Gli auguri dell’ILVA

OGGI A TARANTO, ore 14, 30

sino a poco fa

Gli auguri dell'Ilva e dello Stato Italiano ai Tarantini  per il Nuovo Anno
Gli auguri dell’Ilva e dello Stato Italiano ai Tarantini
per il Nuovo Anno
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Taranto 1° gennaio 2014
1° Gennaio 2014
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sta notte sicuramente continueranno

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Taranto, malato di cancro e «cassintegrato» all’Ilva

di ALESSANDRA CAVALLARO 


Tutti i documenti della sua malattia sono conservati meticolosamente in un borsone del Reggimento San Marco, un regalo di un amico. E non è un caso perché Stefano è un combattente. Stefano Delli Ponti è un operaio dell’Ilva. Ha scoperto di avere un tumore alla ghiandola salivare della bocca, la parotide, nel giugno 2011. Dopo pochi mesi si è operato a Taranto ed ha cominciato la chemioterapia.

Una lunga trafila ospedaliera che è andata avanti fino al gennaio del 2012, quando un ultimo controllo ha evidenziato che c’erano dei linfonodi residuali che non destavano grande preoccupazione. Per Stefano è arrivato il primo sospiro di sollievo. I controlli periodici sono comunque proseguiti. Ad ottobre di quest’anno una nuova tegola, prima una Pet Tac non «buona», poi 2 risonanze e 2 ecografie. Il responso è la presenza di linfonodi patologici con cellule neoplastiche. Questa volta i medici hanno sconsigliato un’operazione. «Mi hanno detto che potrei rimanere sotto i ferri e restare come un vegetale».

E’ calmo Stefano quando parla, ma ha una rabbia di vita, che gli ha permesso fino ad oggi di superare quell’accenno di depressione che lo aveva colto prima dell’operazione. Quando gesticola per parlare, è come se volesse dire: «Io ci sono». Il 2 gennaio comincerà il primo ciclo di chemioterapia. In tutto ne dovrà fare sei. Il tumore non vuole proprio scomparire dalla vita di Stefano, 38 anni, di sua moglie, Doriana, e dei suoi due figli, Simone 7 anni, Giulia 2. Lei era piccolissima quando il papà si è ammalato.

Stefano lavora dal 1999 in Ilva. Per 11 anni è stato addetto a convertitori, paniere e siviere nel reparto manutenzione refrattaria in acciaieria 2. Poi è passato al Mof-acciaieria 2 con la mansione di loco macchinista. Sempre in area a caldo. Da giugno di quest’anno lavora nel magazzino carriponti. In quest’ultimo reparto ha lavorato tre mesi «perché prima – spiega – ero in malattia per curarmi. Esami, accertamenti e controlli che vanno avanti da quando ho scoperto il tumore, e adesso ho chiesto io all’Ilva la cassa integrazione perché non ci stavo più con le spese».

Quando Stefano lavorava in acciaieria 2, ha perso un amico. «E’ morto per soffocamento, si suppone – dice – che avesse qualcosa alla gola anche lui». Un altro collega è stato colpito da un cancro alla tiroide, ad un altro ancora gli hanno scoperto una massa maligna all’intestino e al cervello. Sono ricordi nitidi anche perché erano tutti compagni di viaggio e della sua stessa età.

Il 2011 è stato l’Annus horribilis per la famiglia Delli Ponti. Prima è morto il suocero di Stefano, tumore, anche lui lavorava in Ilva, poi il padre, per un problema cardiaco, infine la sua malattia che si è assopita sul suo corpo all’inizio di quest’anno e si è risvegliata in una sera di autunno. «Il problema non è solo il cancro che ti colpisce d’improvviso – aggiunge -. Sono le file lunghissime per un documento, ma soprattutto i soldi che ho dovuto uscire e subito. Sono riuscito ad avere l’esenzione del tiket solo dopo essermi operato».

Quando una rete di assistenza medica non riesce a sostenere economicamente un paziente, e non uno qualunque, ma questo non accade solo a Taranto, entrano in gioco gli amici, gli amici operai che hanno fatto già una colletta per aiutare Stefano. Entra in gioco la famiglia, e anche, così è stato per Stefano, una banca che comprende il momento e non stringe nella morsa dei debiti un uomo, un padre, un marito, che ha come unico torto quello di essersi ammalato.

Per Stefano, Doriana, Simone e Giulia, il Natale è trascorso sereno in famiglia. I pacchi sotto l’albero e le cene con i parenti. In passato è capitato che Stefano non potesse comprare un gioco ai suoi figli, basta pensare che fare un ago aspirato costa 160 euro. Stefano non ha mai detto a suo figlio «non posso» in maniera secca. «Ho sempre preferito dire ora non posso». Il regalo alla fine è sempre arrivato. Perché Stefano c’è. E sa ancora guardare in lontananza.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/taranto-malato-di-cancro-e-cassintegrato-all-ilva-no580828/#.UsEx0w6Sabs.twitter

Ilva, Nicastro:

“Regione Puglia contraria a slittamento tempi attuazione Aia”

parlamento“La Regione Puglia non condivide l’iniziativa legislativa di cui al DL. 136/2013 soprattutto nella parte in cui consente lo slittamento dei tempi di attuazione dell’AIA così come rilasciata e modificata dal Ministero dell’Ambiente, nonché nella parte in cui cerca di superare la normativa vigente in materia di discariche di rifiuti pericolosi e non pericolosi. Riteniamo che l’azione legislativa possa indicare soluzioni finalizzate alla riduzione della tempistica prevista dalla norma per la definizione dei procedimenti amministrativi ma non possiamo condividere una norma che ‘crea eccezioni’ ad aziendam che, fra le altre cose, potrebbero generare confitti con la normativa europea in materia e conseguenti procedure di infrazione comunitaria”. Così l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, si è espresso in Commissione Ambiente della Camera nell’audizione prevista all’interno dell’iter di conversione in legge del decreto 136/2013.

“Il dato politico rimane ed è lampante – continua Nicastro – la decretazione d’urgenza che, negli ultimi anni, è stato lo strumento principe per dirimere le questioni che riguardano l’acciaieria di Taranto non garantisce il raggiungimento dell’obiettivo e, spesso, ha creato un percorso schizofrenico quanto alle soluzioni individuate. Non posso fare a meno di ribadire il concetto delle cangianti priorità individuate dai vari decreti che, di volta in volta, venivano sconfessate e annullate dal decreto immediatamente successivo a distanza di pochi mesi. Per la Puglia, per Taranto questo non solo rischia di non essere sufficiente ma rischia anche di vanificare quanto si tenta di fare. Sul 136 – prosegue Nicastro – sono stato chiaro: non possiamo essere d’accordo con una norma che dilata i tempi di una Autorizzazione Ambientale già per larga parte disattesa. L’audizione di oggi è stata anche l’occasione di portare a conoscenza della Commissione della delibera di Giunta recentemente adottata in relazione al piano del Comitato di Esperti sul processo di ambientalizzazione del siderurgico: abbiamo avuto modo di rimarcare come questo piano, di fatto, in relazione alle emissioni in atmosfera, costituisca una modifica dell’Aia per la quale, a nostro giudizio, non esistono motivazioni sufficienti”.

Conclude l’assessore regionale all’Ambiente: “Abbiamo infine evidenziato come permangano  problematiche legate all’emungimento da pozzi autorizzati, all’interno dello stabilimento, in un’area sulla quale il Piano di Tutela delle Acque (PTA) ha posto delle limitazioni al prelievo in quanto l’acquifero è vulnerabile da contaminazione salina ribadendo la necessita di una riduzione progressiva, nel tempo, dell’utilizzo di quelle acque attraverso la riduzione/risparmio dei consumi generali, il riciclo e il riutilizzo delle acque depurate e trattate, il riuso delle acque meteoriche, attraverso le migliori tecnologie disponibili. Per non parlare poi degli scarichi idrici sui quali è necessario effettuare i campionamenti per l’individuazione di contameninanti a monte dei canali  di scarico che sono per buona parte a cielo aperto e pertanto suscettibili di raccogliere le acque meteoriche dell’ambiente circostante ed il particolato presente nell’aria con un effetto di diluizione”.

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-nicastro-regione-puglia-contraria-a-slittamento-tempi-attuazione-aia.html

Ieri, domenica 22, picco di IPA elevatissimo a Taranto

Chiediamo a Vendola (oggi interrogato in Procura) se fa bene ai nostri bambini continuare così
23 dicembre 2013 – Alessandro Marescotti

diagramma ipa taranto

diagramma ipa taranto
Autore: alessandro marescotti
Fonte: peacelink
Copyright © alessandro marescotti

Licenza: CC Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0

Come si può vedere dalla foto allegata, le emissioni derivanti dall’area industriale ieri notte erano evidenti. 

E in quelle ore abbiamo misurato valori elevatissimi di IPA, gli idrocarburi policiclici aromatici potenzialmente cancerogeni.

Il picco è arrivato a oltre 500 manogrammi a metro cubo in una posizione periferica della città (zona Bestat) che si trovava sottovento e in cui eravamo posizionati effettuando misurazioni ambientali.

 

Ieri abbiamo registrato in città nella zona via Dante – Bestat una media elevata di IPA: 55,6 nanogrammi/m3. E’ la media di 4512 misurazioni ambientali effettuate da PeaceLink.inquinanti sulla città di taranto

inquinanti sulla città di taranto
Autore: caterina bonavoglia
Fonte: profilo facebook
Copyright © caterina bonavoglia

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E’ una concentrazione paragonabile al fumo passivo. Ma questa è la solo la media della giornata di ieri che ha registrato dei picchi di IPA veramente preoccupanti se si ha l’attenzione di disaggregare i dati.

 

Va infatti osservato l’andamento degli IPA durante la giornata, evidentissimo nel grafico fotografato sullo schermo del computer su cui abbiamo elaborato i dati.

 

In fatto più preoccupante è che nel pomeriggio di ieri che si è registrata una impennata di IPA che ha raggiunto e superato quota 500 nanogrammi a metro cubo. Infatti fra le ore 16 e le ore 19 il vento ha cambiato direzione facendo in modo che la città si trovasse sottovento rispetto all’area industriale, ossia fosse investita dall’aria che trasportava le sostanze emesse dai camini.

 

dati ipa taranto

dati ipa taranto
Autore: alessandro marescotti
Fonte: peacelink
Copyright © alessandro marescotti

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Se alle ore 16 il vento ieri veniva ancora da Sud-ovest e alle ore 19 proveniva da Nord-ovest, ossia dall’area industriale, secondo i dati di meteo.it e quindi ecco che gli IPA potenzialmente cancerogeni sono aumentati fino ad arrivare al picco assurdo di 511 ng/m3 delle ore 20.46.

Vedere grafico allegato PICCO 22 12 2013. La comparazione fra le colonne blu (inquinamento) e rosse (fumo passivo) fornisce a colpo d’occhio la gravità di quanto è accaduto in quel lasso di tempo. Vedere i valori del foglio elettronico di comparazione fra il picco di IPA di ieri e le concentrazioni di IPA da fumo passivo (ultimo file allegato).

Vedere anche il foglio elettronico allegato con tutte le misurazioni effettuate ieri con la strumentazione in dotazione a PeaceLink che è identica a quella utilizzata da Arpa e da ILVA (analizzatore portatile Ecochem PAS 2000).

 

Forniamo queste informazioni in una giornata particolare: oggi viene interrogato Vendola dalla Procura della Repubblica e si riunisce il Consiglio Comunale per discutere anche delle questioni ambientali.

 

Chiediamo a Vendola e ai consiglieri comunali fino a quando dovremo far respirare ai nostri bambini questi picchi potenzialmente cancerogeni?

http://www.peacelink.it/ecologia/a/39524.html

VERGOGNA ITALIANA

RIVA, “TORNANO” I SOLDI
LA CASSAZIONE ANNULLA IL SEQUESTRO PER EQUIVALENTE DI 8,1 MILIARDI

Ennesimo colpo di scena (sarà l’ultimo?) nell’infinita vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto. Nella giornata di ieri infatti, i giudici della VI sezione penale della Cassazione, dopo una breve seduta in Camera di consiglio, hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) la holding che controlla l’Ilva Spa, e che si estese lo scorso settembre anche all’altra controllata Riva Acciaio Spa. I giudici hanno dunque accolto il ricorso presentato dai legali dei Riva, Franco Coppi e Enrico Paliero, disponendo la restituzione alle holding di tutti i beni, annullando anche i successivi decreti giudiziari conseguenti al sequestro (dunque anche quello riguardante la Riva Acciaio e le controllate Ilva). E cancellando l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Taranto, che a giugno scorso aveva respinto l’istanza degli avvocati, confermando il sequestro preventivo disposto dal gip Patrizia Todisco il 24 maggio scorso. Il quale aveva disposto il provvedimento dopo aver accolto la richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio (e composto dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani), che avevano chiesto il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva FIRE in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/2001 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.
Alla somma di 8 miliardi e 100 milioni di euro, si giunse sulla base della quantificazione elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, per una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la dirigenza avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del siderurgico tarantino. Di quegli 8 miliardi però, i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici (ad oggi si era arrivati a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni mobili e immobili che ora rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva). Risorse che per il decreto del 4 giugno scorso, con il quale il governo Letta commissariò l’azienda affidandola alla gestione di Enrico Bondi, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”. Ma il gip Todisco, sulla scorta della relazione consegnata dai custodi giudiziari lo scorso 7 ottobre a seguito di un periodo di tre mesi (giugno-settembre) di accertamenti e sopralluoghi, il 6 novembre rigettò l’istanza presentata dallo stesso Bondi per entrare in possesso di quelle somme, in quanto l’Ilva “è ancora in ritardo sul piano industriale e non ha ancora posto rimedio ai gravi problemi ambientali che hanno determinato il commissariamento dell’azienda da parte del Governo”.
Ma la decisione di ieri della Cassazione, rischia di incidere e non poco anche sul programma di risanamento previsto dal piano ambientale messo a punto dagli esperti del ministero dell’Ambiente, che attende l’ok per decreto dal ministro Orlando. E soprattutto mette a rischio la concreta attuazione dell’ultimo decreto approvato dal governo (“Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”) sull’Ilva. Il testo prevede infatti che dopo l’approvazione del piano ambientale che avverrà entro il 28 febbraio prossimo, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza”, quindi i Riva, dovranno entro 15 giorni mettere a disposizione del commissario Bondi le somme necessarie al risanamento. Ma prevedendo forse ciò che è accaduto ieri, nel decreto fu aggiunto che qualora ciò non fosse accaduto, si dovranno trasferire al commissario le somme sequestrate al gruppo per reati diversi da quello ambientale. Come ad esempio quello di frode fiscale, sul quale indaga la Procura di Milano, che ha sin qui sequestrato 2 miliardi di euro ai Riva. Ma anche in questo caso è molto facile immaginare una nuova vittoria del gruppo che ha già annunciato l’ennesimo ricorso avverso il provvedimento del governo. Visto che non esiste, almeno sino a questo momento, la possibilità nella giurisprudenza italiana che i soldi sequestrati possano essere sottratti alla persona fisica o al gruppo aziendale prima dell’ultimo grado di giudizio. E visto che il processo a Milano è tutt’altro che iniziato, appare pressoché impossibile che i 2 miliardi sequestrati ai Riva per frode fiscale, gran parte dei quali sono già confluiti nel Fondo Giustizia, entreranno in possesso di Bondi e Ronchi. Tra l’altro, qualora ciò dovesse accadere per l’ennesima forzatura del governo, c’è il concreto rischio che se i Riva dovessero essere prosciolti da ogni accusa, bisognerà anche risarcirli.
Inoltre, non si capisce bene perché si sia iniziato ad invocare il fatto che i Riva adesso sarebbero obbligati, per una sorta di richiamo etico, a finanziare i lavori di risanamento dell’Ilva. Visto che l’azienda è stata commissariata e quindi sottratta alla loro gestione: come prevede la legge 89 de 4 agosto infatti, soltanto al termine dei tre anni di commissariamento il siderurgico tornerà ai legittimi proprietari. Dunque, attualmente i Riva non hanno alcun obbligo ad investire i loro profitti nel risanamento dell’azienda.
Non solo. Perché l’ennesima sentenza politica della Cassazione dimostra chiaramente come l’aver impostato gran parte della lotta “ambientalista” a Taranto facendo totale affidamento al lavoro della magistratura, sia del tutto fallimentare oltre che poco lungimirante. Come tra l’altro abbiamo sempre sostenuto. E’ la chiara dimostrazione, l’ennesima, che per i propri diritti bisogna lottare ogni giorno stando in mezzo alla gente: non nelle aule dei tribunali. E che stante così le cose, occorre ripartire da zero: agendo dal basso, riprendendosi ogni spazio pubblico sottratto alla città, facendo proposte concrete e alternative per un futuro realmente realizzabile, senza poggiarsi sulla convinzione che un giorno questa città otterrà il risarcimento miliardario, che comunque le spetta di diritto, attraverso il quale costruire un qualcosa di molto aleatorio e poco adattabile alla storia e al contesto di questa città.
E’ indubbio che quella di ieri sia una vittoria dei Riva. Che potrebbe scrivere però la parola fine sulla storia dell’Ilva di Taranto. Visto che adesso Bondi e Ronchi si ritrovano in mano un cerino la cui fiammella è oramai arrivata quasi ad estinguersi. Il 2014 si appresta ad essere un anno molto difficile. La cui storia non cambierà nemmeno con l’arrivo del Papa, sul quale già in tanti hanno iniziato a lucrare con la solita ipocrita morale perbenista e cattolica di cui il nostro paese è ancora tristemente intriso.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

una dittatura di Stato….

 

Ilva, Cassazione annulla sequestro: 8,1 miliardi restituiti a Riva Fire

I custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico tarantino, avevano stimato una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la società avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti. Ora la sesta sezione penale ha accolto il ricorso presentato dai legali Coppi e Paliero, e ha disposto la restituzione alle holding di tutti i beni

Ilva, Cassazione annulla sequestro: 8,1 miliardi restituiti a Riva Fire

 

Era stato uno dei sequestri più pesanti della storia italiana, ma ora le tasche dei Riva, sotto indagine per disastro ambientale nell’ambito dell’inchiesta Ilva, tornano piene. La Corte di Cassazione ha stabilito che i beni della holding Riva Fire, società proprietaria di Ilva spa, non andavano confiscati e ha annullato senza rinvio il decreto di sequestro confermato dal riesame nel giugno scorso dal tribunale del riesame di Taranto. Un decreto di sequestro per equivalente, firmato nel maggio scorso dal gip Patrizia Todisco su richiesta della procura ionica, che imponeva di mettere i sigilli a beni per 8,1 miliardi di euro.

Il provvedimento era stato impugnato dai legali delle società del Gruppo Riva e poche ore fa è arrivata la decisione della suprema corte che ha dato ragione al collegio difensivo degli industriali. La stima di oltre 8 miliardi era stata formulata dai custodi giudiziari Barbara Valenzano, Emanuela Laterza, Claudio Lofrumento e Mario Tagarelli come il costo totale degli interventi necessari al ripristino funzionale degli impianti dell’area a caldo per un possibile risanamento ambientale. La società Riva Fire, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, avrebbe ottenuto negli anni un notevole vantaggio economico attraverso quella che i magistrati definiscono una “consapevole omissione” degli interventi nell’Ilva per la protezione e salvaguardia dell’incolumità dell’ambiente, degli operai e dei cittadini di Taranto. In sostanza 8,1 miliardi erano i soldi che secondo l’accusa i Riva avrebbero risparmiato evitando di ammodernare gli impianti della fabbrica che secondo i periti del tribunale, oggi “genera malattia e morte”.

A firmare i ricorsi sono stati i legali Franco Coppi e Carlo Enrico Paliero, ma in un primo momento era stato anche Enrico Bondi, all’epoca amministratore delegato dell’Ilva, a volerlo. Dopo la nomina come commissario straordinario affidatogli dal governo Letta, Bondi ritirò l’istanza presentata per conto dell’Ilva per segnare una discontinuità con la gestione della famiglia Riva. Su richiesta del pool di inquirenti composto dal procuratore Franco Sebastio, dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani, il gip Todisco aveva autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire, per le violazioni ambientali alla legge 231/01 che sancisce laresponsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.

In realtà finora, gli uomini della Guardia di finanza erano riusciti a individuare solo due miliardirispetto agli otto richiesti. Dal sequestro sarebbero dovuti rimanere fuori i beni e le finanze riconducibili alla società di Ilva spa poiché il gip Todisco aveva infatti chiarito che i beni della società potevano essere aggrediti solo nel caso in cui non siano strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento di Taranto. L’accusa nei confronti di Emilio, Nicola e Fabio Riva è di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. Per Fabio Riva, inoltre, tra i capi di imputazione c’è anche quello di corruzione in atti giudiziari per aver versato la presunta tangente all’ex perito della procura Lorenzo Liberti per ammorbidire la perizia sull’Ilva. Tra le società indagate ci sono Ilva spa e Riva Fire spa, rispettivamente “controllata” e “controllante” ai cui vertici si sono succeduti negli anni proprio Emilio, Fabio e Nicola Riva.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/20/ilva-cassazione-annulla-sequestro-8-miliardi-restituiti-a-riva-fire/821426/

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora.
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA.

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile.
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso.

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha.

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960).

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it —

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO (Gianmario Leone TarantoOggi 04 12 2013)

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora. 
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA. 

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile. 
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso. 

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha. 

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960).Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Il Governo ci porta fuori dall’Europa

Ilva, Peacelink contro il nuovo decreto: “Il Governo ci porta fuori dall’Europa”

ilva peacelinkQuesto governo porta l’Italia fuori dall’Europa, approvando l’ennesimo decreto “Salva-Ilva” che concede deroghe e proroghe in barba alle rigorose norme della direttiva europea sull’Autorizzazione Integrata Ambientale. Con il decreto legge approvato oggi dal Consiglio dei Ministri vengono sanate le infrazioni all’Aia (certificate dall’Ispra) e sono persino abolite le sanzioni previste dalla legge 231/2012 (nota anche come “Salva-Ilva 1″). Il decreto prevede inoltre un periodo transitorio di ben tre anni durante i quali non sarà possibile garantire la conformità degli impianti alle prescrizioni autorizzative, riconoscendo che era vero il rilievo delle associazioni ambientaliste sulla difficoltà di realizzare le prescrizioni AIA nei tempi previsti.

Ricordiamo a tutti che secondo i periti nominati dalla magistratura tarantina circa trenta morti all’anno sono correlabili all’inquinamento industriale. Si tratta di una stima molto prudente che fanno di Taranto una citta’ della morte. Altri tre anni di inquinamento dell’area a caldo dell’Ilva causeranno ulteriori danni alla salute delle fasce piu’ fragili della popolazione. La salute non puo’ aspettare i tempi dell’Aia. Si è purtroppo deciso di lasciare che i tarantini siano sottoposti ancora all’inquinamento per altri tre anni, i quali si aggiungono ai cinquanta passati. Il Governo si è assunto la responsabilità di non bloccare le fonti inquinanti, di non fornire risposte alla Commissione europea, di abolire le sanzioni previste a carico degli inquinatori.  Tirando le somme, il Governo concede libertà di inquinare portando Taranto fuori dell’Europa. Segnaleremo alla Procura questa situazione anomala perche’ la salute non sia messa ulteriormente in pericolo con questo decreto che concede un ammorbidimento inaccettabile alla gia’ blanda legge “Salva-Ilva 1″.

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-peacelink-contro-il-nuovo-decreto-ci-porta-fuori-dalleuropa.html

Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva

M5S e ambientalisti contro il dl emergenze: “Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva”

Nel decreto approvato oggi dal consiglio dei ministri, insieme alle nuove norme per la Terra dei fuochi sono inseriti articoli che mettono al sicuro il lavoro del commissario dell’acciaieria Enrico Bondi: sanzioni azzerate, sblocco dei fondi e soprattutto nessuna responsabilità per la gestione dei rifiuti all’interno della fabbrica. Insorgono 5 Stelle e Verdi

M5S e ambientalisti contro il dl emergenze: “Nel testo l’ennesimo regalo all’Ilva”

 

Il quinto decreto ad Ilvamapprovato dal consiglio dei ministri insieme alle nuove norme per laTerra dei fuochi, è un vero e proprio ‘salva-commisari’, il commissario straordinario dell’acciaieria di Taranto. Sanzioni azzerate, sblocco dei fondi e soprattutto nessuna responsabilità per la gestione dei rifiuti all’interno della fabbrica.

“LE SANZIONI NON SI APPLICANO AL COMMISSARIO”
Le norme salva-commissari prevedono che “durante la gestione commissariale, qualora vengano rispettate le prescrizioni dei piani” e “le previsioni” di adeguamento, non si debbano applicare “per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale”, le sanzioni previste dall’Aia del 2012, ovvero quelle che sancivano per l’azienda una multa anche del 10 percento del fatturato aziendale. Non solo. Il decreto prevede che le “sanzioni, ove riferite a atti o comportamenti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, si irrogano alle persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti, e non possono essere poste a carico dell’impresa commissariata per tutta la durata del commissariamento”. In sostanza, la nuova norma prevede che le colpe deiRiva, come titolari del siderurgico, debbano essere pagate dai Riva stessi e non dall’Ilva commissariata.

Ma cosa si intende per previsioni? Con un’interpretazione autentica il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” deve essere intesa nel senso che la stessa è rispettata se laqualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e soprattutto se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. In definitiva non è necessario che le misure di adeguamento siano state realizzate completamente, ma è sufficiente che il 70 percento di quelle previste siano state avviate. Inoltre il decreto non stabilisce quali siano le prescrizioni da avviare lasciando di fatto una grande discrezionalità nelle mani di Bondi.

LE MANI SUI SOLDI DEL JERSEY
Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo scrive chiaramente nelle premesse del decreto quando afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Tradotto: bisogna mettere mano ai fondi sequestrati dalla magistratura. In tal senso, se aTaranto – rispetto agli 8 miliardi imposti dal gip Patrizia Todisco – le Fiamme gialle sono riuscite a trovare ben poche risorse dei Riva, a Milano al contrario i finanzieri hanno sequestrato circa 1 miliardo e 200 milioni di euro che gli gruppo industriale aveva riportato in Italia con lo scudo fiscale voluto da Tremonti e Berlusconi dopo averli nascosti nel paradiso fiscale del Jersey. Il decreto, ora, stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà richiedere “le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. Somme da utilizzare immediatamente per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’eventuale condanna definitiva.

BONELLI: “LA SOSPENSIONE DELLE SANZIONI E’ INCOSTITUZIONALE”
Per Angelo Bonelli, leader dei Verdi, “la norma del decreto sull’Ilva che contiene la sospensione delle sanzioni per le prescrizioni ambientali è assolutamente incostituzionale perché subordina in maniera inaccettabile la vita e la salute alla produzione. Mai ci saremmo aspettati – ha aggiunto l’ex candidato sindaco di Taranto dell’area ambientalista – che si potesse giungere a superare questo limite con una norma che non solo garantisce l’impunità a chi inquina, ma abbandona i cittadini di Taranto a subire le drammatiche conseguenze dell’inquinamento”. Inoltre Bonelli ha annunciato che “una volta pubblicato porterò personalmente il testo del decreto al Commissario Ue all’Ambiente in relazione alla procedura di infrazione comunitari” perché “con questo decreto si vuole garantire un periodo transitorio che secondo la struttura commissariale dovrebbe durare almeno 3 anni, periodo nel quale, da quello che abbiamo compreso non sarà possibile garantire la conformità degli impianti dell’Ilva alla legge. Di fatto si tratta di un decreto che consente nei prossimi anni la libertà d’inquinare”.

M5S: “SANZIONI CANCELLATE, E’ REGALO A ILVA”
Sul dl approvato dal governo Letta, inoltre, è arrivata la sonora bocciatura di Movimento 5 Stelle eVerdi. “Dietro un decreto che dovrebbe mettere una pezza sul disastro ambientale della Terra dei Fuochi si nasconde l’ennesimo regalo al commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi – hanno scritto i deputati M5S della commissione Ambiente – Siamo preoccupati per la volontà del governo di togliere di fatto le sanzioni sull’Ilva durante il periodo di commissariamento”. Non solo. Gli onorevoli a 5 Stelle sono “convinti che chi commette reati ambientali debba pagare, e oltretutto che le eventuali bonifiche previste riguardino tutti i Siti di interesse nazionale (Sin) inquinati, e non soltanto alcune zone”. Per quanto riguarda il provvedimento generale, invece, per i 5 Stelle “ben venga l’introduzione del reato per la combustione dei rifiuti”, ma loro aspetteranno che il testo approdi in Aula. “Continueremo a batterci – hanno concluso – affinché la tutela dell’ambientediventi sempre di più una priorità improrogabile, non una bandiera da sventolare solo quando gira il vento”. Non meno forte la presa di posizione dell’associazione ambientalista Peacelink: “Questo governo porta l’Italia fuori dall’Europa, approvando l’ennesimo decreto ‘Salva-Ilva’ che concede deroghe e proroghe in barba alle rigorose norme della direttiva europea sull’Autorizzazione Integrata Ambientale“.

DA BERLUSCONI FINO A LETTA, ECCO I CINQUE DECRETI “AD AZIENDAM”
Quello di oggi, come detto, è il quinto decreto firmato da vari governi nei confronti dei padroni dell’acciaio. Il primo risale al 2010 e fu firmato dal duo PrestigiacomoBerlusconi per risolvere l’emergenze benzo(a)pirene che attanagliava Taranto. In realtà il decreto si limitò eslcusivamente ad innalzare i limiti di legge per le città con più di 150mila abitanti. Il secondo decreto fu voluto dall’ex ministro dell’ambiente del Governo Monti, Corrado Clini, per sbloccare l’acciaio sequestrato dalla procura di Taranto. Ben tre, invece, sono i decreti firmati dall’attuale governo Letta e dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando. Oltre a quello di oggi, Letta-Orlando hanno emanato due provvedimenti per nominare Bondi commissario ed Edo Ronchi com subcommissario e per autorizzare le discariche interne dell’Ilva.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/03/m5s-e-ambientalisti-contro-il-dl-emergenze-nel-testo-lennesimo-regalo-allilva/799950/