Palle eoliche

La California d’Italia ospita il più alto numero d’impianti presenti sul territorio nazionale. Qual è l’idea di ambiente del governatore Nichi Vendola?

La Puglia del “sinistro-ecologista-libertario” Nichi Vendola ospita il più gran numero di pale eoliche presenti sul territorio italiano. Alla fine del 2012 se ne contavano più di 1985. In un solo anno ne sono spuntate ben 592. In un comune del foggiano – Sant’Agata – gli impianti ammontano a 111: uno ogni 19 abitanti. Non bisogna essere Vittorio Sgarbi (nota la sua battaglia contro il progressivo imbarbarimento del territorio) per capire che siamo di fronte ad una mostruosità paesaggistica oltre che ambientale senza precedenti. La California d’Italia, come ebbe a definirla in un divertente libro di qualche anno fa Franco Tatò, le pale eoliche le ha fatte installare persino in mare. C’è un’ecologia dello sguardo, una sensibilità verso il bello, un’ideologia dell’armonia che il governatore pugliese ha sepolto sotto il peso di politiche ambientali errate e penalizzanti. Ci siamo innamorati – in ritardo e in malo modo, come sempre – delle energie rinnovabili e abbiamo confuso il progresso con lo sviluppo. L’ambientalismo è una cosa seria. Molto del nostro futuro, e del mondo che abiteremo, dipenderà dalla giusta declinazione di questo sostantivo. Spiace che la sinistra pugliese non l’abbia capito.

 

In due sbugiardano Vendola

Ilva, pressione sui controlli: In due sbugiardano Vendola

vendola

Non ho mai ricevuto da Vendola nessuna pressione e nessuna intimidazione”. È la mattina del 28 novembre 2012 quando Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa Puglia, entra nella caserma della Guardia di finanza di Taranto. I finanzieri – che indagano da due anni sull’inqui – namento dell’Ilva – hanno raccolto una mole d’intercettazio – ni che li ha ormai persuasi: Nichi Vendola, in concorso con i vertici dell’Ilva, ha fatto pressioni su Assennato per “ammorbi – dirlo”. In quelle ore, per il governatore pugliese, è sempre più vicina l’accusa di concussione, ma Assennato nega: nessuna pressione. Neanche il 15 luglio 2010 quando, secondo l’accusa, fu tenuto fuori dalla porta, mentre Vendola discuteva con i Riva, e fu costretto ad aspettare per ore. Eppure un testimone di quella giornata racconta di aver incontrato Assennato con lo “sguardo rassegnato” e “la testa bassa”. Per ricostruire la vicenda, però, è necessario fare un passo indietro. La guerra contro Assennato Nell’estate 2010, l’Arpa rileva i dati del Benzo(a)pirene emessi nel rione Tamburi di Taranto: superano il limite previsto e l’Agenzia scrive una relazione durissima: chiede a Ilva di adeguare la produzione alle condizioni meteorologiche perché l’inquinamento, quando il rione è sottovento, cresce in maniera preoccupante. I Riva temono di dover diminuire la produzione. La guerra di Ilva contro il direttore generale dell’Arpa diventa furiosa. C’è posta per Nichi Archinà, il braccio destro dei Riva, lavora ai fianchi di Assennato. Si lamenta con Vendola degli scienziati che hanno redatto lo studio, Massimo Blonda e Roberto Giua, iniziando a ottenere qualche risultato. È lo stesso Assennato a chiamare Archinà, ai primi di giugno, per lamentarsi di essere stato “delegittimato”. La ragnatela di Archinà diventa di ora in ora più fitta. Il 22 giugno scrive a Fabio Riva. Sostiene che Assennato è stato sconfessato e descrive la posizione di Vendola: “Per nessun impianto Ilva si deve ipotizzare una sia pur minima restrizione”. E soprattutto: spiega che ha un accordo con il governatore. La lettera, che Ilva sta scrivendo ad Arpa, deve essere inviata, per conoscenza, anche a Vendola che “al ritorno dalla Cina affronterà direttamente la questione”. Ed effettivamente, tornato dalla Cina, Vendola chiamerà Archinà per ricordargli: “Non mi sono defilato”. Questione d’immagine Nelle stesse ore Archinà confida ai suoi: “Vendola è molto arrabbiato perché gli fanno fare brutta figura con l’opinione pubblica”. E in effetti, per il segretario di Sel, ormai lanciato in una dimensione nazionale, ammettere che l’inquina – mento in Puglia sta aumentando, può rappresentare una potente caduta d’immagine. E ora torniamo alle risposte di Assennato agli investigatori. La riunione del 15 luglio Gli inquirenti mostrano al direttore generale dell’Arpa un’internacettazione: Archinà racconta come andò, il 15 luglio 2010, la riunione tra Vendola e i Riva. “Tieni presente che già psicologicamente, ieri, è avvenuto questo: Assennato è stato fatto venire al terzo piano però è stato fatto aspettare fuori… come segnale forte…”. Assennato risponde di non ricordare “nulla, salvo che vi fu una riunione, nella quale ci fu un’anomala attesa da parte mia… non credo di aver partecipato… ma posso escludere qualsiasi pressione”. La lunga serie di “non ricordo” costa ad Assennato l’accusa di favoreggiamento personale nei confronti di Vendola: con le sue risposte, secondo l’accusa, l’ha aiutato a eludere l’imputazione di concussione. Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare due dettagli che arricchiscono il contesto di quelle ore. Le parole di Archinà, su quella riunione del 15 luglio, raccontano qualcosa in più: “Assennato è stato fatto venire al terzo piano, però è stato fatto aspettare fuori, come segnale forte… cosa che poi lui ha fatto trapelare sul Corriere del Giorno…”. Cos’è trapelato sul quotidiano locale? E soprattutto: chi l’ha fatto trapelare? “Testa bassa – scrive il cronista Michele Tursi – sguardo rassegnato. Quello che le veline non dicono riguarda il professor Giorgio Assennato”. Quel giorno in Regione si tiene la conferenza stampa per il “monitoraggio diagnostico” dell’Ilva. “Strana conferenza stampa convocata, poi revocata e poi di nuovo convocata”, racconta Tursi. “Strana – continua – l’assenza di Assennato nell’incontro con i giornalisti. Strano che fosse stato avvisato all’ultimo momento con un sms e poi lasciato fuori dalla porta…”. Il Fatto ha rintracciato il cronista che racconta: “Quella mattina, effettivamente, parlai con Assennato e non era sereno”. Agli inquirenti Assennato racconta di essere andato via, dopo la riunione tra Vendola e Riva, alla quale non partecipò, mentre il Corriere del Giorno racconta che era ancora in Regione, “rasse – gnato” e “con la testa bassa”. Secondo gli inquirenti, le pressioni di Vendola su Assennato, facevano leva sulla riconferma del suo incarico, che scadeva nel marzo 2011. Clima infuocato E proprio a ridosso di quella data avviene un altro episodio che il Fatto è in grado di ricostruire. Un episodio che non integra alcuna ipotesi di reato ma spiega il clima di quei mesi. “Arpa – racconta una fonte che preferisce mantenere l’anonimato – aveva ultimato le rilevazioni su diossina e benzo( a)pirene, quelle relative al 2010, e Assennato era pronto a diffondere i dati con un comunicato stampa: le emissioni erano ulteriormente cresciute. Vendola, quando apprese che Arpa stava per inviare il comunicato stampa, convocò una riunione informale, alla presenza degli assessori Nicastro, Fratoianni, Amati, Pelillo, Capone, più il responsabile della comunicazione, Eugenio Iorio. Vendola era allarmatissimo: telefonò ad Assennato, davanti a tutti, per ricordargli che non poteva diffondere quei dati senza confrontarsi con la Regione. Non intendeva manipolare nulla. Sia chiaro. Ma redarguì Assennato, con durezza, per dirgli che quel tipo di comunicazione andava assolutamente concordata”. Una richiesta legittima, certo, poiché l’Arpa è un ente regionale. Una richiesta che racconta in quale clima, però, è stato vissuto, da Vendola, il monitoraggio dell’inquinamento targato Ilva.