Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva

Il sindacato Usb attacca: “Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva. Il decreto legge non stanzia risorse. E in fabbrica è sempre più emergenza sicurezza”

“Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo dice chiaramente nelle premesse del decreto”. E’ quanto afferma l’Usb, l’Unione sindacale di base, a proposito dell’Ilva di Taranto. Riferendosi al decreto 136 nei giorni scorsi convertito in legge, l’Usb – terzo sindacato per rappresentanza nello stabilimento siderurgico afferma che “Il decreto dà la possibilità al commissario di mettere mano ai fondi sequestrati a Milano dai finanzieri, circa 1 miliardo e 900 milioni. Infatti – dice l’Usb – si stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà chiedere le somme sottoposte a sequestro penale. Somme da utilizzare per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’ eventuale condanna definitiva”. “È ormai chiaro – evidenzia l’Usb – che il Piano industriale è pronto da mesi, ma, come abbiamo sempre sostenuto, non c’era la copertura finanziaria. Ai ritardi Aia – rileva ancora l’Unione sindacale di base – si sommano le disastrose situazioni su alcuni impianti dovuti alla mancanza ormai cronica di manutenzioni ordinarie, pezzi di ricambio e tutto quello che serve a poter lavorare in condizioni di sicurezza. Alla fine, per ripristinare i grossi problemi impiantistici, non legati alla questione Aia probabilmente serviranno diversi centinaia di milioni di euro o addirittura qualche miliardo”.

http://cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5591-no-tengo-dinero.html

–di fare male ai fogli

chiuse gli occhiali
e si addormentò  gli occhiali
e si
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli…

e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c’è
e alla fine chiederle “scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me…”
e le lettere d’amore,
le lettere d’amore
fanno solo ridere:
le lettere d’amore
non sarebbero d’amore
se non facessero ridere;
anch’io scrivevo un tempo
lettere d’amore,
anch’io facevo ridere:
le lettere d’amore
quando c’è l’amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano…

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…

e scrivere d’amore,
e scrivere d’amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
le lettere d’amore,
di un amore invisibile;
le lettere d’amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d’amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
per potertele scrivere…

Ilva, pressing sulla commissione rifiuti

 

di Michele Tursi

ILVA: UE CONTRO ITALIA PER CARENZE CONTROLLI SU TARANTOUn percorso studiato per mostrare i “gioielli” della fabbrica ed evitare i reparti inquinanti, una relazione che mettesse in evidenza gli investimenti realizzati in campo ambientale e qualche parlamentare amico per svolgere le pressioni giuste.
Nella fitta rete tessuta da Girolamo Archinà, l’ex public relation dell’Ilva sotto inchiesta nell’ambito di Ambiente svenduto, finì anche la Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Dal 13 al 15 settembre del 2010, l’organo parlamentare arrivò in missione a Taranto. L’attività dello stabilimento siderurgico fu uno dei motivi della visita.
La circostanza mise in fibrillazione l’apparato dell’Ilva. Ma Archinà sembrava avere una soluzione per tutto. Il 10 settembre, telefona all’on. Pietro Franzoso (Pdl), tragicamente deceduto a novembre del 2011. Franzoso oltre ad essere un parlamentare della provincia di Taranto, è componente della Commissione rifiuti con funzioni di segretario. L’incontro tra i due avviene durante la cerimonia di inaugurazione della Fiera del Levante a Bari. Per quanto informale, la riunione sembra sortire gli effetti desiderati tanto che il giorno dopo Archinà istruisce il direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso (anch’egli indagato), sui comportamenti da tenere con la Commissione. «Mi sono visto con… la persona qui (è evidente che si tratta dell’on. Franzoso – scrivono gli inquirenti)… dovremmo porre più attenzione ad alcuni interventi impiantistici che attengono l’ecologia, tipo l’impianto urea, piuttosto che un altro impianto e poi porre l’attenzione ai flussi che vanno verso l’esterno… tipo… come abbiamo fatto con la questione Pcb».
Capogrosso prende nota ed il giorno prima della visita, relaziona a Fabio Riva (anch’egli sotto inchiesta) il quale ordina «mi raccomando mettiamo tutto in ordine». Capogrosso lo tranquillizza forte delle indicazioni avute da Archinà: «avremmo messo giù un percorso… che adesso mettiamo su carta… perchè dall’informazione di Archinà noi volevamo far vedere l’impianto di Urea con la relativa gestione delle polveri… poi l’impianto di bricchette quelle di Ambruoso, che passiamo li davanti».
Nella conversazione viene fuori il nome dell’on. Gaetano Pecorella, presidente della Commissione. «Ah Pecorella, quello della Franzoni», esclama Fabio Riva che forse lo confonde con l’avv. Carlo Taormina.
Ma è proprio su Pecorella che si svolge il pressing maggiore perchè, a conclusione dei lavori rilascia una dichiarazione alla stampa affermando che i costi delle bonifiche debbano gravare sui responsabili dell’inquinamento. A complicare ulteriormente le cose interviene anche il noto ambientalista Fabio Matacchiera che in quei giorni denuncia l’incompatibilità dell’on. Franzoso in seno alla Commissione perchè la moglie è l’amministratrice della Iris di Torricella (comune di residenza di Franzoso), una delle maggiori aziende dell’appalto Ilva.
Archinà quindi tenta di correre ai ripari ne parla prima con Capogrosso e poi con lo stesso Franzoso. «Il discorso che stamattina gli devo fare avere alla persona – dice a Capogrosso – il discorso se il concetto che dice il Presidente che varrebbe… è il privato che deve bonificare, allora perchè è intervenuta la Regione per bonificare le aree di Matra e Cemerad?»
Gli stessi dubbi vengono riportati al parlamentare di Torricella. Archinà gli suggerisce di «aiutare il presidente Pecorella ad essere oggettivo» ed a tal fine Archina e Franzoso concordano sul fatto che sia necessaria una precisazione sulla questione.

Caso Ilva, depositate altre intercettazioni tra Riva e Ferrante

di MIMMO MAZZA
TARANTO – Fabio Riva un anno fa, quando il gip Patrizia Todisco firmò l’ordinanza di custodia cautelare per il vicepresidente di Riva Fire, si rifugiò a Londra, dove peraltro si trova tutt’ora in attesa di una procedura di estradizione lunga e complessa, perché non voleva finire in carcere. Sarebbe tornato in Italia solo con la certezza di ottenere gli arresti domiciliari, misura alla quale erano stati sottoposti il 26 luglio 2012 il padre Emilio e il fratello Nicola. Il decreto di latitanza di Fabio Riva porta la data del 9 dicembre 2012, due giorni prima lo stesso indagato aveva fatto sapere, tramite i suoi avvocati, di essersi messo a disposizione della magistratura inglese. In quelle ore inizia una frenetica attività investigativa da parte dei finanzieri del Gruppo di Taranto che, su delega della Procura e decreto del gip Todisco, iniziano le intercettazioni a carico di Fabio Riva, della compagna Manuela, dei figli Alice ed Emilio jr e di altre persone dell’entourage familiare allo scopo di trovarlo.

Nei 31 faldoni depositati contestualmente alla notifica dei 53 avvisi di conclusione delle indagini preliminari, la ricerca di Fabio Riva occupa più di mille pagine. I finanzieri, ascoltando i colloqui del vecchio e del nuovo skipper della famiglia Riva, apprendono che Fabio farà rientro in Italia soltanto dopo 8 mesi, quando le cose si saranno sistemate e potrà, dopo appena un mese di reclusione, tornare libero. I familiari di Fabio Riva ovviamente adottano mille cautele, temendo le intercettazioni, e dunque cambiano spesso scheda sim (acquistando anche schede francesi), usano skype e adottano un linguaggio criptico. È la figlia Alice, in particolare, a fare la spola con Londra per trovare il padre.
I finanzieri monitorano le compagnie aeree e riescono così a ricostruire i frequenti voli sull’asse Milano-Londra. Fabio Riva sfugge all’arresto nei giorni successivi a Capodanno 2013, quando passa alcuni giorni con i familiari sullo yacht di 60 metri ormeggiato a Beaulieu Sur Mer, località balneare poco distante da Nizza, raggiunta con il Tgv, il treno ad alta velocità francese partito da Londra. Avuta la notizia, i finanzieri effettuarono una perquisizione assieme alla gendarmeria francese senza però successo perché nel frattempo era andati tutti via.

Le ricerche proseguono, seguendo la figlia Alice che il 21 gennaio raggiunge il padre Fabio nuovamente a Londra. Gli agenti dell’Interpol attendono che sia solo per entrare in casa, notificargli il mandato d’arresto europeo e avviare la procedura di estradizione, ancora in corso. Oltre a tenere i contatti con il padre, Alice cerca anche di capire cosa accade in Ilva. I finanzieri intercettano i suoi colloqui con il lobbista-consulente Alberto Cattaneo. Secondo i militari, in particolare, «Alice parla con Alberto Cattaneo di una nuova figura che dovrebbe affiancare Bruno Ferrante, una persona di fiducia della famiglia che allo stesso tempo è una figura pericolosa ma che in questo momento rappresenta la chiave della situazione».
Esasperata per la piega che l’inchiesta giudiziaria sta assumendo, la figlia di Fabio Riva invita a «essere più cattivi a livello giudiziario» e a denunciare i magistrati di Taranto «per danni economici» non ritenendo sbagliato nemmeno «fare un po’ di paura (riferendosi ai licenziamenti dei dipendenti dell’Ilva), passando prima per la mobilità».

Qualche giorno prima dell’arresto di Fabio Riva, i finanzieri intercettano una telefonata tra Giovanna Du Lac Capet (seconda moglie di Emilio) e il presidente dell’Ilva Bruno Ferrante. La signora Riva riferisce a Ferrante che era stata convocata dai figli perché la situazione dell’Ilva è un po’ complicata. Si danno appuntamento per parlare dopo che il presidente dell’Ilva avrà incontrato la responsabile della comunicazione e delle persone che arriveranno da Taranto ma Ferrante ad un certo punto, in relazione alla loro conversazione, dice alla sua interlocutrice che «vuole fare un salto dove sai».
La seconda moglie di Emilio Riva svolge un ruolo molto attivo. Tiene i contatti con l’avvocato Marco De Luca, invita tutto lo staff legale a darsi da fare contro la Procura di Taranto («Mio marito si è stancato» ripete spesso), si sposta spessissimo, almeno così traspare dalle intercettazioni telefoniche, facendo la spola tra Milano, le Bahamas, Miami e Montecarlo, fa uno strano riferimento a Berlusconi («mancava la discesa in campo del nostro campione e così abbiamo fatto il totocalcio»), si procura il numero del vicedirettore del Giornale Nicola Porroe lo chiama per ringraziarlo per un articolo scritto contro i giudici di Taranto.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/caso-ilva-depositate-altre-intercettazioni-no670489/

Il funerale di Franco prefunerale di una città?

Il funerale di Franco prefunerale di una città?

di Mimmo Mazza

Si era svegliato, battendo per una delle ultime volte la sonnolenza indotta dalla morfina per arginare dolori divenuti dilanianti e, nel giorno del suo 38esimo compleanno, aveva visto il suo letto, in una stanza del reparto di oncologia dell’ospedale Moscati, circondato da bodyguard, camici bianchi e autorità.

«Grazie, grazie, sono onorato» sussurrò al ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, corsa a vedere come si cerca di far fronte all’emergenza dovuta al rischio ambientale certificato dall’ormai lontano 1986 dall’Organizzazione mondiale della sanità, tra il silenzio di molti e la complicità di alcuni. «Grazie» disse, commuovendo la Lorenzin che mai avrebbe immaginato di toccare con mano il dramma di una città dove di cancro si muore sempre più spesso. Una settimana dopo, Francesco Pignatelli è morto, strappato alla vita, alla sua compagna, a sua madre, da un male subdolo e insidioso che in quattro mesi ha spento l’esistenza di un ragazzo che era l’emblema della salute. Vederlo correre sul lungomare, per noi runner della domenica, era uno spettacolo. Francesco andava forte, più forte di tutti.

Si alzava all’alba ogni giorno, macinava chilometri su chilometri, poi si spostava in tribunale, ad occuparsi di cause di lavoro, con una semplicità e con una voglia di vivere invidiabile. Dobbiamo morire tutti prima o poi, e detto che vorremmo che a noi e ai nostri cari non tocchi mai o il più tardi possibile, quando si muore a 38 anni, quando muore un atleta come Franco, capace il 2 giugno scorso di dare spettacolo ad una gara di triathlon a Barletta, quando se ne va l’immagine stessa dello stare bene, si perde ogni punto di riferimento, e si piomba nella paura e nel terrore.

Taranto è città a rischio ambientale, gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva sono stati definiti da tre scienziati fonte di malattie e morte per migliaia di operai e centinaia di migliaia di residenti. Ma tra le perizie e le morti, tra gli avvisi di garanzia e le professioni di innocenza, tra le connivenze maleodoranti di alcune intercettazioni e i tanti troppi manifesti funebri affissi alla portineria Ilva, c’è sempre stato spazio per la speranza e l’indifferenza, per il proclama di chi ancora crede (ma davvero crede?) di poter coniugare salute e acciaio come se nulla fosse accaduto, rubricando le inchieste come il frutto amaro di una invasione di campo dei giudici, rifugiandosi dietro l’egoismo di chi crede (ma ancora crede?) che non tocca a lui, ma al limite al vicino, al condomino, allo sfigato che in fondo, prima o poi doveva morire.

Non sarà l’ennesimo funerale a cambiare lo stato delle cose, a imporre una operazione verità a tutti coloro che hanno la possibilità di dire ai tarantini se due tumori in più all’anno sono in fondo una minchiata, come diceva Fabio Riva all’avvocato Franco Perli in un memorabile colloquio intercettato nei giorni in cui si discuteva dell’autorizzazione da rilasciare all’Ilva, o l’inevitabile sacrificio da fare sull’altare del progresso, del Pil e della Patria. Ma cos’altro bisogna aspettare, quante altre lacrime bisognerà versare, quante vite si dovranno ancora prematuramente interrompere per dare a Taranto e ai suoi sventurati abitanti la certezza della vita?

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizie-nascoste/il-funerale-di-franco-prefunerale-di-una-citt-no669762

Ilva, per addolcire l’Aia del 2011 pressing dei Riva su Gianni Letta

di Mimmo Mazza

TARANTO – Sarebbe stato l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta il punto di riferimento per la famiglia Riva nella complessa e tribolata procedura di rilascio dell’Autorizzazione integrata ambientale per lo stabilimento Ilva di Taranto, firmata il 4 agosto del 2011 dal ministro Stefania Prestigiacomo e riesaminata appena un anno dopo, alla luce del sequestro effettuato dall’autorità giudiziaria. È quanto si legge, come la Gazzetta è in grado di rivelare, nell’ultima informativa redatta dai finanzieri del Gruppo di Taranto e allegata alla montagna di atti messi a disposizione dei 53 indagati dell’inchiesta per disastro ambientale.

Intercettando Fabio Riva, vicepresidente di Riva Fire, latitante a Londra dal 26 novembre del 2012, e l’avvocato Franco Perli, l’amministrativista del gruppo finito sotto inchiesta per associazione a delinquere ed altri gravi reati, i militari delle Fiamme Gialle si imbattono in diversi colloqui nei quali Riva e Perli fanno costantemente riferimento a Gianni Letta.

Ma per la Finanza, «la conferma che la famiglia Riva interloquisce con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, on. Gianni Letta si rileva – è scritto nell’informativa – nuovamente da una conversazione a tre che avviene tra Fabio Riva, il fratello Daniele (responsabile dello stabilimento di Genova, non indagato ndr) e la dott.ssa Vittoria Romeo (responsabile dell’ufficio romano del gruppo, indagata per concorso in abuso e rivelazione di segreto d’ufficio con il presidente della commissione Aia, il componente Luigi Pelaggi e il funzionario regionale Pierfrancesco Palmisano, ndr) il 13 luglio 2010, nella quale i tre apportano delle correzioni al testo di una lettera che sarà sottoscritta dal presidente del gruppo Riva-Fire, cioè l’ing. Emilio Riva e sarà consegnata brevi manu al destinatario (Gianni Letta, appunto ndr), dalla dott.ssa Romeo». Per i finanzieri, la lettera è «finalizzata ad illustrare al destinatario le difficoltà che l’Ilva sta incontrando in quel periodo storico, sia per quanto attiene l’Aia, che per quanto attiene talune problematiche sui siti produttivi di Taranto e Genova». Perli riferì a Pelaggi della lettera inviata a Letta, suscitando agitazione nel capo della segreteria dell’allora ministro Stefania Prestigiacomo: «guarda… prima di tutto, guarda che i Riva – è quanto dice Perli a Fabio Riva, raccontando il suo colloquio con Pelaggi – sono incazzati come delle bisce, poi hanno già scritto a Letta….” e già quando gli ho detto Letta haaaa…… (…) no, no, no si è preoccupato, si è preoccupato!! Guarda che su sta roba qui non salta Ticali, salta la Prestigiacomo!». Una affermazione, quest’ultima, che secondo la Finanza fu fatta da Perli «proprio in relazione ai rapporti in essere con l’on. Gianni Letta».

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/ilva-per-addolcire-l-aia-del-2011-pressing-dei-riva-su-gianni-no668873

INSODDISFAZIONE PER PIANO AMBIENTALE

TARANTORESPIRA: INSODDISFAZIONE PER PIANO AMBIENTALE

Peggio di così Taranto non potrebbe essere trattata. Questo il giudizio del Movimento civico Tarantorespira che esprime insoddisfazione per il Piano Ambientale confermato dal Ministro Orlando che temiamo possa salvaguardare ancora una volta la produzione rispetto al rischio sanitario nella nostra città.

Viene il dubbio che i morti e i malati di Taranto continuino ad essere ignorati davanti all’altare dell’acciaio. Taranto continuerà’ ad essere città della grande industria e i programmi decisi a Roma verranno portati avanti “a prescindere” come direbbe qualcuno. Il Movimento civico Tarantorespira vuole far riflettere i cittadini sul trattamento riservato alla città.

banner-lasttLa situazione Sanitaria a Taranto, stando allo studio SENTIERI e alle indagini epidemiologiche evidenzia un rischio per la salute, soprattutto in alcuni quartieri, più elevata e decisamente preoccupante per alcune tipologie di malattie. L’inquinamento a Taranto provoca danni alla salute, questo e’ accertato e viene ben evidenziato nelle perizie del tribunale.

La stessa ARPA dichiara nel rapporto di valutazione del danno sanitario 2010-2016 che, ad AIA applicata al 100% (ipotesi esagerata) la popolazione più a rischio di tumore passerà da 22.500 a 12.000. Consideriamo inoltre che ARPA dichiara che sono pure stime legate a modelli molto complessi e quindi da verificare. Inoltre le stime si riferiscono ai soli inquinanti assunti per via inalatoria e non si tiene conto di altri fattori di rischio legati per esempio al cibo eventualmente contaminato.

Non si considera poi che la popolazione di Taranto e’ già in parte satura di inquinanti e che i livelli di questi in un sistema biologico tendono, in alcuni fasi ad accumularsi. Nel Piano Ambientale presentato nei mesi scorsi dai tecnici del Ministero si dichiara che nei prossimi anni si effettuerà un monitoraggio degli inquinanti nella popolazione e si valuterà il rischio sanitario in seguito agli effetti dell’AIA ed eventuali rischi residui porteranno non al fermo degli impianti, ma alla rimodulazione degli interventi necessari per ridurre le emissioni. Riteniamo tale ipotesi altamente offensiva e indegna di un paese civile.

Gli operai di Taranto e gli abitanti dei quartieri più a rischio non sono cavie da laboratorio che possano essere utilizzate per valutazioni sul rischio biologico in vivo. La vita anche di un solo abitante di Taranto vale più di milioni di tonnellate di acciaio e Tarantorespira sarà sempre più determinata nel portare avanti il progetto di sviluppo alternativo e risarcimento per i danni subiti da questa sfortunata e offesa città.

Comunicato stampa di TarantoRespira

http://www.tarantorespira.it

05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..

05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..
05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..
05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..