Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva

Il sindacato Usb attacca: “Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva. Il decreto legge non stanzia risorse. E in fabbrica è sempre più emergenza sicurezza”

“Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo dice chiaramente nelle premesse del decreto”. E’ quanto afferma l’Usb, l’Unione sindacale di base, a proposito dell’Ilva di Taranto. Riferendosi al decreto 136 nei giorni scorsi convertito in legge, l’Usb – terzo sindacato per rappresentanza nello stabilimento siderurgico afferma che “Il decreto dà la possibilità al commissario di mettere mano ai fondi sequestrati a Milano dai finanzieri, circa 1 miliardo e 900 milioni. Infatti – dice l’Usb – si stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà chiedere le somme sottoposte a sequestro penale. Somme da utilizzare per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’ eventuale condanna definitiva”. “È ormai chiaro – evidenzia l’Usb – che il Piano industriale è pronto da mesi, ma, come abbiamo sempre sostenuto, non c’era la copertura finanziaria. Ai ritardi Aia – rileva ancora l’Unione sindacale di base – si sommano le disastrose situazioni su alcuni impianti dovuti alla mancanza ormai cronica di manutenzioni ordinarie, pezzi di ricambio e tutto quello che serve a poter lavorare in condizioni di sicurezza. Alla fine, per ripristinare i grossi problemi impiantistici, non legati alla questione Aia probabilmente serviranno diversi centinaia di milioni di euro o addirittura qualche miliardo”.

http://cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5591-no-tengo-dinero.html

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”
In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla seconda massiva operazione di mistificazione della realtà. Ancora una volta , con mezzi ben più sofisticati e subdoli rispetto a 60 anni fa, si persuade l’intera popolazione tarantina che la grande industria sia l’unica possibilità per una immediata svolta epocale.. Servendosi di ogni mezzo di comunicazione, sciorinando cifre iperboliche, si proclamano e sbandierano vittorie per battaglie mai cominciate e delle quali ben altri sono i protagonisti. Si sfrutta il mandato di rappresentanza della propria città soltanto per ridicolizzare agli occhi di un intero Parlamento il ruolo dei veri autori dell’attenzione di cui in questo momento , anche se con deludenti risultati, è oggetto il nostro territorio. Hanno persino ripreso fiato personaggi, che farebbero bene a tacere almeno fino a quando sarà dissipato ogni minimo dubbio sulla loro (usando un eufemismo) accondiscendenza nei confronti dell’ILVA. Est modus in rebus, dicevano i nostri avi, ma da tempo i nostri eroi hanno abbandonato stile e misura nelle loro esternazioni. Noi per primi vorremmo credere a questi proclami ma la realtà è ben diversa. L’’ambientalizzazione con i soldi della famiglia Riva è una chimera sia per la sua già sin da ora dichiarata insostenibilità economica e finanziaria sia per ragioni di mercato attualmente e, probabilmente nel prossimo futuro , in fase negativa.
Allora perché chiamarci uccelli di malaugurio se esprimiamo dei ragionevoli dubbi sulla solvibilità della famiglia Riva e sull’utilità di risanare un impianto non competitivo in quanto vecchio ed obsoleto e chiediamo invece alternative di sviluppo economico? Perché chiamarci Cassandre se reclamiamo infrastrutture e collegamenti per far sì che anche Taranto goda degli effetti del trend positivo di cui tutta la Puglia sta beneficiando? Dov’è il nostro cinismo se intravvediamo nella promozione culturale di questo territorio dal glorioso passato e nella salvaguardia del nostro mar Piccolo e delle millenarie attività ad esso connesse l’unica vera via per uscire da questo degrado e da questa crisi?Siamo disfattisti se pensiamo che il progetto Tempa Rossa o il parco eolico nel Mar Grande peggioreranno una situazione ambientale già altamente compromessa? Le spariamo grosse se pretendiamo un risarcimento per i mitilicoltori,allevatori di bestiame, agricoltori che hanno perso il proprio lavoro e con esso la propria dignità? E ancora più grosse le spariamo se studi dell’Istituto Superiore della Sanità evidenziano un eccesso di mortalità a Taranto e per questo ci interroghiamo sulla effettiva utilità di ulteriori screening sanitari?
Noi del Movimento Civico “TARANTO RESPIRA” chiediamo allora ai politici tarantini di usare il loro tempo e il loro ruolo come rappresentanti di tutto il territorio ,abbandonando supponenza e arroganza , perché la nostra città ha urgentemente bisogno di una politica basata su proposte concrete ed economicamente utili, non certo di campagne mediatiche , studiate a tavolino e dal forte sapore preelettorale.
Vittoria Orlando
Movimento civico “Taranto Respira”

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

 

 
Centosettantaquattro morti «riconducibili» alle emissioni dell’acciaieria Ilva di Taranto. Sono questi i numeri forniti nelle perizie che hanno portato il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto al sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria più grande d’Europa. I tre consulenti, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, che hanno realizzato le perizie scientifiche, scrivono: «L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte».

La concentrazione delle sostanze tossiche è maggiore nei quartieri Tamburi e Borgo, quelli più vicini alle ciminiere, dove la  mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. Nell’area di Taranto, è scritto nel decreto di sequestro, «si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio». E nel caso dei tumori polmonari «si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico». La categoria maggiormente a rischio sarebbe quella «rappresentata dai bambini». Le sostanze inquinanti causano, secondo quanto scritto nelle perizie, «effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza».

Ma quali sono i veleni di Taranto? Eccoli, uno per uno.

Metalli pesanti
Come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto, nell’aria della città pugliese è stata rilevata la presenza di «composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro e ossidi di ferro (materia prima essenziale nei processi siderurgici)», oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico. La presenza dei metalli si rileva soprattutto nelle aree adiacenti il parco minerale, dove sono state individuate anche tracce di piombo, vanadio, nichel e cromo. La composizione di questi metalli, scrivono i magistrati, si può riscontrare «nelle varie frazioni granulometriche, dalla più grossolana (imbrattante) a quella più fine (nociva)». Si tratta sia di metalli dispersi nell’aria, sia depositati sulle pareti dei palazzi dei quartieri Tamburo o Borgo e sull’asfalto.

Tra i metalli di cui sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia, ci sono molibdeno, nichel, piombo, rame, selenio, vanadio, zinco e platino. Tutti elementi che «possono innescare infiammazioni, effetti cardiovascolari, renali» e che «causano danni al Dna e alterano la permeabilità cellulare inducendo la produzione di specie reattive dell’ossigeno nei tessuti». Con l’esposizione ai metalli pesanti sono state messe in relazione anche malattie neurologiche e renali. In particolare, il manganese è stato associato alle malattie neurologiche, mentre cadmio, piombo e cromo alle patologie renali.

Secondo uno studio presentato a Oxford, sarebbe stata certificata anche «la presenza di piombo nelle urine dei tarantini». Su 141 soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne), il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non esposta, in un intervallo che va da 0,5 a 3,5 microgrammi per litro.

Le polveri contenenti i metalli sono risultate superiori di 25,1 volte al valore minimo(1mg/Nm3) e 1,7 volte al valore massimo (15 mg/ Nm3). Ecco i metalli per i quali sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia di rilevabilità strumentale:

PM10 e PM2,5 (Particulate Matter o materia particolata)
La materia particolata è una miscela di elementi metallici e composti chimici organici e inorganici dotati di differente tossicità per l’uomo. Il 10 o il 2,5 dopo l’acronimo Pm identificano il diametro delle particelle, 10 o 2,5 millesimi di millimetro. Nelle perizie la materia particola viene definita come «inquinante tossico di per sé». L’effetto dannoso dipende dalla composizione del Pm. La soglia massima prevista è di 20 millesimi di grammo di Pm10 per metro cubo. Ma, come scritto nelle perizie, attorno alla scuola elementare Grazia Deledda, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Ilva, i livelli di Pm10 superano anche «la soglia di 50 millesimi di grammo per metro cubo».

La nocività delle polveri sottili dipende dalle dimensioni delle particelle e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Le particelle più grosse vengono filtrate dal naso e dalle prime vie respiratorie, mentre le particelle più piccole possono raggiungere i bronchioli terminali e gli alveoli. Depositandosi quindi nei polmoni.

Nella sola area attorno alla cokeria, l’emissione delle polveri registrata sarebbe di 267 grammi per ogni tonnellata di coke, superiore di 17 volte rispetto al valore minimo (15,7 grammi per tonnellata di coke). Ma le concentrazioni nmon sarebbero rilevanti di per sé. È la presenza della materia particolata a causare danni. I risultati dell’analisi mostrano infatti che «per ogni incremento di 10 μg/m3 del Pm10 si osserva un aumento della mortalità pari allo 0.6% e le stime sono simili o più elevate per la mortalità cardiovascolare e respiratoria».

Nelle perizie viene documentato infatti un «aumentato rischio di morte per cause cardiovascolari e respiratorie e per cancro polmonare parallelo all’esposizione nel corso della vita alla componente particolata dell’inquinamento atmosferico». A essere colpiti sono soprattutto i bambini, esposti all’«insorgenza di asma e allergie». Altri studi suggeriscono anche che «l’esposizione al particolato, specie quello ultrafine, può avere un impatto sul cervello e può portare al deterioramento cognitivo e demenza di Alzheimer».

Tra le altre conseguenze, ci sono sia effetti acuti che cronici. Tra i primi, l’aggravamento dei sintomi respiratori e cardiaci in soggetti malati, le infezioni respiratorie acute, crisi di asma bronchiale, disturbi circolatori e ischemici, fino alla morte. Gli effetti cronici sono di tipo respiratorio e cardiovascolare e si presentano come conseguenza di una esposizione di lungo periodo e comprendono sintomi respiratori cronici quali tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, aumento della patologia cardiocircolatoria con aumento della pressione arteriosa, aumento nella frequenza di malattie ischemiche (esempio, angina pectoris) e cerebrovascolari (esempio, attacco ischemico transitorio) con la comparsa di vari eventi acuti coronarici (infarto del miocardio, angina instabile) e cerebrovascolari (ictus).

Il numero di decessi e malattie riconducibili all’eccessiva presenza di Pm10 è elevato: «Per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per
anno). L’esposizione a Pm10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali».

 

Gas (NO2, SO2)
Attraverso le “torce” dell’acciaieria, si legge nelle perizie, l’impianto avrebbe smaltito «abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi». Le sostanze inquinanti aerodisperse con un impatto negativo «rilevante» sulla salute dell’uomo, e in modo specifico sull’apparato respiratorio raggiunto per via inalatoria, sono gli ossidi di zolfo, in particolare SO2, e gli ossidi di azoto, in particolare NO2. A questi si aggiungono l’ossido di carbonio, gli idrocarburi aromatici policiclici e il particolare totale sospeso.

L’esposizione al diossido di azoto, NO2, nell’area di residenza è associata a sintomi di bronchite anche negli adulti. Il composto è un forte irritante delle vie polmonari: provoca tosse acuta, dolori al torace, convulsione e insufficienza respiratoria. I danni ai polmoni si possono manifestare anche molti mesi dopo l’esposizione. Il diossido di zolfo, SO2, o anidride solforosa, è un gas irritante per gli occhi e per il tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare e una prolungata esposizione può portare anche alla morte.

Ecco le percentuali rilevate a Taranto: 

 

Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)
Sono un gruppo di composti chimici simili per struttura, formati da più anelli aromatici condensati in una struttura piana. Tra i più tossici: antracene, acenaftene, benzo(a)pirene, benzo(j)fluorantene, fenantrene, crisene. Vengono prodotti dai processi di combustione di sostanze organiche quali carbone, petrolio e suoi derivati, inceneritore di rifiuti e impianti industriali. Possono essere presenti nell’aria in fase gassosa ma possono anche aderire al particolato atmosferico e venire trasportati dalle correnti d’aria anche a grandi distanze e veicolati in casa da abiti e scarpe. Vengono assorbiti per via inalatoria sia in fase gassosa sia come particolato ma anche attraverso la pelle. Dopo l’assorbimento vengono rapidamente distribuiti a livello epatico, intestinale, polmonare e nel tessuto adiposo e mammario nonché a livello surrenalico e delle gonadi. Sono in grado di oltrepassare la placenta in seguito a esposizione inalatoria, cutanea e orale.

L’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici può causare il cancro alla pelle e al polmone. Il benzo(a)pirene, in particolare, risulta tra i cancerogeni certi, classificato come «cancerogeno per l’uomo» mentre gli altri Ipa sono considerati possibili cancerogeni. Queste sostanze possono interferire con il sistema immunitario, causare un aumento di asma e rinite allergica.

 

 

Benzene
È un idrocarburo aromatico monociclico a sei atomi di carbonio. Si genera da processi di combustione incompleta di composti ricchi di carbonio. Questi processi possono essere naturali o causati dall’uomo (produzione di carbon coke nell’industria dell’acciaio, processi di distillazione del petrolio e del carbon fossile). L’assorbimento del benzene avviene quasi esclusivamente attraverso le vie respiratorie e gli effetti sull’organismo umano variano a seconda della quantità e del tempo di esposizione: brevi esposizioni di 5-10 minuti a livelli molto alti di benzene nell’aria (10000-20000 ppm) possono condurre alla morte; livelli di concentrazione più bassi (700-3000 ppm) invece causano giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori, confusione e perdita di coscienza. Il benzene inoltre causa irritazione di pelle e mucose (oculare e respiratoria in particolare). Gli effetti tossici sono dovuti a esposizioni croniche, ambientali o professionali per tempi molto lunghi e a basse concentrazioni.

Il benzene rientra tra le sostanza cancerogene certe, grazie a evidenze scientifiche che ne dimostrano l’associazione, in seguito a esposizione professionale, con leucemie acute non linfoidi, e in particolare leucemia mieloide acuta (alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è, infatti, riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia). Sono in corso di accertamento numerose associazioni con altri tipi di tumori. L’effetto cancerogeno è dovuto alla sua capacità di inserirsi all’interno della catena del Dna, modificandone la struttura e di conseguenza i “comandi” cellulari, come la sintesi di proteine e la riproduzione cellulare incontrollata.

 

Diossine

Sono una classe di composti organici eterociclici. Comprendono un gruppo di 210 composti aromatici clorurati classificabili in due grandi famiglie: le PoliCloroDibenzoDiossine (Pcdd) e i PoliCloroDibenzoFurani (Pcdf), che hanno struttura chimica, azione biologica e proprietà fisiche simili. Rientrano in questa classe anche i PoliCloroBifenili, Pcb, o diossina-simili (o Pcb-dl dioxine like) per le proprietà tossicologiche comuni.

Sono il sottoprodotto di processi chimici e di combustione di materiali contenenti cloro in difetto di ossigeno, a temperature inferiori a 800 gradi. Una volte immesse nell’atmosfera possono essere trasportate anche a grandi distanze, depositandosi su suolo, acque e nei sedimenti, e rimanendo lì per decenni. Il pericolo maggiore è la possibilità di entrare nella catena alimentare. Gli animali, nutrendosi di vegetazione contaminata, tendono a concentrare la diossina nel grasso, nelle loro carni e nel latte. Si noti anche l’importante eccesso di tumori dei tessuti molli osservato nella valutazione dell’esposizione a diossine. Per queste associazioni tra lavoro in siderurgia e comparsa di tumori esiste una vasta evidenza scientifica.

Nello stabilimento dell’Ilva il punto di maggior emissione di diossine è il camino E312 dell’agglomerato, il più alto – 220 metri – dei camini dell’Ilva (e tra i più alti tra quelli utilizzati in altri grandi sinterizzatori europei, in genere di altezza uguale o inferiore a 150 metri). La portata del camino è di circa 3 milioni di metri cubi per ora. La soglia massima consentita per la somma di Pcdd e Pcdf è di 0,4 nanogrammi TEQ su metro cubo (ng TEQ/Nm3).

Le diossine sono tra le sostanze cancerogene del gruppo 1, quelle con provata attività tumorale. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. Oltre a questo, le diossine hanno un effetto negativo su sistema immunitario, fegato e cute, e un’azione mutagena ed embriotossica. Le manifestazioni acute da diossine comprendono la cloracne, l’endometriosi, l’infertilità maschile, la disregolazione del sistema immunitario, le alterazioni nervose e comportamentali e le interferenze endocrine.

«Le analisi e i monitoraggi condotti nel corso dell’indagine alle emissioni dell’Area
agglomerazione e in particolare all’emissione denominata E312 “agglomerazione Agl2” hanno
evidenziato valori di inquinanti Pcdd/Pcdf al di sotto dei valori limite previsti», si legge. Ma qualsiasi siano le quantità di diossine riscontrate dai campionamenti, non ha senso parlare di «limiti alti, bassi o medi. La diossina comunque non dovrebbe esserci trattandosi di sostanza gravemente dannosa per la salute
umana, animale e vegetale». Questa quantità dovrebbe essere zero. «Più ci si discosta da questo valore, più aumentano le probabilità che un certo numero di individui possano morire. Con l’aumentare della quantità non aumenta la tossicità, ma il numero di morti».

Amianto

È un minerale con struttura fibrosa, molto comune in natura. In passato è stato usato in grandi quantità nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti, per il basso costo di lavorazione e la resistenza al calore e al fuoco (nome commerciale Eternit). La legge n.257 del marzo 1992 ne vieta l’utilizzo in Italia, a causa della pericolosità per la salute pubblica dovuta alla natura fibrosa del minerale. Il rischio principale legato all’amianto è dovuto alla dispersione delle fibre in aria e nel suolo, a causa di una ridotta compattezza dei manufatti in amianto dovuta sia all’usura del tempo (alcuni decenni) o degli agenti atmosferici, sia al danneggiamento a opera dell’uomo. Anche a bassissime concentrazioni, la fibra d’amianto può provocare patologie, prevalentemente dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma).

Se inalato è molto pericoloso perché le sue fibre si dividono longitudinalmente e mantengono una forma ad “aghi” anche alle dimensioni ridotte di alcuni centesimi di micron. Una volta nel sistema respiratorio, le fibre si concentrano nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura, e proprio come una lamina appuntita possono “trafiggere” le mucose provocando danni irreversibili ai tessuti. Possono disperdersi anche a notevole distanza dal luogo di origine.

I maggiori livelli di rischio si sono riscontrati negli ambienti di lavoro dove l’amianto veniva manipolato (produzione di cemento-amianto, spruzzatura di edifici o di mezzi di trasporto come i treni e le navi, produzione di tessuti, ecc.) e negli ambienti di vita dove è presente amianto spruzzato in cattivo stato di conservazione.

Gli effetti nocivi che si manifestano in seguito all’inalazione di amianto sono dovuti all’instaurazione di meccanismi irritativi, degenerativi e cancerogeni. Tutti i tipi di amianto sono classificati tra gli agenti cancerogeni umani certi (Gruppo 1). Oltre che per la pleura, le neoplasie possono riguardare il polmone, la laringe, il peritoneo, il pericardio e il testicolo e, seppur con evidenza limitata, l’ovaio, il colon-retto, lo stomaco e la faringe.

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

//DOSSIER//2// Un quarto dei siti da bonificare è in Puglia. Dopo essere stati usati come pattumiera d’Italia, il governo Letta tenta il colpo di coda del condono tombale

di Gabriele Caforio

Un quarto della superficie nazionale dei SIN da bonificare è in Puglia. Cioè su circa 100 mila ettari, dei 39 siti nazionali, 25 mila ettari sono nella nostra regione. 250 kmq di territorio, tra terra e mare, che sono talmente inquinati da essere Siti di interesse nazionale e per i quali urge una bonifica.
E per fortuna (quale non si sa) in questo calcolo non sono inserite le aree regionali o locali anch’esse in attesa di bonifica.

I SIN pugliesi, ai sensi della Legge 436/98, sono “solo” 3: Brindisi, Manfredonia e Taranto, sufficienti però a regalarci i piani alti della classifica italiana. Anche da noi però i ritardi e le lungaggini non sono da meno rispetto al resto del Paese, ma ritardare una bonifica vuol dire aumentare i rischi per la salute dei cittadini e sprecare danari.

Per tracciare il quadro dei SIN pugliesi, abbiamo estratto i dati dal dossier di Legambiente “Le bonifiche in Italia: chimera o realtà?“. Partiamo dal più grande, Taranto, per arrivare al più piccolo, ma non meno pericoloso, SIN pugliese, quello di Manfredonia (Fg).

Qui la situazione dei SIN in tutta Italia

// Taranto

Le cronache recenti sull’Ilva, sui sequestri e sui danni alla salute hanno già regalato un amaro palcoscenico alla città dei due mari in materia di inquinamento ambientale. Ma la storia del SIN di Taranto non è solo quella delle vicende Ilva di cui ci siamo abituati a leggere nell’ultimo paio d’anni. I motivi sono due: a Taranto non c’è solo l’Ilva ad inquinare e l’inquinamento di quel territorio non è una storia nuova, anzi.

Il SIN di Taranto ha un’estensione di ben 125 kmq (per capirci, la superficie di Taranto è di 217 kmq!), di cui 73 kmq sono di area marina (Mar Piccolo) che si sviluppano su 17 km di costa. Insomma, matematicamente, è come se si dovesse bonificare più della metà di tutta la città. Il SIN di Taranto è così grande perché le fonti potenzialmente inquinanti sono, e sono state, tante. Già dal 1990, infatti, Taranto era stata inserita tra le aree nazionali ad elevato rischio ambientale perché nel raggio di pochi chilometri nel tempo si sono sviluppate l’Ilva, la raffineria ENI, le centrali elettriche, la Cementir, due inceneritori, le discariche, la base militare, l’Arsenale militare e tante altre aziende.

I noti sequestri del 2012 di alcune aree dell’Ilva hanno indotto il Governo non solo al riesame dell’AIA dello stabilimento siderurgico ma anche a stipulare, il 26 luglio 2012, un protocollo d’intesa con Regione, enti locali e autorità portuali che stanziava 336 milioni di euro di cui 119 milioni per le bonifiche e i restanti per interventi portuali (187 milioni) e per il rilancio sostenibile dell’economia (30 milioni). Secondo Legambiente lo stanziamento è insufficiente rispetto agli obiettivi prefissati, la quota regionale di quei finanziamenti è anche bloccata dal patto di stabilità. A seguito del protocollo d’intesa, recepito dal Parlamento nell’ottobre 2012, si sono aperti, sulla vicenda bonifiche, il tavolo tecnico, la cabina di regia ed il commissario. Ruolo affidato l’11 gennaio 2013 al comandante capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Alfio Pini.

Sul web esiste il sito del Commissario (http://www.commissariodelegatoemergenza.it/taranto/), per ora, dalle attività pubblicate sul sito, è certo che la cabina di regia si sta incontrando spesso, per il completamento dei lavori di bonifica, stando al cronoprogramma delle attività pubblicato sul sito, bisogna attendere il 2016.

Gli interventi di bonifica previsti sono la messa in sicurezza (MISE) dei terreni e della falda della zona industriale di Statte, la bonifica e/o MISE del Mar Piccolo (in particolare il 1° seno), la bonifica del quartiere Tamburi di Taranto e del Cimitero di San Brunone nonché la bonifica di tre scuole del Tamburi dove gli studenti corrono il rischio di studiare insieme alla diossina.
Le attività di analisi e caratterizzazione di questi vari siti hanno evidenziato, per ora, che è possibile trovare di tutto, ci sono i metalli pesanti, le diossine, i pesticidi e alcuni idrocarburi molto cancerogeni.

Eppure, la mattanza dei capi di bestiame alla diossina o le analisi dello stesso formaggio contaminato non sono notizia fresca, sono storie ben più vecchie delle cronache dei sequestri del 2012. Tuttavia, ad oggi, scrive Legambiente, “la Conferenza dei servizi sul SIN di Taranto risente di pesanti ritardi nella definizione delle procedure per le bonifiche” e per alcuni casi, come ad esempio il Mar Piccolo, rimane ancora “non risolta la questione delle sorgenti di contaminazione tuttora attive” che “sarebbero da ascrivere alla Marina Militare alla San Marco Metalmeccanica” e ad altri impianti di smaltimento e stoccaggio rifiuti speciali attualmente sotto sequestro o dismessi. È di questi giorni, inoltre, anche l’allarme lanciato da Confcommercio che punta il dito contro i ritardi della bonifica del Mar Piccolo dove dal 2011 i mitilicoltori non possono più produrre. In tre anni, ribadisce Confcommercio, si sono prodotti solo dati scientifici e non un solo intervento di bonifica.

Emblematica la vicenda della bonifica di quella parte del SIN tarantino che rientra nel recinto dell’Ilva, circa 1000 ettari. La procedura di messa in sicurezza e bonifica è stata avviata da un decennio ma i ritardi sono ancora tanti. Il piano di caratterizzazione, si legge nel dossier, è stato approvato nel 2003 dalla Conferenza dei servizi, è stato ripresentato nel 2007, ma nella conferenza del 2011 è stato ritenuto ancora incompleto. Intanto, all’Ilva è stato imposto a più riprese di effettuare vari interventi di messa in sicurezza, prescrizioni assunte anche dal Ministero dell’Ambiente ma che finivano puntualmente dinanzi al TAR perché Ilva si opponeva. Sempre nel 2011, dinanzi a tutto ciò, il Ministero ha affidato alla Sogesid Spa (strumento in house del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture per il supporto alle strutture regionali e locali) la progettazione di alcuni interventi. L’anno dopo, il TAR di Lecce ha accolto gran parte delle istanze dell’azienda e nel maggio del 2012 il Ministero dell’Ambiente ha preannunciato ricorso al Consiglio di Stato di cui si attende il pronunciamento.

Non da meno i ritardi della Raffineria Eni: basta notare che la caratterizzazione del sito è iniziata nel 2004 e che sono del 2011 e del 2012 le Conferenze dei Servizi che ribadiscono l’urgenza di “irrinunciabili e improcrastinabili” opere di adeguamento necessarie di fronte ai forti e ingiustificati ritardi. Ritardi riscontrati anche nella bonifica di aree interessate da incidenti e fuoriuscite di gasolio e idrocarburi avvenute nel 2006 e nel 2010

Intanto il tempo passa, gli inquinanti sono sempre lì e si corre solo il rischio che la situazione si aggravi.

// Brindisi

Rimanendo nel nord Salento passiamo dallo Ionio all’Adriatico e troviamo il SIN di Brindisi. Anche qui il perimetro del sito racchiude diverse attività industriali e raggiunge, tra terra e mare, circa 100 kmq di estensione. 58 kmq sono di aree a terra, tra pubbliche e private, e altri 56 kmq sono di aree marine. Nel perimetro rientrano tutta l’area industriale gestita dal Consorzio ASI a nord, la centrale termoelettrica di Cerano a sud e tutta la parte di terreno agricolo tra i due poli, poi tutto il porto di Brindisi e il tratto di mare a sud fino a Cerano. Un’area in cui, ricorda il dossier, dagli anni ’60 ad oggi si sono avvicendate aziende petrolchimiche e piccoli gruppi per la produzione di energia elettrica, agglomerati artigianali e industriali, aree agricole, aree dell’Autorità Portuale e anche impianti da anni abbandonati e terreni ancora inutilizzati.

Anche per il SIN di Brindisi i ritardi della bonifica sono troppi. Sul fronte privato, alla fine del 2000, solo 6 o 7 aziende delle circa 200 insediate si attivano per le caratterizzazioni del suolo e delle falde. Il fronte pubblico, invece, in mano al Commissario, aspetta il 2004 per utilizzare i primi fondi per la caratterizzazione delle aree di sua competenza. Per sette anni, ricorda Legambiente, dal 2004 al 2011 il Commissario e l’amministrazione trascurano il riconoscimento del “danno ambientale” e solo nel 2007 c’è la firma tra Ministero dell’Ambiente, Enti locali e Autorità Portuale dell’Accordo di programma per la bonifica del SIN di Brindisi. Un accordo che prevedeva una spesa complessiva di 135 milioni di euro tra messa in sicurezza, caratterizzazioni e bonifiche. In 15 anni, dal ’98 ad oggi, i dati forniti dal Ministero dell’Ambiente a Legambiente sono disarmanti: la caratterizzazione è arrivata quasi all’80% ma a neppure l’8% dell’area è stata messa in sicurezza e solo sull’8,2% delle aree risulta presentato il Progetto di Bonifica, di questi il Ministero ne ha approvati il 7,8%. Una “situazione ancora lontana dall’obiettivo finale di bonifica”, tuona Legambiente.

Alcune aziende (Basell, Daw poliuretani, EniChem, Enipower e Versalis) si sono consociate per affrontare parte del problema (la sola falda), hanno aderito all’Accordo del 2007 e versano al Ministero circa 6,5 euro al metro quadro, distribuiti in 10 anni e senza interessi, per la realizzazione di un intervento di barrieramento. La realizzazione dell’intervento, il Ministero l’ha affidata sempre alla Sogesid e per ora si è solo iniziato a mettere in sicurezza la falda, i progetti di bonifica non risultano ancora approvati.

Circa 20 milioni di euro, tra fondi nazionali e del commissario, sono stati già spesi per caratterizzare l’area industriale esterna al petrolchimico. Una zona che comprende dalle aree pubbliche ai terreni agricoli e in cui sono stati trovati dall’arsenico, ai solfati, al manganese, al DDD e al DDT. Tuttavia, se la caratterizzazione è a buon punto, la bonifica di questa zona non è mai partita e poche aziende hanno aderito all’Accordo. Un’altra caratterizzazione di circa 4 kmq è stata effettuata nei terreni agricoli attorno al nastro trasportatore che porta il carbone dall’area portuale alla centrale di Cerano, in quei terreni c’è una fitta varietà di metalli e pesticidi, nella falda, oltre ai metalli, anche gli idrocarburi.

// Accordo, ma per chi?

I dubbi di Legambiente sulla bonifica del SIN brindisino partono proprio dall’Accordo del 2007 stipulato per velocizzare e snellire le procedure applicando il principio del “chi inquina paga”.
Principale obiettivo dell’accordo sembra il barrieramento della falda inquinata, progetto affidato a Sogesid. L’impostazione è quella del “danno ambientale” che viene riconosciuto dalle aziende che sottoscrivono l’accordo. Si assumo così la responsabilità del danno fatto e recuperano la disponibilità dei terreni contaminati spalmando in 10 anni la quota di partecipazione all’accordo. Le piccole aziende, però, o i singoli proprietari devono pagare subito o in due anni la quota dei 6,5 euro al metro quadro. Assieme a Legambiente ci chiediamo anche noi il perché di questa differenziazione, considerando che a pagare subito ci sono anche contadini che il terreno l’hanno utilizzato, nel tempo, solo per coltivare e non per farci su un’industria potenzialmente più inquinante. Per tutti gli altri, invece, 10 anni!

Come se non bastasse, i costi del progetto di barrieramento della Sogesid sono lievitati fino a circa 220 milioni di euro ma le aziende aderenti al protocollo, che hanno così riconosciuto il danno fatto, arriveranno a coprire circa metà della cifra. Il resto dei soldi, chi lo metterà? Secondo Legambiente toccherà alle piccole aziende. Intanto, per l’economia locale, sarà solo un altro ostacolo per ripartire.

// Manfredonia

Forse, una sorte “migliore” è toccata al sito di Manfredonia, un SIN che comprende un’area terrestre di 2 kmq a terra tra i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata e un’area a Mare di circa 8 kmq. Dal 1971, la petrolchimica EniChem, poi diventata EniChem Agricoltura, una centrale termoelettrica e un inceneritore hanno caratterizzato la storia industriale di questo sito. A completare il quadro 4 discariche di rifiuti solidi urbani non autorizzati (Conte di Troia, Pariti 1 RSU, Pariti Liquami e Pariti II) che si stima abbiano stoccato circa 400 mila tonnellate di rifiuti senza avere il fondo e i lati impermeabilizzati, senza un sistema di refluo per il percolato e inquinando anche una parte del mare antistante. Anche qui, le caratterizzazioni hanno trovato i metalli pesanti, l’IPA, il benzene e altri idrocarburi.

Per questo SIN, se pur tra qualche stallo nella bonifica delle aree private, si può dire che la maggior parte della bonifica è stata conclusa, rimane ancora aperta la questione della discarica Marchesi e di una porzione di mare dove la Syndial (società del gruppo ENI che si occupa di bonifiche) non riesce ancora a spiegarsi il comportamento anomalo di alcuni inquinanti. A Manfredonia, però, a metterci lo zampino, e il sale sulla coda all’Italia, ci ha pensato l’Europa. Nel ’98, infatti, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva riconosciuto per il sito la presenza di impianti in grado di danneggiare l’ambiente e l’Unione Europea ha quindi avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia e nel 2008 è arrivata la condanna che obbligava l’Italia ad assicurare lo smaltimento dei rifiuti senza recare danno per l’uomo e l’ambiente.

// Se il problema sono i soldi

Secondo Francesco Tarantini presidente di Legambiente Puglia, se le bonifiche non decollano il sistema italiano non potrà mai riconvertirsi alla green economy. “In Puglia” – continua – si deve accelerare il processo di risanamento ambientale risolvendo anche il problema delle risorse a partire da Taranto dove è necessario reperire ulteriori fondi. Situazione analoga anche a Brindisi” dove preoccupano molto le compromissioni dei terreni e della falda delle zone agricole.

Ora, se il punto della questione ritorna sempre sul fronte economico, noi, da pugliesi e da cittadini continuiamo a chiederci: ma, chi inquina paga?

 

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=25598

Ilva, cassa integrazione per 6.500 lavoratori dal 3 marzo per 24 mesi

TARANTO – L’Ilva ha comunicato ai sindacati di categoria che chiederà la cassa integrazione straordinaria nei confronti di 6.500 lavoratori (di cui 6.417 per lo stabilimento di Taranto).

La cassa integrazione, secondo fonti sindacali, comincerà il 3 marzo prossimo e avrà la durata di 24 mesi. L’istanza è motivata dalla ristrutturazione in atto nell’ambito della procedura per la bonifica degli impianti inquinanti, secondo quanto prevede l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Attualmente lo stabilimento di Taranto ha in cassa integrazione 2.600 lavoratori circa, per i quali la Cig scade il 2 marzo.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente.

Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno. Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Novi Ligure e Pratica di Mare.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente. Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno.

Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Patrica (Frosinone) e del Centro Servizi di Torino.

CIGS PESERA’ SU AREE LAMINAZIONE E SERVIZI – Saranno le Aree di laminazione a caldo e a freddo i reparti dello stabilimento Ilva di Taranto che, secondo il piano consegnato oggi ai sindacati, dovrebbero reggere il peso maggiore della cassa integrazione guadagni straordinaria chiesta dall’azienda soprattutto per applicare le prescrizioni Aia.

Questo il quadro prospettato dall’azienda su Taranto, per un totale di 6.417 lavoratori in Cigs per 24 mesi a partire dal 3 marzo prossimo (su una cifra complessiva di 6.507 lavoratori coinvolti): area ghisa 957; area acciaieria 940; area laminazione a cado/freddo 1.574; area tubifici/rivestimenti tubi 607; area servizi/staff 1.249; area manutenzioni centrali 1.090.

“La fermata – scrive l’azienda – sarà totale e completa per l’intero periodo per lo stabilimento di Patrica e il Centro Servizi di Torino”. A Patrica (Frosinone) saranno interessati dalla Cigs 23 dipendenti, a Torino 67. Quanto alle altre unita produttive – gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, il porto di Marghera e i Centri Servizi di Legnaro (Padova) e Paderno Dugnano (Milano) – “ogni valutazione potrà essere effettuata a valle dell’eventuale influenza sulle specifiche attività dalle modificazioni degli assetti produttivi dello stabilimento ionico”. Se necessario, l’azienda “attiverà procedure a livello territoriale per gestire eventuali ricadute occupazionali temporanee”.

TALO’ (UILM): AZIENDA NON SCARICHI PROBLEMI SU LAVORATORI – «Su questi numeri la nostra organizzazione sindacale non ci sta e non apporrà la propria firma di consenso a questi drastici e consistenti esuberi». Lo afferma il segretario provinciale della Uilm di Taranto, Antonio Talò riferendosi alla decisione dell’Ilva di ricorrere agli ammortizzatori sociali per 6.500 dipendenti.

«Tratteremo – aggiunge – innanzitutto con l’azienda per una riduzione del personale da collocare in cigs. Inoltre proporremo la massima rotazione tra i dipendenti e che l’Ilva si impegni a integrare l’importo previsto per questo genere di ‘cassà, con misure tali da attenuare il peso che i lavoratori dovranno sopportare in questa delicata fase dello stabilimento».

Talò fa presente che «le ragioni invocate dal gruppo Riva non possono essere un alibi accettabile. Nè – conclude – ripercorrere le tappe relative agli investimenti operati nel sito di Taranto dall’Ilva può lenire questa ulteriore ferita inferta a una platea di lavoratori così vasta: più della metà dell’intera forza lavoro dello stabilimento».

AZIENDA: NON SI PREVEDONO ESUBERI STRUTTURALI – Allo stato attuale “non si ravvisano situazioni che potranno determinare esuberi di natura strutturale”. Lo scrive l’Ilva nel piano consegnato oggi ai sindacati di categoria nel quale comunica l’avvio della procedura per la richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per ristrutturazione aziendale nei confronti di 6.507 lavoratori, dei quali 6.417 a Taranto.

“Il piano – scrive l’azienda – permetterà di adeguare tempestivamente le produzioni di acciaio al livello della domanda di prodotto attesa dal mercato di riferimento, consentendo, anche attraverso la drastica riduzione dei costi, di limitare e, in un secondo tempo, annullare le perdite di esercizio”.

Nell’auspicare una ripresa del mercato dell’acciaio, l’azienda ipotizza che “entro il termine di ricorso alla cigs per ristrutturazione, terminati gli adempimenti richiesti dall’Aia con riferimento agli investimenti per il ripristino e adeguamento degli impianti nelle more cessati, si perverrà gradualmente ai livelli produttivi programmati ed al richiamo in attività di tutto il personale sospeso”.

FIOM: PRIMA DI CIGS PIANO INDUSTRIALE E INVESTIMENTI – «Diciamo immediatamente che non siamo d’accordo poichè, prima di parlare di ammortizzatori, l’Ilva deve dare conto del piano industriale e del piano di investimenti, non ancora presentati». Lo sottolinea in una nota il segretario provinciale della Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli, commentando l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione che coinvolge per ventiquattro mesi 6.507 lavoratori, quasi tutti dello stabilimento di Taranto.

«Quindi – aggiunge Stefanelli – è tutto da discutere, compresa la stessa tipologia di ammortizzatore eventualmente da utilizzare, quale ad esempio il contratto di solidarietà, che garantisce la presenza in fabbrica dei lavoratori da impiegare nel risanamento degli impianti attraverso una vera rotazione che non penalizzi nessuno, come purtroppo è accaduto in questi ultimi mesi».

BONELLI: ALFANO PER IMPUNITA’A INQUINATORI E CORRUTTORI – «In perfetto stile berlusconiano Alfano vorrebbe l’impunità per i corruttori e gli inquinatori». Lo dichiara il presidente dei Verdi e candidato alla Camera con la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia Angelo Bonelli che aggiunge: «La magistratura non detta la politica industriale ma persegue i reati che sono stati commessi ai danni della salute dei cittadini che muoiono a causa dell’inquinamento».

«Della salute dei cittadini di Taranto il segretario del Pdl Alfano non si è mai occupato. Anzi votando al fiducia al Salva Ilva insieme al Pd non solo ha dato il suo consenso ad un provvedimento ritenuto 17 volte incostituzionale dalla magistratura tarantina ma ha abbandonato le persone che da anni ‘si ammalanò e ‘muoionò a causa dell’inquinamento – conclude Bonelli -. Il problema dell’Italia non è la magistratura che fa il proprio dovere per far rispettare le leggi ma certa politica, ben rappresentata dal partito di Alfano, il Pdl, che vorrebbe fare leggi per assicurare l’impunità a chi inquina e chi corrompe».

BENTIVOGLI(FIM): INVESTIMENTI ANNUNCIATI PRIMO PASSO – «La cifra quantificata come importo complessivo degli interventi per ottemperare all’Aia, rispetto alle ipotesi iniziali, si è ridotta a circa 2,5 miliardi. Tutto ciò non risolve definitivamente gli aspetti relativi alla sostenibilità finanziaria degli interventi ma li avvicina ad un percorso di maggiore praticabilità nel medio periodo». Lo dichiara in una nota il segretario nazionale della Fim, Marco Bentivogli, intervenendo sulla vicenda Ilva.

«La richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per circa 6.500 lavoratori del gruppo, che dovrebbe partire il 3 marzo prossimo, va letta – osserva Bentivogli – all’interno del processo di bonifica degli impianti, come previsto dall’’Aia. Riteniamo che il confronto nei prossimi giorni debba essere finalizzato alla riduzione dell’impatto delle persone coinvolte nella cigs, anche attraverso il ricorso – conclude il segretario della Fim – a piani di formazione e rotazione e all’impiego nei piani di bonifica e ambientalizzazione».

ALFANO: SPERO CHE CIGS NON SI TRADUCA IN DISOCCUPAZIONE – «Si tratta di una scelta aziendale derivante dal fatto che sono stati richiesti degli adeguamenti a cui l’azienda evidentemente ha deciso di ottemperare e noi speriamo che tutto ciò non si tramuti in nuova disoccupazione». Lo ha detto a Taranto il segretario nazionale del Pdl, Angelino Alfano, commentando la decisione dell’Ilva di avviare la procedura per la cassa integrazione straordinaria nei confronti di un massimo di 6.500 lavoratori.

«Il punto di equilibrio tra il tema del diritto alla salute e quello alla produzione – ha aggiunto Alfano – il Parlamento lo ha trovato e speriamo ora che i magistrati si muovano in questa direzione».

 

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«Quel tumore è causato dalla diossina dell’Ilva

Corte d’Appello di Lecce

 

di FULVIO COLUCCI

TARANTO – L’operaio dell’Ilva combatte ancora la malattia, ma per lui, per la sua storia, parlano, ormai, solo le carte processuali. E una sentenza, che oggi dice finalmente una cosa: non solo il suo tumore è colpa dell’inquinamento, ma tra le sostanze- killer c’è la diossina. È la prima volta che la diossina – madre di tutte le battaglie ambientaliste – sale sul banco d’accusa senza troppi giri di parole: «Lo ritengo un dato importante perché il riconoscimento arriva con la sentenza dell’otto gennaio scorso da un organo «terzo» come la Corte d’Appello di Lecce rispetto a giudici, diciamo, più vicini geograficamente alle questioni ambientali, di salute e sicurezza» spiega il difensore dell’operaio, l’avvocato Massimiliano Del Vecchio.

Il lavoratore, brindisino, si è rivolto alla Fiom Cgil chiedendo il riconoscimento della malattia professionale e l’indennizzo all’Inail. Del Vecchio ha seguito la tormentata vicenda.Dopo una perizia medica, il tribunale di Brindisi, nella sentenza del processo di primo grado che risale all’ottobre 2009, non ha ritenuto decisivo il ruolo degli agenti inquinanti in fabbrica. Il «tumore desmoide retro peritoneale», cioè il sarcoma dei tessuti molli, che ha spezzato in due la vita del dipendente Ilva, presentatosi all’inizio come tumore del colon (adenocarcinoma del colon retto) era, per i giudici di Brindisi, «di origine genetica». Nessun diritto, quindi, al beneficio economico.

Lavorava nella zona dei forni a pozzo dello stabilimento siderurgico l’operaio che non si è arreso. Oggi, nelle note in cui si parla della sua condizione, della sua vicenda, dell’esito del processo d’appello a Lecce per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, sembra quasi di vederlo combattere, corpo a corpo, con «le polveri di ossido di ferro, di silice cristallina, di amianto, Ipa (Idrocarburi policlici aromatici, ndr) e diossine». Il tumore lo ha colpito allo stomaco come una fucilata. Non si è arreso. L’operaio non si è mai arreso. Sapeva quanto lungo poteva essere il cammino per raggiungere il campo della giustizia. Lungo, anche molto lungo. E periglioso, ricco d’insidie.

«Abbiamo presentato ricorso alla Corte d’Appello di Lecce – ricorda l’avvocato Del Vecchio – insistendo sul fatto che la malattia del lavoratore non avesse un’origine genetica, ma industriale, derivante cioè dall’esposizione agli agenti inquinanti». L’operaio ha affrontato con coraggio un nuovo processo, sempre al tribunale di Brindisi, per un altro tumore: «Causa vinta – spiega Del Vecchio – e si trattava di un cancro polmonare».
Troppe le ferite inferte dalla trincea di fabbrica, ma l’operaio ha continuato a combattere. Ha affrontato una seconda perizia medica. Il consulente tecnico d’ufficio, nominato dalla Corte d’Appello di Lecce, è uno specialista in oncologia. Nella sentenza è scritto chiaramente che il medico: «Ha accertato essere la patologia neoplastica eziologicamente collegata all’attività lavorativa espletata presso lo stabilimento Ilva di Taranto». Il lavoratore, insomma, si è ammalato lavorando all’Ilva.

Diversi sono stati i punti chiariti dal consulente della Corte d’Appello: l’operaio ha svolto la sua attività in ambienti, i forni a pozzo, dove erano presenti numerosi agenti inquinanti; il tumore contratto può presentarsi come malattia legata a problemi genetici solo se l’ammalato ha sindromi quali la Fap (polipi nel colon) o la Sindrome di Gardner, ma il dipendente dell’Ilva non ne era affetto e quindi la patologia non poteva essere conseguenza di fattori genetici. Infine, ed è l’argomento più interessante, il perito oncologo si è soffermato sulla diossina.

Nella sentenza il punto è decisivo: la diossina, alla quale è stato esposto l’operaio «presenta potenzialità oncogenica (fa sorgere il tumore, ndr) come riconosciuto da tutti i consulenti tecnici nominati nel corso del giudizio».Non solo, ma «sulla base delle deduzioni precedenti» i giudici ritengono che sia provato come «l’attività lavorativa svolta dall’ap – pellante ha esposto quest’ultimo all’azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina definita scientificamente Tcdd, ndr) che hanno avuto un ruolo concausale nell’insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata » . «In particolare la diossina», come causa del tumore dell’operaio Ilva, è la svolta citata dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio. Accolto l’appello, al lavoratore brindisino spetta «una rendita per danno biologico corrispondente al 30 per cento di invalidità permanente» secondo legge. L’Inail viene «condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali».

«La sentenza – aggiunge l’avvocato Del Vecchio – va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all’Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato accertato che, le sostanze inquinanti hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l’amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata». «Tutto ciò è rilevante dal punto di vista del diritto e, ripeto, il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa – ricorda Del Vecchio – per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha concesso alla vedova la rendita per il decesso, legandola alle emissioni inquinanti e non al fumo di sigaretta.
Ricordate la polemica sollevata dalle dichiarazioni di Bondi la scorsa estate? I giudici di Cassazione hanno stabilito che le sostanze cancerogene della fabbrica determinano i tumori e che il fumo delle sigarette può, al massimo, elevare un rischio già alto».

Gli operai dell’Ilva hanno, quindi, troppi nemici da fronteggiare nella trincea di fabbrica. La «plurioffensività» delle sostanze inquinanti, il loro poter generare più tumori, è come avere tanti fucili puntati contro in questa «guerra sporca». «Le fibre di amianto – spiega ancora l’avvo – cato Del Vecchio – sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti, non ci si può ritenere in nessun caso al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio». Ecco perché il pericolo continua a incombere in fabbrica e in città. A Taranto e non solo. Un destino comune, assurdo distinguere. Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom, Maurizio Marcelli, commentando la sentenza, parla di «conclusione positiva» e di «strada da perseguire all’Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione con l’attività in fabbrica». Mai arrendersi, l’operaio «ferito » dalla diossina nei forni a pozzo non lo ha fatto. Per lui ora parlano le «carte». Preziose testimoni di coraggio e verità.

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Ilva, l’azienda pagherà le analisi a Taranto

L’emendamento annunciato questa mattina nel corso della discussione sul decreto legge 136. Inoltre gli screening coordinati dall’Istituto superiore di sanità sulla popolazione dovranno riguardare anche la prevenzione

Ilva, l'azienda pagherà le analisi a Taranto

Sarà l’Ilva ad accollarsi il costo di tutte le analisi e i campionamenti che, al fine del controllo dei livelli di inquinamento, saranno effettuati all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto. Lo annuncia il relatore al decreto legge 136, Alessandro Bratti del Pd. Sinora, infatti, i controlli relativi a terreni e camini erano, come costi, in parte a carico dell’Ilva e in parte a carico dell’Arpa Puglia, l’Agenzia regionale per la protezine ambientale. “Ho accolto un nuovo emendamento – spiega Bratti – che ora pone gli oneri delle analisi tutte a carico dell’Ilva”.

I nuovi emendamenti, precisa Bratti, sono scaturiti dal lavoro fatto dal comitato ristretto formato da nove deputati in rappresentanza delle diverse forze politiche. Il comitato sta facendo una verifica e selezione di tutti i nuovi emendamenti presentati al testo all’arrivo in aula: si tratta di circa 240 proposte. Un’altra puntualizzazione fatta al decreto è che gli screening disposti per la popolazione residente nelle due aree cui il provvedimento si rivolge – i comuni di Taranto e Statte per l’Ilva e quelli campani per la Terra dei Fuochi – dovranno riguardare anche la prevenzione. “Ci sembra importante – osserva Bratti – introdurre anche azioni che aiutino a prevenire l’insorgenza delle malattie e non solo a controllare lo stato e l’avanzamento delle patologie insorte”.

Gli screning verranno coordinati dall’Istituto superiore di sanità e resta confermata la dote finanziaria di 50 mln complessivi tra 2014 e 2015 per le due aree. “Ma una divisione delle risorse non è stata fatta” puntualizza Bratti. Confermata infine nel decreto tutta la parte relativa all’aumento di capitale dell’Ilva a carico della proprietà Riva con l’obbligo però di finalizzarla al risanamento del siderurgico. Il meccanismo individuato prevede che il commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, abbia il potere di aumentare il capitale della società avanzando ai proprietari la relativa proposta. In caso di rifiuto di quest’ultimi, il commissario – recita il decreto – potrà rivolgersi a investitori terzi ma anche chiedere all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate sempre ai Riva anche per reati diversi da quelli di natura ambientale. Si tratta di 1,9 miliardi di euro bloccati mesi fa dalla Procura di Milano per reati fiscali e valutari.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/01/16/news/ilva-76075012/

Una città ecoferita che chiede la verità

TARANTO – Una storia infinita. A Taranto e dintorni. Mentre si cercano i quattrini per rendere gli impianti dell’Ilva non più fonti di malattie e morte per operai e tarantini, le diseconomie, le storture e gli incubi del passato, sopravvissuti agli interventi dell’autorità giudiziaria, tornano ad allungarsi minacciosi. La diossina, sostanza cancerogena, da vero, autentico, killer silenzioso e implacabile, a cinque anni dal suo ritrovamento nei prodotti caseari realizzati in masserie ubicate a ridosso dell’Ilva, stavolta si materializza, in valori doppi rispetto al limite, nel latte delle mucche di un allevamento di Massafra, latte ogni giorno portato in un caseificio vicino per essere trasformato in mozzarelle e burrate.

Se si tratti di diossina frutto del famigerato camino E312 dell’Ilva, detentore del poco invidiabile primato di primo produttore europeo della sostanza tossica, oppure sputata dall’inceneritore di Massafra, Arpa e Asl non sanno dirlo e chiedono tempo per accertarlo con esattezza, visto che l’allevamento si trova a 10 chilometri dal siderurgico, dunque in una zona comunque a rischio tanto da essere sottoposta a controlli proprio per quanto accaduto nel 2008, e a poco più di un chilometro dall’inceneritore che brucia balle di rifiuti provenienti da mezza Puglia.

Sul campo, oltre alla diossina, restano poche certezze e tanti dubbi. La positività delle analisi certifica che i controlli funzionano ma che fino a quei controlli, eseguiti tra aprile e ottobre dell’anno scorso, il latte di quell’allevamento è stato trasformato in prodotti caseari ed è finito dunque nei nostri organismi. Il vincolo sanitario apposto dalla Asl all’allevamento garantisce che la diffusione è stata bloccata ma mette naturalmente in gravi difficoltà economiche il proprietario delle 55 mucche, costretto a non vendere più latte e carne.

I vertici a Palazzo Chigi e le maratone in Parlamento sul caso-Ilva sembrano lasciare sempre sullo sfondo, non citandola nemmeno come nel caso dell’ultimo decreto varato dal governo Letta, la parola salute, il valore salute, l’importanza della salute per i tarantini.

È giusto adoperarsi per trovare le risorse necessarie per far adempiere all’Ilva le prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata nell’ottobre 2012 e sinora rimasta rinchiusa nell’alveo delle buone intenzioni. È legittimo fare il possibile per salvare gli 8 milioni di tonnellate di acciaio sfornate dal siderurgico ogni anno, essenziali per l’industria manifatturiera italiana tanto da far ritenere l’acciaieria tarantina strategica per tutta l’Italia. È doveroso pensare agli stipendi degli oltre 15mila operai che ogni giorno – al lordo di cassa integrazione e contratti di solidarietà – varcano i cancelli della fabbrica. Ma non basta. C’è altro. C’è la diossina trovata a Massafra e prima ancora a Taranto e Statte, e finita nella catena alimentare. C’è la fila disumana e ci sono i momenti di tensione registrati ieri al reparto di oncologia dell’ospedale Moscati del capoluogo jonico, malgrado il grande spirito di abnegazione di medici e infermieri. Ci sono i giovani, i tanti giovani, operai ma non solo, strappati alla vita dai tumori implacabili quanto la diossina. Ci sono i bambini del rione Tamburi che da anni non possono giocare nelle aree verdi sotto casa e nelle scuole, perché contaminate. Ci sono i morti del cimitero, sepolti sotto una terra rosso minerale. E c’è una città, anzi una intera provincia, che chiede verità: su quanto esce ora dalle ciminiere dell’Ilva (e dal camino dell’inceneritore di Massafra), su quello che finisce sulle sue tavole, sui soldi stanziati per garantire concretamente il diritto alla salute e magari, un giorno, chissà, avere un decreto legge con la salute al centro e la produzione in coda.

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SCHIAVI DI R IVA

Il commissario Bondi, prima di poter dare avvio agli interventi di risanamento ambientale, deve chiedere il permesso alla famiglia Riva. L’ultimo regalo offerto ai tarantini dal governo contiene una sorpresa al comma 11 bis del decreto legge 136 del 2013

di Vincenzo Carriero

Lo Stato italiano deve chiedere il permesso ai Riva prima di operare un qualsivoglia intervento in Ilva. Persino per avviare le bonifiche e i lavori di adeguamento dell’Aia. La storiella di una fabbrica commissariata, sottratta al legittimo proprietario perchè indagato per aver commesso un numero non ben precisato di reati, tutti molto gravi, “espropriata” nel tentativo di veder rispettata la legge in materia di tutela ambientale, è un burla. Un’indicibile menzogna che stride con il principio di realtà. Per averne contezza è sufficiente leggere il comma 11 bis, presentato sotto forma di emendamento al decreto legge 136 del 2013: il nuovo provvedimento sull’Ilva. In quell’artificio giuridico è previsto che il commissario Bondi chieda ad Emilio Riva l’aumento di capitale per poter dare seguito al risanamento degli impianti.

Che bravo il governo: ha dovuto aspettare due anni, fare sorrisetti di circostanza dinanzi alle inchieste condotte dal giudice Todisco, ingoiare la pillola amara di non poter prestare soccorso ad un “amico” generoso come Emilio Riva caduto in disgrazia, ma alla fine tutto si è sistemato. Ogni cosa è tornata al suo posto. Che bravo il Partito democratico targato Matteo Renzi. L’onorevole Chiara Braga, renziana di ferro e responsabile ambiente dell’ex carrozzone rosso, plaude al nuovo decreto Ilva. Decreto che il presidente della Repubblica controfirmerà senza batter ciglio. Re Giorgio è attento nel valutare pro e contro di leggi e norme soltanto in talune circostanze. Quando attengono, per esempio, la Terra dei fuochi della sua amata Campania. Dei rappresentanti istituzionali tarantini e pugliesi meglio non parlare. Esistono? Chi sono? A Roma passano inosservati, nessuno si cura di loro. Poca cosa per perderci la testa. “A questo punto si balla”, scrive il solito Paolo Bricco sul solito giornale confindustriale. Sì, ma sulla testa dei tarantini tanto per cambiare.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/19-ambiente/5297-comanda-sempre-lui.html

Ilva, i “Liberi e Pensanti” in audizione alla Camera: “Nessuna misura concreta in difesa della salute”

cataldo ranieri

ROMA – “Taranto è ritenuta una città strategica, ma solo ed esclusivamente per il Pil nazionale”. Lo hanno detto stamattina i rappresentanti del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti nel corso dell’audizione sulle emergenze ambientali e industriali tenuta dalla commissione Ambiente della Camera dei Deputati. Sul tavolo l’ultimo decreto inerente Ilva e Terra dei Fuochi. “Per noi non si può prescindere dal fermo immediato degli impianti inquinanti e dal loro risanamento mediante la forza-lavoro attualmente occupata presso lo stabilimento siderurgico di Taranto. Nella città da dove proveniamo, c’è innanzitutto emergenza sanitaria. E’ doveroso che in sede di conversione del decreto vengano adottati gli opportuni emendamenti”.

Il comitato ha sottolineato che nessuna misura concreta a tutela della salute è stata finora adottata ed è tornato a chiedere un’esenzione ticket  straordinaria attingendo dalle risorse a disposizione del commissario straordinario per le bonifiche Alfio Pini. Presenti Raffaele Cataldi, Nicola Ordini e Cataldo Ranieri. “Parlo a nome di 200mila persone che sanno di essere condannate non solo dall’Ilva – ha evidenziato Ranieri – perché a Taranto ci sono anche Eni, Cementir e la Marina Militare che ha devastato il mare. Abbiamo due mari e non possiamo utilizzarli. Per noi è strategica la salute – ha aggiunto – vi chiediamo oggi la possibilità di poterci curare. E’ un nostro diritto”.

Alessandra Congedo

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