50 del 2008 sulla qualità dell’aria e  del 2010 sulle emissioni industriali)  al futuro di settori ad alto valore aggiunto o di importanza strategica come diventerà in questo millennio l’agroalimentare.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/19-ambiente/5065-decreto-su-valutazione-danno-sanitario-una-cultura-contraria-alla-vita.html

Ilva e le intercettazioni Tante le relazioni «pericolose» di Archinà

di MIMMO MAZZA

TARANTO – C’è l’attuale presidente del consiglio regionale Onofrio Introna che invia un sms a Girolamo Archinà alla vigilia di Pasqua per fare gli auguri e non solo («Ringrazio per il prezioso sostegno alla mia rielezione»). E c’è l’attuale capogruppo di Sel Michele Losappio, già assessore all’ambiente nella prima legislatura Vendola, che continua a dialogare con il potente responsabile delle relazioni esterne dell’Ilva, arrestato il 26 novembre del 2012 e tutt’ora ai domiciliari. Le 485 pagine dei brogliacci di Archinà sono un vaso di Pandora, con i 10.829 file – tra sms e telefonate – che raccontano il mare nel quale l’operaio divenuto dirigente aziendale nuotava con estrema naturalezza.

Intercettato dal 16 febbraio del 2010 al 13 novembre dello stesso anno dai militari del Gruppo di Taranto della Guardia di Finanza, Archinà tiene in piedi un sistema formato da parlamentari, amministratori regionali, provinciali e comunali, giornalisti, sindacalisti, docenti universitari e perfino sacerdoti. Un mare magnum di contatti e colloqui ora a disposizione dei 53 destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari firmato dalla Procura di Taranto.
Il 2010 è anno di elezioni regionali e dunque Archinà vigila su quello che accade a Bari.

Il 19 febbraio il parlamentare Pdl Pietro Franzoso (morto tragicamente il 4 novembre 2011) ad Archinà dice che «Rocco Palese (candidato alla presidenza della Regione Puglia per il centrodestra) sta qualche punto avanti a Nichi Vendola». Il pr dell’Ilva sente più volte e incontra il consigliere regionale Pdl Pietro Lospinuso, chiede ad un dipendente dell’azienda se «uno che ha chiesto aspettativa elettiva può fare campagna elettorale in stabilimento (si riferisce a Giuseppe Cristella, ora consigliere Pdl in via Capruzzi)», critica aspramente lo spot per la campagna elettorale di Alfredo Cerveller a (Sel) che indica il siderurgico come il male di Taranto, il quale, Cervellera, prima del voto invia ad Archinà due sms stile catena di Sant’Antonio («Ti ringrazio di tutto ciò che hai fatto e farai per me con affetto Alfredo Cervellera» e «domenica 28 e lunedi 29 vota e fai votare Vendola, il suo Partito Sinistra Ecologia e Libertà con Vendola e se vuoi invita famigliari e conoscenti a scrivere sul rigo Cervellera»).

Passate le elezioni, Archinà è preoccupato per la nuova Giunta Vendola, perché all’assessorato all’ambiente viene nominato il magistrato Lorenzo Nicastro, eletto nelle fila dell’Italia dei Valori, partito che a Taranto ha com consigliere regionale il medico ambientalista Patrizio Mazza. Girolamo Archinà così, il 27 aprile 2010, chiama l’allora parlamentare del Pd Ludovico Vico e gli chiede se ha visto «l’altro scherzo – si legge nei brogliacci – che ha fatto il presidente Vendola. Gli riferisce che ha messo come assessore all’ecologia Nicastro (Idv) il giudice, lamentandosi della scelta».
Il giorno dopo chiama Losappio, ribadendo all’attuale capogruppo di Sel «che è preoccupato dell’incarico assegnato a Nicastro, che il suo problema è l’appartenenza al partito Idv visto che a Taranto hanno un “pazzo” che rema contro lo stabilimento. Losappio gli dice che dall’esterno seguirà il tutto come se fosse all’interno. Girolamo gli dice che oltre a presidente del gruppo si augura che sia presidente della Commissione all’Ambiente, Losappio gli dice che questo è da vedere. Losappio gli dice che Vendola ha voluto che il presidente sia un suo amico, gli dice che lui non è intenzionato a fare nessun tipo di polemica. Losappio gli dice che l’unica persona che può fornirgli delle garanzie è il presidente Nichi. Girolamo gli dice che si rende necessaria una regia dietro e Losappio ribatte dicendo che bisogna dire a Vendola che il problema non è solo dell’ambiente ma anche lavoro, occupazione e sviluppo».

Il rapporto tra Archinà e Losappio resiste nei mesi. Il 29 settembre del 2010 i finanzieri intercettano una telefonata nella quale Losappio illustra al dirigente dell’Ilva e regionale la dinamica delle presentazione del disegno di legge sul benzo(a)pirene, sottolineando che «avrebbe voluto cambiare alcune parti della proposta legislativa, adattandola alle esigenze in corso ma a suo tempo non gli venne concesso».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/ilva-e-le-intercettazioni-tante-le-relazioni-pericolose-di-archin-no670810

Ilva, l’autodifesa di Vendola più imbarazzante delle risate

La giustificazione choc del governatore che sghignazzava al telefono: ho preso in giro quel giornalista perché volevo ingraziarmi i Riva

Quando la toppa è peggio del buco. Più Nichi Vendola fa l’indignato e si sforza di dare una nobile aura istituzionale alle risate al telefono con l’ex pr della famiglia Riva Girolamo Archinà, al centro di una bufera dopo che il sito del Fatto Quotidiano ha pubblicato l’audio dell’intercettazione, più s’incarta, peggiorando la situazione.

E così ieri, pur scusandosi col giornalista da lui deriso (e chiamato «faccia di provocatore»), il leader Sel l’ha sparata grossa: quelle risate, quel tono confidenziale con Archinà che ha fatto imbestialire i militanti di sinistra più ancora delle risate sul cronista che chiedeva conto dei morti di tumore zittito da Archinà strappandogli il microfono, altro non erano che una captatio benevolentiae per ingraziarsi i Riva e cercare di salvare i posti di lavoro dell’Ilva, conciliando tutela ambientale e occupazione. Et voilà, la capriola è servita. Nichi, il fustigatore; Nichi, l’affabulatore che affascina le folle con le sue narrazioni sì, magari incomprensibili, ma che suonano tanto tanto bene; Nichi, quello che predica la politica nuova, in privato è un politico uguale agli altri. Anzi peggio, per i suoi fan, che su Facebook lo hanno tempestato di insulti invitandolo a fare un passo indietro. Nella telefonata intercettata finita sul sito del Fatto, tra una risata e l’altra, in effetti un indizio c’era: «Dica a Riva che il presidente non si è defilato», diceva Vendola dopo aver confessato di aver riso «per un quarto d’ora» per il video di Archinà che strappava il microfono al cronista di Taranto Blustar Tv. E infatti, dal web, Vendola si era già attirato un vespaio. Ieri, a mo’ di scusante, la giustificazione choc del governatore, più imbarazzante delle stesse risate: «La confidenza nelle telefonate con il mio interlocutore, che era il responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, l’ambasciatore della proprietà, era normale perché era una confidenza legata a raggiungere degli obiettivi.

Per me difendere i posti di lavoro non è una cosa di cui debba vergognarmi. Sono orgoglioso di aver difeso ogni giorno ogni singolo posto di lavoro». Vendola ha parlato espressamente di captatio benevolentiae nei confronti del suo interlocutore» (Archinà, ndr), spiegando che deridere il giornalista era «strumentale» a ingraziarsi il suo interlocutore e il patròn dell’Ilva. Il governatore, comunque, ieri ha chiesto scusa, con un sms e una telefonata, al giornalista preso in giro, Luigi Abbate. «Mi ha detto che era in un momento di stanchezza – ha raccontato il cronista – appena tornato dalla Cina e gli è venuto da ridere vedendo che Archinà mi strappava il microfono. Però si parlava di un argomento serio, non c’era nulla da ridere». Nonostante le capriole di Vendola e l’inusitato buonismo di chi, come la leader della Cgil Susanna Camusso, liquida la questione con un secco «il gossip sulle intercettazioni non si può fare», il caso non è chiuso. Domani si riuniranno i presidenti dei gruppi consiliari per fissare la data di una convocazione urgente del Consiglio regionale della Puglia. All’odg, l’intercettazione del governatore.

 

http://www.ilgiornale.it/news/interni/ilva-lautodifesa-vendola-pi-imbarazzante-delle-risate-968095.html

L’ho visto negli occhi diPiero Mottolese,

Ilva, a Taranto il dolore non muore mai

Taranto Ilva

Il dolore non muore mai. L’ho visto negli occhi di Piero Mottolese, un ex–operaio dell’Ilva che ha lavorato per anni con amore e passione per la sua fabbrica e che oggi ha tracce di piombo nelle urine e nel sangue, ha visto morire o ammalarsi parenti e amici, ha problemi fisici di tutti i tipi, vede male, sente male, ha dolori ovunque.

Piero è un uomo forte, di 60 anni, a modo suo bello. Lo incontriamo in un piazzale e dopo un minuto sta piangendo, con estrema dignità. Piange perché pensa a quello che gli è capitato, agli incidenti sul lavoro, al mobbing subìto.

Ci porta nei pressi degli stabilimenti e ci spiega come funziona la fabbrica, quali sono le sue esalazioni più pericolose, quali gli effetti sulla salute. Ci mostra la polvere rossa – a suo dire veleno – sparsa sulle strade, sulle case, ovunque. Ci mostra il quartiere Tamburi, cresciuto ad un passo dalla grande fabbrica, in cui abitanti bevono, mangiano e respirano prodotti contaminati dal polo industriale.

Lui si è comprato una casa, con i soldi guadagnati facendo l’operaio. Una casa vicino all‘Ilva. Pur non lavorandoci più, quindi, subisce la beffa tremenda di viverci a stretto contatto. Di notte non dorme, ascolta il grande mostro che respira e riconosce ogni suono, ogni lamento. Di giorno la fotografa, la riprende, ne è ossessionato.

Piero è in pensione, ma non è mai uscito veramente dalla fabbrica. Un giorno, qualche anno fa, ha raccolto un pezzo di formaggio di un amico pastore e lo ha fatto analizzare. Si è scoperto che era contaminato da diossina. Ha quindi firmato un esposto alla procura insieme agli attivisti di PeaceLink. La Asl ha ordinato dei controlli e ha confermato il problema diossina. Nel frattempo il pastore è morto per un tumore al cervello.

Nel giro di pochi anni viene vietata la pesca nei mari contaminati dalla diossina – fino a quel momento si vendevano un po’ ovunque le cozze di Taranto – e vengono abbattuti migliaia di capi di allevamento, viene vietato l’allevamento libero in aree incolte per un raggio di 20 km dalla grande fabbrica.

Centinaia – migliaia? – di persone perdono il posto di lavoro nella pesca e nell’allevamento. Il turismo è spazzato via. Qualunque alternativa verde è diventata impossibile senza bonifica, tutto il futuro viene bruciato dall‘incubo della contaminazione da diossina. I tarantini emigrano, e persino l’università in questa grande città rischia di chiudere. Accanto all’Ilva sorge una grande discarica, una centrale dell’Eni che raffina il petrolio, persino un cementificio e in più ci sono tre inceneritori. Il camino E–312 dell’Ilva – il più alto d’Europa con i suoi 210 metri – da solo emette diossina quanto trenta inceneritori. Si può fare tutto a Taranto, in nome di una presunta occupazione.

Mentre ci guida e ci precede avanti e indietro, di giorno e di notte, Piero grida. Grida il suo dolore, ci ripete ossessivamente i dati, piange più volte, ci mostra le analisi le quali documentano che il piombo lo sta avvelenando. A Taranto la diossina è giunta a picchi che hanno toccato il 92% della diossina industriale italiana e l’8,8% di quella industriale europea. Nel 2005 dall’Ilva fuoriusciva più diossina di quella delle industrie svedesi, inglesi, austriache e spagnole messe assieme, come attestato dal database Eper dell’Unione Europea. Per moderare questo scempio i cittadini hanno chiesto e ottenuto nel 2008 una legge regionale per porre un limite “europeo” alla diossina, ma la legge non è stata rispettata proprio nel punto più importante: l’applicazione di un sistema di controllo della diossina 24 ore su 24, il cosiddetto “campionamento continuo“. Di questo Piero parla con cognizione di causa. Lo ripete come un mantra, continuamente.

Hanno messo una rete attorno allo stabilimento siderurgico per fermare i veleni. Una beffa, ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere. Una stupida, patetica rete dovrebbe fermare le polveri e i fumi cancerogeni emessi da questo mostro di acciaio.

Intanto i ministri, i politici, gli esperti dibattono di lavoro e salute, di messa in sicurezza, di bonifiche future che non cominciano mai.

Ma sono anni che chi vuole sa. Già negli anni ’80 si sapeva. Sono anni che Piero grida il suo dolore e con lui chissà quante persone. C’è voluta la magistratura per portare l’attenzione sulla fabbrica dei veleni. Perché il buon senso non bastava e i politici avevano di meglio da fare. I giornalisti nazionali, poi, preferivano aprire i loro quotidiani e i loro Tg riportando battibecchi tra i politici, il caso Ruby, lo spread.

Muoiono le persone a Taranto, si ammalano, ma soprattutto smettono di sognare e trasformano la propria esistenza in unico ininterrotto incubo scandito dal respiro della grande fabbrica, che in ogni attimo, in ogni suo sbuffo di veleno nel cielo, rinnova un dolore, un dolore che non muore mai.

I bambini che sono nati cinque anni fa hanno respirato nel quartiere Tamburi tanto benzo(a)pirene cancerogeno che è come se avessero fumato oltre cinquemila sigarette, e adesso che frequenteranno la prima elementare portano dentro di sé i polmoni avvelenati di un fumatore incallito.

E’ il benzo(a)pirene che secondo l’Arpa Puglia sarebbe fuoriuscito dalle cokerie dell’Ilva per oltre il 90%. Piero è entrato in quegli impianti per fare manutenzione, e le conosce bene. Piero ha fatto manutenzione anche agli elettrofiltri dell’impianto di agglomerazione dell’Ilva e ha camminato sulle polveri intrise di diossina, leggere come borotalco, di colore rosa, che si alzavano nell’aria ad ogni suo passo. Quelle polveri il vento le ha portate ovunque, sulla città e nei campi.

Ora le famiglie del quartiere Tamburi hanno le case sporche delle polveri dell’Ilva, con i muri rossicci. Non si vendono. Chi le comprerebbe? E così intere famiglie rimangono intrappolate in un quartiere avvelenato, dove ai bambini è vietato giocare nelle aree verdi perché contaminate dalla diossina e dai metalli pesanti.

Tutti rischiano di essere contaminati in un unico sacrificio collettivo. Recentemente una studentessa è venuta qui a scrivere la sua tesi di “antropologia dei disastri”. La sua amica è invece andata in Giappone a scrivere una tesi simile: a Fukushima.

Alessandro Marescotti, Presidente di Peacelink, associazione in prima fila nel battersi per la salute e l’ambiente di Taranto, ha parole di speranza per il futuro: «Taranto deve rinascere. Possiamo seguire l’esempio di Friburgo o di Stoccolma o della Ruhr in cui quartieri più inquinati del nostro Tamburi sono stati bonificati e oggi sono zone verdi e perfettamente vivibili. Tamburi deve diventare un quartiere bellissimo, un simbolo di rinascita. Negli anni la sensibilità è aumentata notevolmente e oggi alle manifestazioni di Taranto partecipano migliaia di persone. L’Ilva da lavoro a 12.000 persone in una città di 200.000 abitanti, ma quanti posti di lavoro toglie? Non basta fermare la fabbrica, chiudere gli impianti a caldo; sono fondamentali le bonifiche e devono essere fatte a regola d’arte. Comunque ce la faremo, ne sono certo. Quando una lotta è giusta la vinci sempre».

Bisogna vincerla questa lotta. Bisogna farlo per Piero. Per i cento, mille, diecimila Piero che ora, mentre tu stai leggendo queste parole, saranno in un prato con una macchina fotografica, o arrampicati sul muro di un’autostrada con una telecamera ad osservare e documentare con odio – e in qualche perversa forma amore – il colore dei fumi della grande fabbrica che in passato avevano tanto amato e che oggi continua a respirare lenta e costante, sincronizzata ineluttabilmente con il battito di piombo del loro cuore.