Forti con i deboli

Sequestrate cinque tonnellate di cozze coltivate in una zona interdetta alla pesca nel Mar Piccolo a Taranto. L’area è considerata a rischio sanitario per la presenza di diossina e Pcb oltre i limiti di legge. I mitili sono stati prelevati dai militari della Capitaneria di Porto coadiuvati dalla Polizia di Stato, dalla Polizia municipale e dalla Guardia di Finanza. Non sono mancati momenti di tensioni e proteste da parte di alcuni pescatori. “Questi sgomberi- hanno affermato – avvengono sempre nei confronti dei più deboli. La diossina non l’abbiamo causata noi, ma non sentiamo mai di sequestri fatti allo stabilimento”. Il prodotto è stato caricato su autocompattatori dell’Amiu per essere in seguito distrutto. “A Taranto oggi sono state distrutte, giustamente, tonnellate di cozze coltivate nel seno del Mar Piccolo perché contaminate dalla diossina e da pcb. Tra allevatori, coltivatori, mitilicoltori e maricoltori sono migliaia i posti di lavoro persi a Taranto a causa dell’inquinamento. – ha commentato il leader dei Verdi, Angelo Bonelli- Nessuna istituzione o sindacato difende questi lavoratori che dovrebbero avere gli stessi diritti di altri lavoratori. Ma così non è. Ecco perché a Taranto la costituzione italiana non è applicata e i sindacati troppo impegnati a parlare con i vertici della grande industria hanno dimenticato questi lavoratori che non dovrebbero essere ultimi a nessuno”. “Per loro – ha concluso- nessun decreto legge per loro solo disoccupazione e i sindacati tacciono”

«Quel tumore è causato dalla diossina dell’Ilva

Corte d’Appello di Lecce

 

di FULVIO COLUCCI

TARANTO – L’operaio dell’Ilva combatte ancora la malattia, ma per lui, per la sua storia, parlano, ormai, solo le carte processuali. E una sentenza, che oggi dice finalmente una cosa: non solo il suo tumore è colpa dell’inquinamento, ma tra le sostanze- killer c’è la diossina. È la prima volta che la diossina – madre di tutte le battaglie ambientaliste – sale sul banco d’accusa senza troppi giri di parole: «Lo ritengo un dato importante perché il riconoscimento arriva con la sentenza dell’otto gennaio scorso da un organo «terzo» come la Corte d’Appello di Lecce rispetto a giudici, diciamo, più vicini geograficamente alle questioni ambientali, di salute e sicurezza» spiega il difensore dell’operaio, l’avvocato Massimiliano Del Vecchio.

Il lavoratore, brindisino, si è rivolto alla Fiom Cgil chiedendo il riconoscimento della malattia professionale e l’indennizzo all’Inail. Del Vecchio ha seguito la tormentata vicenda.Dopo una perizia medica, il tribunale di Brindisi, nella sentenza del processo di primo grado che risale all’ottobre 2009, non ha ritenuto decisivo il ruolo degli agenti inquinanti in fabbrica. Il «tumore desmoide retro peritoneale», cioè il sarcoma dei tessuti molli, che ha spezzato in due la vita del dipendente Ilva, presentatosi all’inizio come tumore del colon (adenocarcinoma del colon retto) era, per i giudici di Brindisi, «di origine genetica». Nessun diritto, quindi, al beneficio economico.

Lavorava nella zona dei forni a pozzo dello stabilimento siderurgico l’operaio che non si è arreso. Oggi, nelle note in cui si parla della sua condizione, della sua vicenda, dell’esito del processo d’appello a Lecce per ottenere il riconoscimento della malattia professionale, sembra quasi di vederlo combattere, corpo a corpo, con «le polveri di ossido di ferro, di silice cristallina, di amianto, Ipa (Idrocarburi policlici aromatici, ndr) e diossine». Il tumore lo ha colpito allo stomaco come una fucilata. Non si è arreso. L’operaio non si è mai arreso. Sapeva quanto lungo poteva essere il cammino per raggiungere il campo della giustizia. Lungo, anche molto lungo. E periglioso, ricco d’insidie.

«Abbiamo presentato ricorso alla Corte d’Appello di Lecce – ricorda l’avvocato Del Vecchio – insistendo sul fatto che la malattia del lavoratore non avesse un’origine genetica, ma industriale, derivante cioè dall’esposizione agli agenti inquinanti». L’operaio ha affrontato con coraggio un nuovo processo, sempre al tribunale di Brindisi, per un altro tumore: «Causa vinta – spiega Del Vecchio – e si trattava di un cancro polmonare».
Troppe le ferite inferte dalla trincea di fabbrica, ma l’operaio ha continuato a combattere. Ha affrontato una seconda perizia medica. Il consulente tecnico d’ufficio, nominato dalla Corte d’Appello di Lecce, è uno specialista in oncologia. Nella sentenza è scritto chiaramente che il medico: «Ha accertato essere la patologia neoplastica eziologicamente collegata all’attività lavorativa espletata presso lo stabilimento Ilva di Taranto». Il lavoratore, insomma, si è ammalato lavorando all’Ilva.

Diversi sono stati i punti chiariti dal consulente della Corte d’Appello: l’operaio ha svolto la sua attività in ambienti, i forni a pozzo, dove erano presenti numerosi agenti inquinanti; il tumore contratto può presentarsi come malattia legata a problemi genetici solo se l’ammalato ha sindromi quali la Fap (polipi nel colon) o la Sindrome di Gardner, ma il dipendente dell’Ilva non ne era affetto e quindi la patologia non poteva essere conseguenza di fattori genetici. Infine, ed è l’argomento più interessante, il perito oncologo si è soffermato sulla diossina.

Nella sentenza il punto è decisivo: la diossina, alla quale è stato esposto l’operaio «presenta potenzialità oncogenica (fa sorgere il tumore, ndr) come riconosciuto da tutti i consulenti tecnici nominati nel corso del giudizio».Non solo, ma «sulla base delle deduzioni precedenti» i giudici ritengono che sia provato come «l’attività lavorativa svolta dall’ap – pellante ha esposto quest’ultimo all’azione di sostanze irritanti (in particolare la diossina definita scientificamente Tcdd, ndr) che hanno avuto un ruolo concausale nell’insorgenza e nella cronicizzazione della patologia denunciata » . «In particolare la diossina», come causa del tumore dell’operaio Ilva, è la svolta citata dall’avvocato Massimiliano Del Vecchio. Accolto l’appello, al lavoratore brindisino spetta «una rendita per danno biologico corrispondente al 30 per cento di invalidità permanente» secondo legge. L’Inail viene «condannata al pagamento delle prestazioni previdenziali».

«La sentenza – aggiunge l’avvocato Del Vecchio – va inanellata in una serie di giudizi sul riconoscimento di malattie professionali all’Ilva, dal tumore al polmone al tumore alla prostata, in cui è stato accertato che, le sostanze inquinanti hanno più fattori oncogenici, causano cioè più tumori negli operai. Per esempio, l’amianto provoca il tumore al polmone e il tumore alla prostata». «Tutto ciò è rilevante dal punto di vista del diritto e, ripeto, il fatto che sia riconosciuto un ruolo specifico alla diossina è decisivo. Qualche giorno fa – ricorda Del Vecchio – per un lavoratore dello stabilimento siderurgico morto a causa di un tumore, la Corte di Cassazione ha concesso alla vedova la rendita per il decesso, legandola alle emissioni inquinanti e non al fumo di sigaretta.
Ricordate la polemica sollevata dalle dichiarazioni di Bondi la scorsa estate? I giudici di Cassazione hanno stabilito che le sostanze cancerogene della fabbrica determinano i tumori e che il fumo delle sigarette può, al massimo, elevare un rischio già alto».

Gli operai dell’Ilva hanno, quindi, troppi nemici da fronteggiare nella trincea di fabbrica. La «plurioffensività» delle sostanze inquinanti, il loro poter generare più tumori, è come avere tanti fucili puntati contro in questa «guerra sporca». «Le fibre di amianto – spiega ancora l’avvo – cato Del Vecchio – sono così piccole da diventare vettori di altre sostanze pericolosissime come le polveri sottili. Non ci sono dosi minime di agenti inquinanti, non ci si può ritenere in nessun caso al riparo da conseguenze dannose per la salute. Più sono gli inquinanti e più la salute è a rischio». Ecco perché il pericolo continua a incombere in fabbrica e in città. A Taranto e non solo. Un destino comune, assurdo distinguere. Il responsabile nazionale dei problemi della salute e della sicurezza della Fiom, Maurizio Marcelli, commentando la sentenza, parla di «conclusione positiva» e di «strada da perseguire all’Ilva e in altri territori per tutelare i lavoratori con patologie di cui si può e si deve dimostrare la correlazione con l’attività in fabbrica». Mai arrendersi, l’operaio «ferito » dalla diossina nei forni a pozzo non lo ha fatto. Per lui ora parlano le «carte». Preziose testimoni di coraggio e verità.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/corte-d-appello-di-lecce-quel-tumore-causato-dalla-diossina-dell-ilva-no686771#.Utz62KC4N2g.facebook

Milena Gabanelli e il punto4

Milena Gabanelli ha fatto il punto su questo 2013 appena passato, e lo ha fatto con questo lungo editoriale pubblicato dal Corriere della Sera. Lo riportiamo:

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A fine anno, nella vita come in tv, si replica. Il Capo dello Stato fa il suo discorso, quello del Governo ricicla le dichiarazioni di 6 mesi fa in occasione del decreto del fare, con l’enfasi di un brindisi: “faremo”. Vorremmo un governo che a fine anno dica “abbiamo fatto” senza dover essere smentito.

Il Ministro Lupi fa l’elenco della spesa: 10 miliardi per i cantieri, “saranno realizzate cose come piazze, tutto ciò di cui c’è un bisogno primario”. C’è un bisogno primario di piazze e di rotatorie? “Trecentoventi milioni per la Salerno-Reggio Calabria”.

Ancora fondi per la Salerno Reggio-Calabria? Fondi per l’allacciamento wi-fi. Ma non erano già nel piano dell’Agenda Digitale? E poi la notizia numero uno: ” le tasse sono diminuite”. Vorrei sapere dal premier Letta per chi sono diminuite, perché le mie sono aumentate, e anche quelle di tutte le persone che conosco o che a me si rivolgono. È aumentata la bolletta elettrica, l’Iva, l’Irpef, la Tares. L’acconto da versare a fine anno è arrivato al 102% delle imposte pagate nel 2012, quando nel 2013 tutti hanno guadagnato meno rispetto all’anno prima.

Certo l’anno prossimo si andrà a credito, ma intanto magari chiudi o licenzi. E tu Stato, quando questi soldi li dovrai restituire dove li trovi? Farai una manovra che andrà a penalizzare qualcuno. I debiti della pubblica amministrazione con le imprese ammontano a 91 miliardi. A giugno il Governo dichiara: “stanziati 16 miliardi”.

È un falso, perché quei 16 miliardi sono un prestito fatto da Cassa Depositi e Prestiti agli enti locali. E per rimborsare questo mutuo, i comuni, le province e regioni hanno aumentato le imposte. L’Assessore al Bilancio della Regione Piemonte in un’intervista a Report ha detto “Per non caricare il pagamento dei debiti sui cittadini, si doveva tagliare sul corpo centrale delle spese del Governo, e se non si raggiungeva la cifra… non so.. vendo la Rai!”.

Privatizzare la Rai è un tema ricorrente. Nessun paese europeo pensa di vendersi il servizio pubblico perché è un cardine della democrazia non sacrificabile. In nessun paese europeo però ci sono 25 sedi locali: Potenza, Perugia, Catanzaro, Ancona. In Sicilia ce ne sono addirittura due, a Palermo e a Catania, ma anche in Veneto c’è una sede a Venezia e una a Verona, in Trentino Alto Adige una a Trento e una a Bolzano. La Rai di Genova sta dentro ad un grattacielo di 12 piani…ma ne occupano a malapena 3. A Cagliari invece l’edificio è fatiscente con problemi di incolumità per i dipendenti. Poi ci sono i Centri di Produzione che non producono nulla, come quelli di Palermo e Firenze.

A cosa servono 25 sedi? A produrre tre tg regionali al giorno, con prevalenza di servizi sulle sagre, assessori che inaugurano mostre, qualche fatto di cronaca. L’edizione di mezzanotte, che è una ribattuta, costa 4 milioni l’anno solo di personale. Perché non cominciare a razionalizzare? Se informazione locale deve essere, facciamola sul serio, con piccoli nuclei, utilizzando agili collaboratori sul posto in caso di eventi o calamità, e in sinergia con Rai news 24. Non si farà fatica, con tutte le scuole di giornalismo che sfornano ogni anno qualche centinaio di giornalisti! Vogliamo cominciare da lì nel 2014? O ci dobbiamo attendere presidenti di Regione che si imbavagliano davanti a Viale Mazzini per chiedere la testa del direttore di turno che ha avuto la malaugurata idea di fare il suo mestiere?

È probabile, visto che la maggior parte di quelle 25 sedi serve a garantire un microfono aperto ai politici locali. Le Regioni moltiplicano per 21 le attività che possono essere fatte da un unico organismo.

Prendiamo un esempio cruciale: il turismo. Ogni regione ha il suo ente, la sua sede, il suo organico, il suo budget, le sue consulenze, e ognuno si fa la sua campagna pubblicitaria. La Basilicata si fa il suo stand per sponsorizzare Metaponto a Shangai. Ognuno pensa a sé, alla sua clientela (non turistica, sia chiaro) da foraggiare. E alla fine l’Italia, all’estero, come offerta turistica, non esiste. Dal mio modesto osservatorio che da 16 anni verifica e approfondisce le ricadute di leggi approvate e decreti mai emanati che mettono in difficoltà cittadini e imprese, mi permetto di fare un elenco di fatti che mi auguro, a fine 2014, vengano definitivamente risolti.

Punto 1. Ridefinizione del concetto di flessibilità. Chi legifera dentro al palazzo forse non conosce il muro contro cui va a sbattere chi vorrebbe dare lavoro, e chi lo cerca. Un datore di lavoro (che sia impresa o libero professionista) se utilizza un collaboratore per più di 1 mese l’anno, lo deve assumere. Essendo troppo oneroso preferisce cambiare spesso collaboratore.

Il precario, a sua volta, se offre una prestazione che supera i 5000 euro per lo stesso datore di lavoro, non può fare la prestazione occasionale, ma deve aprire la partita Iva, che pur essendo nel regime dei minimi lo costringe comunque al versamento degli acconti; inoltre deve rivolgersi ad un commercialista per la dichiarazione dei redditi, perché la norma è di tre righe, ma per dirti come interpretare quelle tre righe, ci sono delle circolari ministeriali di 30 pagine, che cambiano continuamente.

Il principio di spingere le persone a mettersi in proprio è buono, ma poi le regole vengono rimpinzate di lacci e alla fine la partita Iva diventa poco utilizzabile. Perché non alzare il tetto della “prestazione occasionale” fino a quando il precario non ha definito il proprio percorso professionale? Il mondo del lavoro non è fatto solo da imprese che sfruttano, ma da migliaia di micropossibilità che vengono annientate da una visione che conosce solo la logica del posto fisso. Si dirà: “ma se non metti dei paletti ci troveremo un mondo di precari a cui nessuno versa i contributi”.

Allora cominci lo Stato ad interrompere il blocco delle assunzioni e smetta di esternalizzare! Oggi alle scuole servono 11.000 bidelli che costerebbero 300 milioni l’anno. Lo Stato invece preferisce dare questi 300 milioni ad alcune imprese, che ricavano i loro margini abbassando gli stipendi (600 euro al mese) e di conseguenza i contributi. Che pensione avranno questi bidelli? In compenso lo Stato non ha risparmiato nulla…però obbliga un libero professionista o una piccola impresa ad assumere un collaboratore che gli serve solo qualche mese l’anno. Il risultato è un incremento della piaga che si voleva combattere: il lavoro nero.

Punto 2. Giustizia. Mentre aspettiamo di vedere l’annunciata legge che archivia i reati minori (chi falsifica il biglietto dell’autobus si prenderà una multa senza fare 3 gradi di giudizio), occorrerebbe cancellare i processi agli irreperibili. Oggi chi è beccato a vendere borse false per strada viene denunciato; però l’immigrato spesso non ha fissa dimora, e diventa impossibile notificare gli atti, ma il processo va avanti lo stesso, con l’avvocato d’ufficio, pagato dallo Stato, il quale ha tutto l’interesse a ricorrere in caso di condanna. Una macchina costosissima che riguarda circa il 30% delle sentenze dei tribunali monocratici, per condannare un soggetto che “non c’è”. Se poi un giorno lo trovi, poiché la legge europea prevede il suo diritto a difendersi, si ricomincia da capo.

Perché non fare come fan tutti, ovvero sospendere il processo fino a quando non trovi l’irreperibile? Siamo anche l’unico paese al mondo ad aver introdotto il reato di clandestinità: una volta accertato che tizio è clandestino, anziché imbarcarlo subito su una nave verso il suo paese, prima gli facciamo il processo e poi lo espelliamo. Una presa in giro utile a far credere alla popolazione, che paga il conto, che “noi ce l’abbiamo duro”.

Punto 3. L’autorità che vigila sui mercati e sul risparmio. Dal 15 dicembre, scaduto il mandato del commissario Pezzinga, la Consob è composta da soli due componenti. La nomina del terzo commissario compete al Presidente del Consiglio sentito il Ministro dell’Economia ed avviene con decreto del Presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi ci vorranno un paio di mesi di burocrazia una volta che si sono messi d’accordo sul nome.

Ad oggi l’iter non è ancora stato avviato e l’Autorità non assolve il suo ruolo indipendente proprio quando si deve occupare di dossier strategici per il futuro economico-finanziario del Paese come MPS, Unipol-Fonsai e Telecom. Di fatto Vegas può decidere come vigilare sui mercati finanziari e sul risparmio, direttamente da casa, magari dopo essersi consultato con Tremonti (che lo aveva a suo tempo indicato), visto che il voto del Presidente vale doppio in caso di parità, e i Commissari hanno facoltà di astensione. Perché il Governo non si è posto il problema qualche mese fa, e perché non si è ancora fatto carico di una nomina autorevole, indipendente e in grado di riportare al rispetto delle regole?

Punto 4. Ilva. È alla firma del Capo dello Stato il decreto “terra dei fuochi”, dentro ci hanno messo un articolo che autorizza l’ottantenne Commissario Bondi a farsi dare i circa 2 miliardi dei Riva sequestrati dalla procura di Milano. Ottimo! Peccato che non sia specificato che quei soldi devono essere investiti nella bonifica. Inoltre Bondi è inadempiente, ma il decreto gli da una proroga di altri 3 anni, e se poi non sarà riuscito a risanare, non è prevista nessuna sanzione. Nel frattempo che ne è del diritto non prorogabile della popolazione a non respirare diossina? Ovunque, di fronte ad un disastro ambientale, si sequestra, si bonifica e i responsabili pagano. Per il nostro governo si può morire ancora un po’.

Come contribuente e come cittadina non mi interessa un governo di giovani quarantenni. Pretendo di essere governata da persone competenti e responsabili, che blaterino meno e ci tirino fuori dai guai.

Pretendo che l’età della pensione valga per tutti, che il rinnovo degli incarichi operativi non sia più uno orrendo scambio di poltrone fra la solita compagnia di giro.

Pretendo di essere governata da una classe politica che non insegna ai nostri figli che impegnarsi a dare il meglio è inutile.

 

http://www.lafucina.it/2014/01/02/la-gabanelli-affonda-la-classe-politica/?fb_action_ids=726828950663262&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map=%5B206279112896573%5D&action_type_map=%5B%22og.likes%22%5D&action_ref_map=%5B%5D

oggi il cielo a taranto

 

 

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doverosi i ringraziamenti (in ordine di apparizione): ILVA S.p.A., Famiglia RIVA, ARCHINA’, CAPOGROSSO, tutti i dirigenti ILVA, Il Governo LETTA, il Governo MONTI, il Governo BERLUSCONI, tutti i partiti delle relative maggioranze PD, SEL, PDL, SCELTA CIVICA, LEGA NORD, il Sindaco di Taranto STEFàNO, le sue GIUNTE COMUNALI, le sue maggioranze, il presindente della Provincia FLORIDO, la sua Giunta provinciale e la sua maggioranza, il Presidente della Regione VENDOLA, la sua Giunta Regionale e la sua maggioranza, i SINDACATI UNITARI, i GIORNALISTI ammorbiditi…..

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Inquinare è peccato? Una domanda a papa Francesco

 Madonnina proteggici dall'Acciaio!
Madonnina proteggici dall’Acciaio!
Diritti Riservati

Devo mio malgrado adeguarmi alla moda degli ultimi mesi: quella di scriverle una lettera aperta. Non si preoccupi, non non è mia intenzione parlarle di conversioni o avventurarmi in pericolose disquisizioni teologiche. Per lei ho solo una domanda semplice: “Inquinare è Peccato?”.

Le faccio questa domanda perché, in Italia e nel mondo, assistiamo ad una corsa alla distruzione dell’ambiente, vittima di un sistema economico e industriale che si nutre di risorse naturali e ‘restituisce’ veleni. La salute è ormai diventata, in troppi casi, merce di scambio del benessere mentre la vita rappresenta il prezzo che molte comunità sono costrette a pagare al lavoro e al profitto (di pochi).

Ho stampati in mente due casi drammatici. Il primo è quello della città di Taranto dove le perizie della magistratura parlano – ogni anno – di almeno 300 vite che si spengono a causa dei veleni. Si tratta di una terra dove una mamma che allatta il proprio bambino, spesso, trasferisce, insieme al latte, la diossina. L’altro è la “Terra dei Fuochi”, una larga parte di territorio campano che la camorra, imprenditori senza scrupoli e politici corrotti hanno rintuzzato di rifiuti tossici, radioattivi e schifezze varie. Lo hanno fatto a tal punto che un pentito, Carmine Schiavone, dice: “Tra vent’anni saranno tutti morti”. (Sono passati sedici anni da quella terribile profezia senza che nessuno abbia mosso un dito).

Potrei continuare a lungo parlandole dell’Eternit o delle città che sono soffocate dallo smog. Delle navi dei veleni affondate, a tradimento, nei mari di tutto il mondo oppure delle tragedie immani che l’umanità ha procurato a se stessa con i disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima.

Nelle mie parole non c’è polemica: ho solo bisogno di capire, di sapere se chi avvelena l’aria, l’acqua, la terra, il cibo, chi demolisce il futuro dei bambini di oggi e ruba loro la speranza nel domani ha più o meno diritto di un divorziato di accedere all’eucarestia. Chi fa tutto questo, distruggendo il “creato” e la vita, dovrà, almeno, renderne conto a Dio? Le chiedo questo perché, purtroppo, quasi mai queste persone ne rendono conto agli uomini; di certo non come dovrebbero in base alle sofferenze di cui, con i loro comportamenti, sono stati causa. Pensi, in Italia, i crimini contro l’ambiente non sono nemmeno reati da Codice penale.

La sua elezione, Santità, ha rianimato i cuori di tante persone nel mondo e aperto una breccia in quelli di chi – come me – deve quotidianamente confrontarsi con i propri dubbi.

È per questo che più che una risposta Le chiedo una speranza per tutte quelle persone a cui l’inquinamento ha rubato la vita, la salute, la gioia. Una speranza per tutte quelle persone che, non per la propria volontà sono oggi “apolidi” del futuro.

 

 http://www.huffingtonpost.it/antonio-barone/inquinare-e-peccato-una-domanda-a-papa-francesco_b_4239847.html?utm_hp_ref=fb&src=sp&comm_ref=false 

05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..

05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..
05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..
05/11/2013 ore 23.30 ecocompatibilità a manetta..

«Gestione rifiuti all’Ilva mancano le fideiussioni»

Giustizia penale e giustizia amministrativa seguono percorsi paralleli, quasi mai destinati a intrecciarsi perché la prima persegue i reati e la seconda invece valuta la legittimità di atti varati dalla pubblica amministrazione. Nel caso Ilva, però, non solo giudizi e valutazioni espressi dal Tar di Lecce, adito spesso, volentieri e con successo dall’amministrativista del gruppo Riva Franco Perli (ora indagato per associazione a delinquere finalizzata ad una pluralità di gravi reati) e dalla Procura di Taranto hanno spesso rappresentato duemodi diametralmente opposti di valutare l’offensività delle emissioni del siderurgico e dunque dei provvedimenti presi dai vari enti per farvi fronte ma ora, con la lettura dall’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato a 53 indagati, spunta una vicenda davvero eclatante per interessi in gioco e decisioni di segno opposto. Si tratta del capo di imputazione che vede indagati il patron dell’Ilva Emilio Riva, i figli Fabio e Nicola, gli ex direttori della fabbrica Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, i fiduciari Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino, Giuseppe Casartelli, Cesare Corti; i capi reparto e capi area Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, il presidente Bruno Ferrante e l’ex responsabile delle relazioni esterne Girolamo Archinà per violazione del decreto legislativo 152/2006 e del decreto legislativo 36/2003. I diciotto indagati, secondo l’accusa, avrebbero omesso di presentare le necessarie garanzie finanziarie relative agli impianti di stoccaggio, smaltimento e recupero dei rifiuti ubicati nell’Ilva, esercitando, di fatto, attività di gestione rifiuti non autorizzata; avrebbero effettuato attività di smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in discariche non autorizzate in considerazione della mancata presentazione delle predette garanzie finanziarie; avrebbero effettuato attività di recupero di rifiuti non autorizzate ed attività di gestione di sottoprodotti in assenza dei requisiti di legge, trasferendo i rifiuti di stabilimento nelle discariche non autorizzate. Ad aprile, il Tar di Lecce ha però accolto la richiesta di sospensiva presentata dall’avvocato del gruppo Riva Franco Perli e sospeso gli effetti della diffida firmata il 2 novembre 2012 dal dirigente del settore Ambiente della Provincia di Taranto Raffaele Borgia, che non aveva accolto le garanzie finanziarie presentate dall’Ilva. Per evitare che i gestori di impianti per i rifiuti abbandonino il sito una volta esaurito, evitando così di adottare le cautele previste per prevenire l’inquinamento della falda e dei terreni circostanti, in sede autorizzativa la legge prevede la richiesta di adeguate garanzie finanziarie.

Gli impianti per i rifiuti dell’Ilva sono stati autorizzati dalla Provincia tra il 2005 e il 2008, ma soltanto mercoledì scorso hanno avuto il via libera definitivo dal Parlamento, con un provvedimento che ha di fatto aggirato l’Autorizzazione integrata ambientale perché l’Aia del 4 agosto del 2011 fece uno stralcio del settore rifiuti e quella riesaminata nell’ottobre del 2012 dal ministro Clini non riuscì a comprendere il delicato settore. Per la sola attività di messa in riserva dei rottami ferrosi per la produzione di materia prima secondaria per l’industria metallurgica, l’importo delle garanzie richieste dalla Provincia ammonta a ben 231 milioni di euroma l’Ilva il 4 settembre del 2012 con fideiussione rilasciata da Banca Intesa, ha presentato un documento che garantisce per appena 346.500 euro.
Differenze sostanziali anche sul fronte dell’attività di recupero dei rottami ferrosi, con una fideiussione di appena 300mila euro – sempre con Banca Intesa – a fronte di una richiesta pari a 20 milioni di euro. Stando a quanto risulta dagli atti depositati dalla Procura, l’Ilva ha più volte cercato di ammorbidire la Provincia.

Sentito dai finanzieri quale persona informata sui fatti, l’avvocato Cesare Semeraro, responsabile degli affari legali dell’ente, spiegò quanto accadde nel luglio del 2012, pochi giorni prima del sequestro dell’acciaieria e degli arresti. «Il presidente Florido – ha raccontato Semeraro – mi disse di essere stato contattato dal dott. Ferrante, presidente dell’Ilva, il quale aveva palesato le proprie doglianze, in relazione alla richiesta di garanzie finanziarie che io ed il funzionario Franco Di Michele avevamo illustrato ai rappresentanti dell’Ilva. Florido mi chiese in che modo sarebbe stato possibile eventualmente sistemare la questione ed io risposi che le garanzie si potevano adeguare “pro-quota” solo in caso di rinuncia parziale all’autorizzazione all’uso di una discarica».

Il Tar di Lecce, invece, ha sospeso gli effetti dell’ordinanza emessa dalla Provincia, interpretando in maniera favorevole all’azienda una certificazione di qualità risalente che consente all’azienda di ridurre del 40% l’importo delle garanzie finanziarie. Tale certificazione è stata rilasciata da un istituto (l’Igq) che solo il 27 luglio del 2012 è stato accreditato a valutare anche le aziende che si occupano di recupero e riciclo di rifiuti metallici, ma secondo il Tar (presidente Antonio Cavallari, estensore Giuseppe Esposito, referendario Roberto Michele Palmieri) tale circostanza, che pure poteva oggettivamente costituire elemento di valutazione negativa con il regime di sostanziale prorogatio di cui da anni l’Ilva gode sul fronte discariche e rifiuti, non è rilevante a fronte delle conseguenze negative che l’azienda poteva subire in caso di esecuzione del provvedimento emesso dalla Provincia.

Ora, però, la Procura, formulando uno specifico capo di imputazione, sostiene che tutta l’attività di gestione dei rifiuti all’interno del siderurgico è illegale perché svolta tramite lo smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi in discariche non autorizzate in considerazione della mancata presentazione delle garanzie finanziarie, una illegalità- illegittimità che, dunque, resta tutta da sanare, considerato che il Governo ha autorizzato le discariche dell’Ilva ma certo non ha risolto la grana fideiussioni, né tantomeno dato all’Ilva l’autorizzazione alla gestione dei rifiuti.

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/gestione-rifiuti-all-ilva-mancano-le-fideiussioni-no666642