Ilva, incontro tra “giganti”

– Ieri vertice al Mise con Bondi e banche

bondiE durato poco più di un’ora l’incontro al ministero dello Sviluppo economico sull’Ilva, che ha avuto tra i temi principali lo stato (totalmente fermo) delle attività di risanamento degli impianti dell’area a caldo e una prima, parziale illustrazione sul piano industriale. Per il ministero era presente il ministro Flavio Zanonato. Mentre Enrico Bondi, commissario straordinario dell’Ilva, è arrivato alla sede del ministero preceduto dall’amministratore delegato di UniCredit, Federico Ghizzoni, dal direttore generale del gruppo Intesa Sanpaolo e amministratore delegato di Banca Imi, Gaetano Micciché e da Pier Francesco Saviotti, ad di Banco Popolare. Interpellati dai giornalisti presenti in ragione di quanto discusso nell’incontro nella sede di via Veneto del ministero, i tre top manager non hanno voluto commentare. Soltanto Micciché ha dichiarato che “Bondi ci ha fornito un quadro generale della situazione”.

Le banche presenti all’incontro, qualora qualcuno non lo ricordasse, sono le stesse verso cui l’Ilva Spa è ancora esposta finanziariamente. Ma sono anche le stesse che nel mese di settembre riattivarono i fidi bancari per far ripartire le attività delle imprese della Riva Acciaio. E come scriviamo da tempo, saranno le stesse che finanzieranno l’eventuale piano industriale (che Bondi ha affidato alla McKinsey & Company, nota multinazionale di consulenza di direzione, che negli anni ha inanellato una serie di insuccessi, tanto da prendersi le critiche del Financial Times e del The Economist, oltre ad avere l’onore di libri dedicati ad “una serie di errori grossolani e disastri che si imputano ad errori di consulenti della McKinsey”) che il commissario Ilva presenterà una volta che il piano ambientale sarà approvato dal ministero dell’Ambiente Andrea Orlando entro il prossimo 28 febbraio.

Ammesso e non concesso che quest’ultimo sarà mai realizzato. Visto che come dichiarato dallo stesso Bondi durante l’audizione in commissione Ambiente alla Camera lo scorso 27 dicembre, l’azienda non possiede le risorse per far partire i lavori previsti dall’AIA. E che le stesse dovranno per forza di cose arrivare soltanto attraverso un aumento di capitale che immetta risorse finanziarie fresche ed immediatamente spendibili nella casse dell’Ilva Spa. Aumento di capitale che pare debba aggirarsi tra i 1,2-1,5 miliardi di euro. Ecco perché l’incontro di ieri è stato del tutto interlocutorio. Del resto, le banche non finanzieranno mai un piano industriale all’Ilva nel momento in cui sarà definitivamente chiaro che l’azienda non potrà effettuare i lavori di risanamento previsti e quindi si dirigerà a vele spiegate verso una chiusura definitiva.

Certo, per ovviare a queste soluzione le si proverà tutte. Ad esempio pare si stia lavorando ad un emendamento per convincere i Riva ad effettuare l’aumento di capitale, dopo la presentazione del piano industriale da parte di Bondi. A fronte di una risposta negativa, si passerebbe a sondare il mercato per eventuali azionisti interessati a rilevare quote dell’Ilva Spa. Non è un caso infatti, se tra i 350 emendamenti presentati alla commissione Ambiente della Camera, ve ne sia uno che preveda la possibilità che le somme per l’attuazione dell’AIA possano esser richieste al Fondo strategico italiano Spa, istituito alla Cassa depositi e prestiti che in cambio otterrebbe quote azionarie della società che possiede lo stabilimento, proprio come scrivemmo il mese scorso ed anticipammo nel 2012. Soluzioni precarie, ma “inevitabili” per il governo. Pare infatti che a Roma pare si siano finalmente convinti che entrare in possesso degli 1,9 miliardi sequestrati dalla Procura di Milano al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta per frode fiscale (eventualità prevista nel decreto 136 del 3 dicembre scorso, la maggior parte di quelle risorse sono peraltro confluite nel Fondo Giustizia), sarà pressoché impossibile, se non al termine del processo, che però deve ancora iniziare. Ci provano, insomma. Ma sono gli ultimi, estremi tentativi, prima dell’inevitabile fine.

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-incontro-tra-giganti-ieri-vertice-al-mise-con-bondi-e-banche.html

ILVA: E ADESSO CHE SI FA?

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE HA SPARIGLIATO I PIANI DI GOVERNO, SINDACATI E BONDI

E adesso che si fa? Il contraccolpo della decisione dei giudici della VI sezione penale della Cassazione, che venerdì hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) emesso dal gip Todisco lo scorso 24 maggio, è stato pesante. C’è chi ha subito gridato al “venduti” (dimenticando che sin qui la Cassazione aveva bocciato ogni ricorso presentato dai legali dei Riva e di tutti gli indagati dal luglio 2012), chi continua a vedere nella via giudiziaria l’unica strada possibile per ottenere non si sa cosa e chi ha scelto una posizione di limbo in attesa di conoscere le motivazioni che hanno portato a questa decisione. La quale, questo sia chiaro a tutti, è stata di natura prettamente giurisprudenziale. Il che vuol dire che pur sembrando illogica ai più, troverà la sua ragion d’essere nell’impervia giungla del codice penale.
Sia come sia, la natura del problema non cambia: vuoi perché quegli 8 miliardi non sarebbero mai stati trovati (i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici arrivando a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni immobili che da oggi rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva), vuoi perché anche a fronte di una futura condanna nel processo ancora di la da venire, non è detto che i Riva risarciranno mai Taranto e i suoi cittadini. Non solo: perché la Cassazione ha fornito un assist perfetto al gruppo lombardo. Che adesso, per effetto della legge 89 del 4 agosto, sono fuori dai giochi almeno sino al 2016. Il commissariamento infatti, prevede che la gestione dell’Ilva Spa affidata ad Enrico Bondi duri per 3 anni: soltanto al termine del mandato, l’azienda tornerà (o almeno dovrebbe) di fatto ai Riva. I quali, soltanto a quel punto decideranno il da farsi. Ora: stante il fatto che Bondi e Ronchi non sanno dove andare a prendere i soldi per effettuare tutti gli interventi previsti dall’AIA rimodulata dal piano ambientale che dovrà essere approvato con decreto dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando entro il 28 febbraio, è chiaro che i motori dell’Ilva rischiano di fermarsi molto presto. Visto che nessuno, ad oggi, sa dire con un minimo di cognizione di causa da dove dovrebbero arrivare le risorse finanziarie per mantenere in vita il più grande siderurgico d’Europa.
Le banche italiane non sono certo così ingenue dall’andarsi ad invischiare in un labirinto senza avere la certezza che quest’ultimo contenga una via d’uscita certa. La BEI (Banca Europea degli Investimenti) può finanziare alcuni progetti, ma non può fare più di tanto. Né è pensabile ipotizzare l’intervento di qualche colosso estero, che certamente non gradirebbe avere puntati addosso i fari della magistratura tarantina. In molti ipotizzano l’intervento diretto dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (dove sono depositati i risparmi postali di milioni di italiani): ma anche in questo caso, siamo sempre nel campo delle ipotesi molto più remote che reali. Né si può concretamente pensare che possano essere utilizzati i 2 miliardi di euro sequestrati dalla Procura di Milano al gruppo Riva, nell’ambito dell’inchiesta per reati fiscali: visto che il processo non è ancora iniziato e si dovrà comunque attendere l’eventuale condanna definitiva. La giostra, dunque, pare essere arrivata all’ultimo giro.
Intanto, oggi e nei prossimi giorni proseguirà il lavoro della Guardia di Finanza incaricata dalla Procura di Taranto di dissequestrare i beni del gruppo Riva e delle società controllate dell’Ilva (quest’oggi si svolgerà un incontro tra i militari e il pool di magistrati guidati da Franco Sebastio). La Cassazione, pronunciato il dispositivo ha inviato tramite la propria Procura generale alla Procura di Taranto tre ordini di cessazione della misura cautelare reale. Riguardano, nello specifico, altrettanti ricorsi proposti da Riva FIRE e Riva Forni elettrici, poi da Riva Energia, Muzzana Trasporti e Riva Acciaio, infine da Maurizio Saa, Giuseppe Parrello e Angelo Bianchi per conto delle controllate dell’Ilva. Queste ultime sono Ilva commerciale, Taranto Energia, Ilvaform, Ilva immobiliare, Immobiliare Siderurgica, Sanac, Ilva Servizi Marittimi, Innse Cilindri e Celestri. Gli avvocati del commissario Enrico Bondi hanno impugnato il sequestro delle controllate Ilva individuandovi “molteplici profili di illegittimità”.
Vuoi vedere che alla fine l’Ilva chiuderà per effetto “indiretto” dei giudici della Cassazione?

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

VERGOGNA ITALIANA

RIVA, “TORNANO” I SOLDI
LA CASSAZIONE ANNULLA IL SEQUESTRO PER EQUIVALENTE DI 8,1 MILIARDI

Ennesimo colpo di scena (sarà l’ultimo?) nell’infinita vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto. Nella giornata di ieri infatti, i giudici della VI sezione penale della Cassazione, dopo una breve seduta in Camera di consiglio, hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) la holding che controlla l’Ilva Spa, e che si estese lo scorso settembre anche all’altra controllata Riva Acciaio Spa. I giudici hanno dunque accolto il ricorso presentato dai legali dei Riva, Franco Coppi e Enrico Paliero, disponendo la restituzione alle holding di tutti i beni, annullando anche i successivi decreti giudiziari conseguenti al sequestro (dunque anche quello riguardante la Riva Acciaio e le controllate Ilva). E cancellando l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Taranto, che a giugno scorso aveva respinto l’istanza degli avvocati, confermando il sequestro preventivo disposto dal gip Patrizia Todisco il 24 maggio scorso. Il quale aveva disposto il provvedimento dopo aver accolto la richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio (e composto dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani), che avevano chiesto il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva FIRE in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/2001 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.
Alla somma di 8 miliardi e 100 milioni di euro, si giunse sulla base della quantificazione elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, per una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la dirigenza avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del siderurgico tarantino. Di quegli 8 miliardi però, i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici (ad oggi si era arrivati a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni mobili e immobili che ora rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva). Risorse che per il decreto del 4 giugno scorso, con il quale il governo Letta commissariò l’azienda affidandola alla gestione di Enrico Bondi, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”. Ma il gip Todisco, sulla scorta della relazione consegnata dai custodi giudiziari lo scorso 7 ottobre a seguito di un periodo di tre mesi (giugno-settembre) di accertamenti e sopralluoghi, il 6 novembre rigettò l’istanza presentata dallo stesso Bondi per entrare in possesso di quelle somme, in quanto l’Ilva “è ancora in ritardo sul piano industriale e non ha ancora posto rimedio ai gravi problemi ambientali che hanno determinato il commissariamento dell’azienda da parte del Governo”.
Ma la decisione di ieri della Cassazione, rischia di incidere e non poco anche sul programma di risanamento previsto dal piano ambientale messo a punto dagli esperti del ministero dell’Ambiente, che attende l’ok per decreto dal ministro Orlando. E soprattutto mette a rischio la concreta attuazione dell’ultimo decreto approvato dal governo (“Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”) sull’Ilva. Il testo prevede infatti che dopo l’approvazione del piano ambientale che avverrà entro il 28 febbraio prossimo, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza”, quindi i Riva, dovranno entro 15 giorni mettere a disposizione del commissario Bondi le somme necessarie al risanamento. Ma prevedendo forse ciò che è accaduto ieri, nel decreto fu aggiunto che qualora ciò non fosse accaduto, si dovranno trasferire al commissario le somme sequestrate al gruppo per reati diversi da quello ambientale. Come ad esempio quello di frode fiscale, sul quale indaga la Procura di Milano, che ha sin qui sequestrato 2 miliardi di euro ai Riva. Ma anche in questo caso è molto facile immaginare una nuova vittoria del gruppo che ha già annunciato l’ennesimo ricorso avverso il provvedimento del governo. Visto che non esiste, almeno sino a questo momento, la possibilità nella giurisprudenza italiana che i soldi sequestrati possano essere sottratti alla persona fisica o al gruppo aziendale prima dell’ultimo grado di giudizio. E visto che il processo a Milano è tutt’altro che iniziato, appare pressoché impossibile che i 2 miliardi sequestrati ai Riva per frode fiscale, gran parte dei quali sono già confluiti nel Fondo Giustizia, entreranno in possesso di Bondi e Ronchi. Tra l’altro, qualora ciò dovesse accadere per l’ennesima forzatura del governo, c’è il concreto rischio che se i Riva dovessero essere prosciolti da ogni accusa, bisognerà anche risarcirli.
Inoltre, non si capisce bene perché si sia iniziato ad invocare il fatto che i Riva adesso sarebbero obbligati, per una sorta di richiamo etico, a finanziare i lavori di risanamento dell’Ilva. Visto che l’azienda è stata commissariata e quindi sottratta alla loro gestione: come prevede la legge 89 de 4 agosto infatti, soltanto al termine dei tre anni di commissariamento il siderurgico tornerà ai legittimi proprietari. Dunque, attualmente i Riva non hanno alcun obbligo ad investire i loro profitti nel risanamento dell’azienda.
Non solo. Perché l’ennesima sentenza politica della Cassazione dimostra chiaramente come l’aver impostato gran parte della lotta “ambientalista” a Taranto facendo totale affidamento al lavoro della magistratura, sia del tutto fallimentare oltre che poco lungimirante. Come tra l’altro abbiamo sempre sostenuto. E’ la chiara dimostrazione, l’ennesima, che per i propri diritti bisogna lottare ogni giorno stando in mezzo alla gente: non nelle aule dei tribunali. E che stante così le cose, occorre ripartire da zero: agendo dal basso, riprendendosi ogni spazio pubblico sottratto alla città, facendo proposte concrete e alternative per un futuro realmente realizzabile, senza poggiarsi sulla convinzione che un giorno questa città otterrà il risarcimento miliardario, che comunque le spetta di diritto, attraverso il quale costruire un qualcosa di molto aleatorio e poco adattabile alla storia e al contesto di questa città.
E’ indubbio che quella di ieri sia una vittoria dei Riva. Che potrebbe scrivere però la parola fine sulla storia dell’Ilva di Taranto. Visto che adesso Bondi e Ronchi si ritrovano in mano un cerino la cui fiammella è oramai arrivata quasi ad estinguersi. Il 2014 si appresta ad essere un anno molto difficile. La cui storia non cambierà nemmeno con l’arrivo del Papa, sul quale già in tanti hanno iniziato a lucrare con la solita ipocrita morale perbenista e cattolica di cui il nostro paese è ancora tristemente intriso.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora.
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA.

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile.
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso.

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha.

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960).

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it —

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO (Gianmario Leone TarantoOggi 04 12 2013)

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora. 
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA. 

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile. 
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso. 

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha. 

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960).Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva

M5S e ambientalisti contro il dl emergenze: “Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva”

Nel decreto approvato oggi dal consiglio dei ministri, insieme alle nuove norme per la Terra dei fuochi sono inseriti articoli che mettono al sicuro il lavoro del commissario dell’acciaieria Enrico Bondi: sanzioni azzerate, sblocco dei fondi e soprattutto nessuna responsabilità per la gestione dei rifiuti all’interno della fabbrica. Insorgono 5 Stelle e Verdi

M5S e ambientalisti contro il dl emergenze: “Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva”

 

Il quinto decreto ad Ilvamapprovato dal consiglio dei ministri insieme alle nuove norme per laTerra dei fuochi, è un vero e proprio ‘salva-commisari’, il commissario straordinario dell’acciaieria di Taranto. Sanzioni azzerate, sblocco dei fondi e soprattutto nessuna responsabilità per la gestione dei rifiuti all’interno della fabbrica.

“LE SANZIONI NON SI APPLICANO AL COMMISSARIO”
Le norme salva-commissari prevedono che “durante la gestione commissariale, qualora vengano rispettate le prescrizioni dei piani” e “le previsioni” di adeguamento, non si debbano applicare “per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale”, le sanzioni previste dall’Aia del 2012, ovvero quelle che sancivano per l’azienda una multa anche del 10 percento del fatturato aziendale. Non solo. Il decreto prevede che le “sanzioni, ove riferite a atti o comportamenti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, si irrogano alle persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti, e non possono essere poste a carico dell’impresa commissariata per tutta la durata del commissariamento”. In sostanza, la nuova norma prevede che le colpe deiRiva, come titolari del siderurgico, debbano essere pagate dai Riva stessi e non dall’Ilva commissariata.

Ma cosa si intende per previsioni? Con un’interpretazione autentica il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” deve essere intesa nel senso che la stessa è rispettata se laqualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e soprattutto se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. In definitiva non è necessario che le misure di adeguamento siano state realizzate completamente, ma è sufficiente che il 70 percento di quelle previste siano state avviate. Inoltre il decreto non stabilisce quali siano le prescrizioni da avviare lasciando di fatto una grande discrezionalità nelle mani di Bondi.

LE MANI SUI SOLDI DEL JERSEY
Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo scrive chiaramente nelle premesse del decreto quando afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Tradotto: bisogna mettere mano ai fondi sequestrati dalla magistratura. In tal senso, se aTaranto – rispetto agli 8 miliardi imposti dal gip Patrizia Todisco – le Fiamme gialle sono riuscite a trovare ben poche risorse dei Riva, a Milano al contrario i finanzieri hanno sequestrato circa 1 miliardo e 200 milioni di euro che gli gruppo industriale aveva riportato in Italia con lo scudo fiscale voluto da Tremonti e Berlusconi dopo averli nascosti nel paradiso fiscale del Jersey. Il decreto, ora, stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà richiedere “le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. Somme da utilizzare immediatamente per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’eventuale condanna definitiva.

BONELLI: “LA SOSPENSIONE DELLE SANZIONI E’ INCOSTITUZIONALE”
Per Angelo Bonelli, leader dei Verdi, “la norma del decreto sull’Ilva che contiene la sospensione delle sanzioni per le prescrizioni ambientali è assolutamente incostituzionale perché subordina in maniera inaccettabile la vita e la salute alla produzione. Mai ci saremmo aspettati – ha aggiunto l’ex candidato sindaco di Taranto dell’area ambientalista – che si potesse giungere a superare questo limite con una norma che non solo garantisce l’impunità a chi inquina, ma abbandona i cittadini di Taranto a subire le drammatiche conseguenze dell’inquinamento”. Inoltre Bonelli ha annunciato che “una volta pubblicato porterò personalmente il testo del decreto al Commissario Ue all’Ambiente in relazione alla procedura di infrazione comunitari” perché “con questo decreto si vuole garantire un periodo transitorio che secondo la struttura commissariale dovrebbe durare almeno 3 anni, periodo nel quale, da quello che abbiamo compreso non sarà possibile garantire la conformità degli impianti dell’Ilva alla legge. Di fatto si tratta di un decreto che consente nei prossimi anni la libertà d’inquinare”.

M5S: “SANZIONI CANCELLATE, E’ REGALO A ILVA”
Sul dl approvato dal governo Letta, inoltre, è arrivata la sonora bocciatura di Movimento 5 Stelle eVerdi. “Dietro un decreto che dovrebbe mettere una pezza sul disastro ambientale della Terra dei Fuochi si nasconde l’ennesimo regalo al commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi – hanno scritto i deputati M5S della commissione Ambiente – Siamo preoccupati per la volontà del governo di togliere di fatto le sanzioni sull’Ilva durante il periodo di commissariamento”. Non solo. Gli onorevoli a 5 Stelle sono “convinti che chi commette reati ambientali debba pagare, e oltretutto che le eventuali bonifiche previste riguardino tutti i Siti di interesse nazionale (Sin) inquinati, e non soltanto alcune zone”. Per quanto riguarda il provvedimento generale, invece, per i 5 Stelle “ben venga l’introduzione del reato per la combustione dei rifiuti”, ma loro aspetteranno che il testo approdi in Aula. “Continueremo a batterci – hanno concluso – affinché la tutela dell’ambientediventi sempre di più una priorità improrogabile, non una bandiera da sventolare solo quando gira il vento”. Non meno forte la presa di posizione dell’associazione ambientalista Peacelink: “Questo governo porta l’Italia fuori dall’Europa, approvando l’ennesimo decreto ‘Salva-Ilva’ che concede deroghe e proroghe in barba alle rigorose norme della direttiva europea sull’Autorizzazione Integrata Ambientale“.

DA BERLUSCONI FINO A LETTA, ECCO I CINQUE DECRETI “AD AZIENDAM”
Quello di oggi, come detto, è il quinto decreto firmato da vari governi nei confronti dei padroni dell’acciaio. Il primo risale al 2010 e fu firmato dal duo PrestigiacomoBerlusconi per risolvere l’emergenze benzo(a)pirene che attanagliava Taranto. In realtà il decreto si limitò eslcusivamente ad innalzare i limiti di legge per le città con più di 150mila abitanti. Il secondo decreto fu voluto dall’ex ministro dell’ambiente del Governo Monti, Corrado Clini, per sbloccare l’acciaio sequestrato dalla procura di Taranto. Ben tre, invece, sono i decreti firmati dall’attuale governo Letta e dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Oltre a quello di oggi, Letta-Orlando hanno emanato due provvedimenti per nominare Bondi commissario ed Edo Ronchi com subcommissario e per autorizzare le discariche interne dell’Ilva.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/03/m5s-e-ambientalisti-contro-il-dl-emergenze-nel-testo-lennesimo-regalo-allilva/799950/

L’Huffington Post

 

Ilva, Enrico Bondi fa causa ai Riva per 484 milioni di euro

 

ilva

Il commissario straordinario nominato dal governo per l’Ilva Enrico Bondi fa causa ai Riva. Secondo quanto riferisce il ‘Sole24Ore’ citando ambienti giudiziari, l’Ilva guidata appunto da Bondi ha avviato un’azione di risarcimento, depositata a Milano, da 484 milioni di euro contro la capogruppo Riva Fire, che nonostante il sequestro resta ancora nell’orbita della famiglia di industriali.

L’accusa è di esercizio abusivo delle attività di direzione e violazione dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale. In soldoni, “per 17 anni che l’Ilva è stata usata dai Riva come un bancomat”, scrive il Sole.

Secondo il commissario è infatti dal 1995 che la famiglia sottrarrebbe risorse all’acciaieria: l’ingente flusso di denaro sarebbe stato assorbito dalla capogruppo attraverso un contratto di ‘assistenza tecnica’.

 

http://www.huffingtonpost.it/2013/11/28/ilva-enrico-bondi-causa-riva_n_4354414.html?utm_hp_ref=italy

Ilva, vertice a sorpresa

 

Interrogatori in vista
per Vendola e Assennato

di FULVIO COLUCCI
TARANTO  Segna tempesta il barometro dell’Ilva. Oggi a Roma il commissario straordinario Enrico Bondi e il sub-commissario Edo Ronchi incontrano il governo a Palazzo Chigi. Potrebbero lanciare un ultimatum: o l’esecutivo offre «agibilità» operativa, aiutando l’azienda ad eliminare i ritardi burocratico-istituzionali che rallentano i lavori previsti dall’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), mettendo così al riparo gli stessi vertici del siderurgico da eventuali, nuovi, contraccolpi giudiziari in materia di inquinamento o il commissario e il sub-commissario potrebbero dimettersi.

Un vertice improvviso e inatteso con rappresentanti della presidenza del Consiglio e dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico. All’incontro anche il prefetto di Taranto Claudio Sammartino. Il management aziendale intenderebbe rimarcare il «clima poco collaborativo» che respirerebbero nel capoluogo. Il prefetto chiederebbe, altresì, certezze sulle sanzioni previste (e già accertate) dalla legge di commissariamento dell’Ilva e che il suo ufficio deve applicare nel caso di violazione delle norme sull’Aia.

Secondo indiscrezioni, il commissario Bondi e il sub-commissario Ronchi potrebbero premere sull’acceleratore. La minaccia di dimissioni potrebbe essere concreta, non larvata, se il governo non ascoltasse l’appello a velocizzare le procedure Aia. E in tal senso, i due porterebbero esempi concreti come il progetto di realizzazione della copertura dei parchi minerali. A che serve presentarlo, sarebbe il ragionamento di Bondi e Ronchi, se poi le autorizzazioni richieste, per esempio all’Amministrazione comunale, tardano o si complicano facendo slittare ancora i tempi di realizzazione delle opere di ambientalizzazione?

Bondi e Ronchi prospetterebbero, così, la impossibilità di andare avanti senza quella «agibilità» che dovrebbe abbracciare due fronti: i rapporti con la città e quelli con le istituzionali. Un nodo decisivo, al netto di decreti e commissariamenti che hanno costellato gli ultimi quindici mesi della vicenda Ilva. Ma per il governo non sarà facile sciogliere quel nodo. E scioglierlo come, poi? Impensabile un nuovo intervento legislativo. E anche una mediazione non sembra praticabile senza fare i conti con un «clima» difficile.

Ieri addirittura il segretario generale nazionale del sindacato metalmeccanico Uilm, Rocco Palombella, non certo un anti-industrialista, ha detto chiaro e tondo: «I lavori previsti dall’Aia sono in grave ritardo. Non ci si può attaccare alla copertura integrale di qualche chilometro del treno nastri». Parlava, Palombella, all’assemblea dei delegati della Uilm a Massafra, in provincia di Taranto. Un incontro programmato in vista delle elezioni per il rinnovo del Consiglio di fabbrica dell’Ilva, le rappresentanze sindacali unitarie scadute nella scorsa primavera. Si voterà il 27, 28 e 29 novembre anche se la Fiom Cgil ha fatto ricorso alla magistratura contestando il meccanismo elettorale e chiedendo un rinvio della consultazione.

Anche questo episodio mostra il «clima avvelenato» che si respira in città. Veleno su veleno. «Altro grave ritardo» ha aggiunto il segretario della Uilm Rocco Palombella «è quello relativo alla presentazione del piano industriale da parte di Bondi. Presentarlo a gennaio aumenterà l’inquietudine dei lavoratori, già emotivamente provati da oltre un anno di incertezze sul futuro. Non si tratta solo dei lavori dell’Aia – precisa Palombella – ma dell’ambientalizzazione complessiva di tutto lo stabilimento. Gli impianti vanno rifatti con frequenza, bisogna abbattere l’inquinamento e garantire l’eco-compatibilità. E poi essere davvero chiari sulla forza lavoro dell’Ilva futura. Bondi potrebbe anche pensare, senza strappi, di bloccare il turn over operaio nello stabilimento. Nel giro di pochi anni la forza lavoro sarebbe sensibilmente ridotta con gravi contraccolpi economico-sociali».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/ilva-vertice-a-sorpresa-cos-bondi-e-ronchi-minacciano-dimissioni-interrogatori-in-no671466#.Uo3Z8uoZBqo.twitter

Ilva Taranto, il gip avvisa:

 “O rispetta prescrizioni Aia o sarà di nuovo sequestro”

In un’ordinanza di 40 pagine, Patrizia Todisco sottolinea come l’azienda non abbia ottemperato a quanto chiesto e che vi siano ancora “accertate violazioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”

Ilva Taranto, il gip avvisa: “O rispetta prescrizioni Aia o sarà di nuovo sequestro”

Se l’Ilva di Taranto non rispetta in tempi stretti le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale, gli impianti potrebbero tornare presto sotto sequestro. E’ quanto in estrema sintesi ha spiegato il gip Patrizia Todisco nell’ultimo provvedimento con il quale ha rigettato la richiesta del commissario straordinario Enrico Bondi di sbloccare i 200mila euro bloccati dalla Guardia di finanza a maggio scorso. Nelle 40 pagine che compongono l’ordinanza il gip ha motivato la decisione ribadendo che “allo stato, non risulta ancora intervenuta l’approvazione del piano industriale” e, al contrario, sono ancora “rilevanti” le “accertate violazioni delle prescrizioni in materia di tutela ambientale e sanitaria”. Ma soprattutto nel documento il magistrato ha richiato l’ultima relazione firmata dai custodi giudiziari Barbara ValenzanoEmanuela Laterza e Claudio Lofrumento che, al termine di un sopralluogo effettuato con i carabineri del Nucleo operativo ecologico di Lecce, hanno documentato le numerose criticità ancora presenti nella fabbrica di Taranto

Nella relazione si legge che “le attività condotte dalla Societa Ilva spa risultano in notevole ritardo rispetto ai tempi prescritti dal Provvedimento di Riesame Aia 2012” e che “sussistono le pratiche operative di gestione del processi che hanno fin’oggi determinato le violazioni delle norme”. Nell’Ilva, in sostanza, non è cambiato quasi nulla. Nella fabbrica tutte le pratiche operative che hanno portato alle emissioni nocive e quindi al disastro ambientale, secondo quanto scrivono i custodi, non sono state modificate. I livelli di alcuni inquinanti, però, sono diminuiti, ma non per merito dell’azienda, ma semplicemente per la minore produzione. “Si evidenzia – si legge infatti nella relazione dei custodi tecnici in riferimento alle polveri sottili – che lo spegnimento di alcuni impianti quali, l’altoforno 1, le batterie 3-4, 5-6, 7-8, e la fermata dell’altoforno 2 e dell’acciaieria 1, hanno comportato una riduzione dell’emissioni”.

Una situazione, quindi, in cui secondo il gip la facoltà d’uso dell’area a caldo è nuovamente a rischio e potrebbe essere revocata dal magistrato ma non senza la richiesta dei pubblici ministeri. Una sorta di ultimatum al Commissario Bondi affinché le operazioni per la messa a norma dell’impianto siano concrete. A testimoniarlo ci sono i diversi passaggi in cui il magistrato ha fatto riferimento alla decisione della Corte Costituzionale che , pur definendo legittima la legge “salva Ilva”, ne ha sottolineato la necessità per via di una “situazione grave ed eccezionale” a causa di una “emergenza ambientale, dato il pregiudizio recato all’ambiente e alla salute degli abitanti del territorio circostante, e di emergenza occupazionale, considerato che l’eventuale chiusura dell’Ilva potrebbe determinare la perdita del posto di lavoro per molte migliaia di persone”. Ed è sulla base di questo che la Corte ha sottolineato “la temporaneità delle misure adottate”. Insomma il tempo stringe e la salute dei tarantini non può attendere ancora a lungo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/05/ilva-taranto-il-gip-todisco-avvisa-o-rispetta-prescrizioni-aia-o-sara-di-nuovo-sequestro/767524/