Taranto, Marcegaglia mette in vendita il suo stabilimento

TARANTO – Sarà la società di consulenza Praxi Advisor di Torino a condurre nei prossimi mesi un’in – dagine di mercato per verificare l’esistenza di compratori per Marcegaglia Buildtech. I vertici dell’azienda del fotovoltaico, che già a ottobre hanno annunciato la chiusura dello stabilimento di Taranto, lo hanno detto ieri nel vertice al ministero dello Sviluppo economico. Presenti il sottosegretario Claudio De Vincenti, il responsabile delle relazioni industriali del gruppo Marcegaglia, Maurizio Dottino, e i sindacalisti delle federazioni metalmeccaniche Fim, Fiom e Uilm. Marcegaglia lascia il fotovoltaico perchè si sta riposizionando nella trasformazione dell’acciaio, perchè ritiene il fotovoltaico in crisi e perchè non ha più il partner che forniva le lamine di silicio amorfo da inserire all’inter no dei pannelli. Ora la Praxi si attiverà per individuare altri soggetti industriali nell’ambito del fotovoltaico oppure in settori differenti. In quest’ultimo caso si avrebbe una diversificazione dell’attività dello stabilimento di Taranto.

In un caso o nell’altro, l’obiettivo è comunque quello di evitare dismissione e licenziamenti. Dal 2011, dopo un investimento di circa 15 milioni di euro e la previsione di aumentare progressivamente l’occupazione, Marcegaglia Buildtech ha infatti costruito pannelli fotovoltaici utilizzando un sito che in precedenza è servito a produrre caldaie industriali. Da mesi, però, la situazione è radicalmente cambiata. I 132 dipendenti impegnati nel fotovoltaico sono in cassa integrazione. Hanno effettuato i primi 12 mesi con la cassa ordinaria, adesso dal 2 dicembre sono in cassa straordinaria per crisi industriale per crisi di mercato e vi resteranno per un altro anno. L’impegno di Marcegaglia Buildtech di attivarsi per la continuità dello stabilimento è positivamente valutato dai sindacati.

«Questa decisione – commenta infatti Piero Berrettini della Fim-Cisl riferendosi all’affidamento alla Praxi – rappresenta per noi la dimostrazione che il gruppo non vuole abbandonare lo stabilimento di Taranto lasciando disoccupati 132 lavoratori così come si paventava all’inizio di questa vertenza. L’incarico all’advisor, oltretutto, comporta anche un costo economico di non poca rilevanza e per questo si prefigura come un impegno concreto del gruppo». I primi risultati dell’indagine di mercato della Praxi si attendono già tra fine di gennaio e inizi di febbraio. Per questo stesso periodo dovrebbe anche esserci un aggiornamento con le rappresentanze sindacali dei lavoratori mentre già oggi ci sarà un’assemblea.

«Monitoreremo questa vertenza senza mai abbassare la guardia per tutelare l’occupazione in una città già troppo martoriata anche da questo punto di vista» commenta Berrettini. E Mirco Rota, della Fiom nazionale, aggiunge: «Abbiamo chiesto che il procedimento di riconversione non solo vengamonitorato, ma che debba riguardare tutti i lavoratori di Taranto, in modo tale da utilizzare anche i fondi messi a disposizione da parte della Regione Puglia». Infine Leo Caroli, assessore regionale al Lavoro, così commenta: «Quello di oggi é un punto di arrivo tutt’altro che scontato sino a qualche settimana fa, frutto evidentemente non solo di una pressione delle organizzazioni sindacali e delle istituzioni tutte ma anche di un più collaborativo atteggiamento dell’azienda».
«Della disponibilità a cercare la strada della reindustrializzazione del sito di Taranto va dato atto alla famiglia Marcegaglia, con la quale nelle trascorse settimane questa Regione intrattenuto numerosi colloqui» commenta ancora Caroli, per il quale «l’aver scongiurato il licenziamento degli oltre 130 lavoratori é solo un punto di partenza per la garanzia della effettiva salvaguardia occupazionale».

Taranto chiude

 

La seconda città pugliese perde i propri asset economici e produttivi. Prima la Vestas, poi Marcegaglia, Natuzzi e Miroglio. Adesso anche la Cementir annuncia consistenti tagli occupazionali. E’ l’epilogo di una triste storia, contrassegnata da ritardi e incongruenze politiche

di Vincenzo Carriero

Taranto svende i suoi asset economici e produttivi. E lo fa senza neanche ricorrere ai saldi di fine stagione. La seconda città pugliese per numero di abitanti, sede della più grande industria italiana e del più interessante Porto del mediterraneo, rischia di chiudere battenti. Questa volta in maniera definitiva. In ordine sparso: chi prima chi dopo, vanno via tutti. La Vestas, Marcegaglia, Natuzzi, Miroglio. Persino la Marina Militare pensa di ridimensionare la sua presenza in riva allo jonio a vantaggio di altre città italiane. Lo Stato in questo caso, però, resta in silenzio; è solerte e premuroso soltanto quando si tratta dell’Ilva. Badate bene: dell’Ilva intesa come difesa della razza padrona, di un capitalismo fattosi arbitro dei destini nazionali più di quanto non sia stato in grado di fare la politica, e non delle condizioni dei sui operai.

Nelle ultime ore, come se non bastasse, ad aver annunciato l’intenzione di tagliare 56 dipendenti dai propri organici, ci ha pensato la Cementir della famiglia Caltagirone. Chiude l’aria a caldo; è necessario, quindi, mandare via più della metà dell’attuale forza lavoro. L’aria a caldo che andrebbe chiusa a Taranto, e non certamente da oggi, resta invece al suo posto. Pienamente operativa grazie ai decreti confezionati dai governi di destra, centro e sinistra. E’ davvero un brutto epilogo per il capoluogo jonico quello che, con il passare dei giorni, prende forma all’orizzonte. In una sola soluzione vengono al pettine ritardi e incongruenze storiche. Due su tutte: l’assenza, da sempre, di una classe politica locale in grado di farsi rispettare. Al pari di quanto abbiano saputo fare, negli ultimi decenni, a Bari e a Lecce. E, poi, la mancanza di una vero ceto imprenditoriale nella città dei due mari. Qui tutt’al più, a voler essere magnanimi, si è venduto denaro (chiamasi usura) e si è costruito palazzi. La sedicente imprenditoria tarantina è stata, sostanzialmente, rappresentata da usurai e palazzinari.

Taranto rischia di chiudere? E’ assai probabile che questo territorio diventi sempre più luogo eletto per lo stoccaggio dei veleni. L’immondezzaio d’Italia. Una sorta di terra di nessuno. Le uniche attività a determinare denaro e profitto saranno quelle che, allo stesso tempo, ci consegneranno morte e malattia. Senza una testa pensante, tutte le funzioni di un organismo vengono meno. E’ quanto è accaduto e continua ad accadere. Una città acefala per naturale vocazione.

 

cosmopolismedia.it

 

 

 

Travaglio & S_vendola

ROMA – “Svendola”, questo il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano di oggi, sabato 16 novembre:

Ci sono tanti modi per finire una carriera politica. Quello che la sorte ha riservato a Nichi Vendola è uno dei peggiori, proprio perché Nichi Vendola non era tra i politici peggiori. Aveva iniziato bene, con un impegno sincero contro le mafie e l’illegalità. Aveva pagato dei prezzi, ancor più cari di quelli che si pagano di solito mettendosi contro certi poteri, perché faceva politica da gay dichiarato in un paese sostanzialmente omofobo e da uomo di estrema sinistra in una regione sostanzialmente di destra. Ancora nel 2005, quando vinse per la prima volta le primarie del centrosinistra e poi le elezioni regionali in Puglia, attirava vastissimi consensi e altrettanti entusiasmi e speranze. E forse li meritava davvero.

1459304_10201478806706915_411121663_nPoi però è accaduto qualcosa: forse il potere gli ha dato alla testa, forse la coda di paglia dell’ex giovane comunista ha avuto il sopravvento, o forse quel delirio di onnipotenza che talvolta obnubila le menti degli onesti l’ha portato a pensare che ogni compromesso al ribasso gli fosse lecito, perché lui era Nichi Vendola. S’è messo al fianco, come assessore alla Sanità (il più importante di ogni giunta regionale) un personaggio in palese e quasi dichiarato conflitto d’interessi, come Alberto Tedesco. S’è lasciato imporre come vicepresidente un dalemiano come Alberto Frisullo, poi finito nella Bicamerale del sesso di Gianpi Tarantini, a mezzadria con Berlusconi. Ha appaltato al gruppo Marcegaglia l’intero ciclo dei rifiuti, gratificato da imbarazzanti elogi del Sole 24 Ore quando la signora Emma ne era l’editore. (…)

Ha stretto un patto col diavolo del San Raffaele, il famigerato e non compianto don Luigi Verzé, consegnandogli le chiavi di un nuovo ospedale a Taranto da centinaia di milioni. E si è genuflesso dinanzi al potere sconfinato della famiglia Riva, chiudendo un occhio o forse tutti e due sulle stragi dell’Ilva. Il fatto che, come ripete con troppa enfasi, non abbia mai preso un soldo dai Riva (…), non è un’attenuante, anzi un’aggravante. Non c’è una sola ragione plausibile che giustifichi il rapporto di complicità “pappa e ciccia” che emerge dalla telefonata pubblicata sul sito del Fatto fra lui e lo spicciafaccende-tuttofare dei Riva: quell’Archinà che tutti sapevano essere un grande corruttore di politici, giornalisti, funzionari, persino prelati. Un signore che non si faceva scrupoli di mettere le mani addosso ai pochi giornalisti non asserviti.

In quella telefonata gratuitamente volgare, fatta dal governatore per complimentarsi ridacchiando con il faccendiere della bravata contro il cronista importuno, non c’è nulla di istituzionale: nemmeno nel senso più deteriore del termine, nel più vieto luogo comune del politico scafato che deve tener conto dei poteri forti e delle esigenze occupazionali. C’è solo un rapporto ancillare e servile fra l’ex rivoluzionario che si è finalmente seduto a tavola e il potente che a tavola ha sempre seduto e spadroneggia nel vuoto della politica e dei controlli indipendenti, addomesticati a suon di mazzette.

(…) La telefonata con Archinà è peggio di qualunque avviso di garanzia, persino di un’eventuale condanna. Perché offende centinaia di migliaia di elettori che ci avevano creduto, migliaia di vittime dell’Ilva e i pochi politici che hanno pagato prezzi altissimi per combattere quel potere malavitoso. Perché cancella quello che di buono (capirai, in otto anni) è stato fatto in Puglia. Perché diffonde il qualunquismo del “sono tutti uguali”. Perché smaschera la doppia faccia di Nichi. Perché chi ha due facce non ce l’ha più, una faccia.

http://www.blitzquotidiano.it/rassegna-stampa/marco-travaglio-sul-fatto-quotidiano-svendola-1719950/