John Keats

Bright-Star-testoIo grido a te pietà, pietà, amore – sì, amore!

Amore misericordioso, non supplizio di Tantalo, ma univoco pensiero, ed immutabile e innocente, a viso aperto e chiaro e senza macchia!

Lascia ch’io t’abbia tutta, tutta mia!

Quella forma leggiadra, quella dolce droga d’amore minima, il tuo bacio

– mani ed occhi divini, il caldo e bianco lucente seno delle mille gioie;

te stessa, la tua anima, ti supplico per pietà, dammi tutto, non escluso un atomo di un atomo,

o morrò,

o se forse vivrò, tuo miserando servo,

sarà mia vita senza scopo nella foschia della sventura inutile –

perduto dal palato della mente il gusto e resa l’ambizione cieca.

Sonetto XVI, John Keats

Mi fa male una donna in tutto il corpo

 

Moi

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica. A cosa mi serviranno i miei talismani: l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione, lo studio delle parole che l’aspro Nord usò per cantare i suoi mari e le sue spade, la serena amicizia, le gallerie della Biblioteca, le cose comuni, le abitudini, il giovane amore di mia madre, l’ombra militare dei miei morti, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
Già la brocca si rompe sulla fontana, già l’uomo si alza alla voce dell’uccello, già sono oscure sagome quelli che guardavano dietro le finestre, ma l’ombra non ha portato la pace.
È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce, l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.
C’è un angolo di strada dove non oso passare.
Già gli eserciti mi accerchiano, le orde.
(Questa stanza è irreale: lei non l’ha vista).
Il nome di una donna mi denuncia.
Mi fa male una donna in tutto il corpo.

Jorge Luis Borges – “Il Minacciato”

–di fare male ai fogli

chiuse gli occhiali
e si addormentò  gli occhiali
e si
e quelli che scrivevano per lui
lo lasciarono solo
finalmente solo…
così la pioggia obliqua di Lisbona
lo abbandonò
e finalmente la finì
di fingere fogli
di fare male ai fogli…

e la finì di mascherarsi
dietro tanti nomi,
dimenticando Ophelia
per cercare un senso che non c’è
e alla fine chiederle “scusa
se ho lasciato le tue mani,
ma io dovevo solo scrivere, scrivere
e scrivere di me…”
e le lettere d’amore,
le lettere d’amore
fanno solo ridere:
le lettere d’amore
non sarebbero d’amore
se non facessero ridere;
anch’io scrivevo un tempo
lettere d’amore,
anch’io facevo ridere:
le lettere d’amore
quando c’è l’amore,
per forza fanno ridere.

E costruì un delirante universo
senza amore,
dove tutte le cose
hanno stanchezza di esistere
e spalancato dolore.

Ma gli sfuggì che il senso delle stelle
non è quello di un uomo,
e si rivide nella pena
di quel brillare inutile,
di quel brillare lontano…

e capì tardi che dentro
quel negozio di tabaccheria
c’era più vita di quanta ce ne fosse
in tutta la sua poesia;
e che invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo…

e scrivere d’amore,
e scrivere d’amore,
anche se si fa ridere;
anche quando la guardi,
anche mentre la perdi
quello che conta è scrivere;
e non aver paura,
non aver mai paura
di essere ridicoli:
solo chi non ha scritto mai
lettere d’amore
fa veramente ridere.

Le lettere d’amore,
le lettere d’amore,
di un amore invisibile;
le lettere d’amore
che avevo cominciato
magari senza accorgermi;
le lettere d’amore
che avevo immaginato,
ma mi facevan ridere
magari fossi in tempo
per potertele scrivere…

Guido Catalano

 

la domenica pomeriggio

 

la domenica pomeriggio

è il luogo della disperazione

mi piacerebbe

disperarmi un po’ con te

questa domenica pomeriggio

che non so se te l’ho detto

è il luogo della disperazione

 

potremmo urlare

potremmo spaccare piatti e tazze

potremmo fare la lotta

potremmo saltare sul letto fino a

picchiare la testa al soffitto

potremmo tirarci i capelli

fare la pipì dalla finestra

rincorrerci intorno al tavolo sempre più veloci

potremmo piangere e poi ridere e

poi ripiangere e poi riridere

potremmo vestirci da donna

con tacchi altissimi

potremmo ballare fino a crollare

senza fiato

sudare tutto il sudore del mondo

potremmo imprecare il cielo, gli uomini e gli dei

potremmo cantare

 

la domenica pomeriggio

non so se te l’ho detto

è il luogo della disperazione

 

bisognerebbe avere un gatto

 

in alternativa

amerei disperarmi un po’ con te

credo di avertelo detto

in questo luogo di disperazione

di questa domenica

in questo pomeriggio