Ilva sfida Bruxelles

La nuova legge Ilva/Terra dei fuochi
15 febbraio 2014 – Antonia Battaglia

ilva di taranto

La legge n.6 del 6 febbraio 2014, cosiddetta “legge ILVA/Terra dei Fuochi”, approvata in Senato qualche giorno fa, é una norma che fa storia nella giurisprudenza italiana ed europea perché rappresenta un attacco al bilanciamento dei poteri sancito dalla Costituzione ed una contrapposizione netta al diritto comunitario europeo. 

I risvolti di questa recente sanatoria sono molteplici, con importanti conseguenze a livello nazionale ed europeo, che vanno ben al di là della realtà locale di Taranto.

Il primo punto che desta preoccupazione riguarda la flagrante violazione della direttiva europea IPPC (Riduzione e Prevenzione Integrate dell’Inquinamento) e la sua applicazione nel diritto italiano perché, se la direttiva obbliga il governo alla messa a norma degli impianti inquinanti di Taranto attraverso il rispetto dell’AIA (autorizzazione intergrata ambientale), tuttavia con la legge n. 6 si autorizza l’ILVA a non attuare il 20% delle prescrizioni dell’AIA stessa e quindi della direttiva IPPC.

Il comma d dell’articolo 7 sancisce, infatti, che gli stabilimenti di Taranto potranno continuare a produrre anche solo avendo avviato l’adozione dell’80% del numero complessivo delle prescrizioni. In quel 20% di prescrizioni esentate a priori, l’ILVA ed il governo – che controlla e dirige ILVA attaverso la struttura di commissariamento- potranno includervi prescrizioni importanti quali la copertura del parco minerali o la riduzione delle emissioni non controllate della cokeria, che hanno degli effetti potenzialmente molto pericolosi sulla salute della popolazione, dimostrati negli studi scientifici e nelle perizie del Tribunale di Taranto.

Il governo ha deciso quindi di porsi al di là del rispetto della legge e della direttiva europea IPPC e di andare anche contro la sentenza della Corte Costituzionale di maggio scorso (n.85/20) che, nel sancire la persistenza del vincolo cautelare sulle aree ed impianti dello stabilimento ILVA posto sotto sequestro il 25 luglio 2012, ha riaffermato che “l’attività produttiva è ritenuta lecita alle condizioni previste dall’AIA riesaminata. … la cui inosservanza deve ritenersi illecita e quindi perseguibile ai sensi delle leggi vigenti”.

La produzione dell’ILVA sarebbe dovuta quindi avvenire nel rispetto strettissimo dell’AIA, che ha il valore di costante condizionamento della prosecuzione dell’attività produttiva alla puntuale osservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzativo. La deviazione da tale percorso di adeguamento, deve ritenersi illecita e quindi perseguibile ai sensi delle leggi vigenti. E qui la nuova legge n.6 ribalta di nuovo le regole e pone la struttura del Commissariamento al di là di ogni possibilità di perseguibilità penale in relazione alla non applicazione di misure previste dall’AIA: siamo all’articolo 7 comma 9-bis.

Il grave sbilanciamento nella tutela dei diritti in gioco risulta nuovamente evidente nel momento in cui l’ILVA dichiara di non poter mettere in atto l’AIA a causa di mancanza di fondi, questione che avrebbe dovuto costituire preciso compito della dirigenza ILVA e del governo italiano nel momento in cui venivano adottate le legge finalizzate a garantire allo stabilimento la piena attività.

Svuotata l’AIA di ogni sua importante prescrizione, relegata in un angolo la direttiva europea IPPC, protetta l’ILVA, garantita la struttura di commissariamento da ogni pericolo penale, assicurato lo status quo della produzione, la legge n.6 si concentra sulla questione della proprietà e delle garanzie che il governo italiano ancora una volta pone in essere a beneficio della famiglia Riva.

Perché l’Articolo 7 comma g sancisce la possibilità da parte del commissario ILVA di disporre delle somme poste sotto sequestro dalla magistratura italiana, nei diversi procedimenti penali in corso contro membri della famiglia Riva, anche in relazione a procedimenti penali diversi da quelli per reati ambientali, sempre- secondo la legge- ai fini dell’attuazione di un piano industriale che non esiste ancora.

Emilio Riva, Nicola Riva e Fabio Riva oltre ad essere indagati dal Tribunale di Taranto per “delitti contro la pubblica incolumità nonchè delitti contro Ia pubblica amministrazione e la fede pubblica, quali fatti di corruzione e di concussione, falsi e abuso d’ufficio”, sono anche indagati dal Tribunale di Milano per frode, truffa aggravata ai danni dello Stato.
Il 22 maggio 2013 il Tribunale di Milano aveva posto sotto sequestro 1,2 miliardi di euro, in merito ad un’indagine su una maxi-evasione fiscale per indebita sottrazione di risorse finanziarie dalle casse dell’azienda.

Il 24 maggio 2013 il Gip di Taranto firmava altresi’ il decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro, la stima formulata dai custodi giudiziari del costo totale degli interventi necessari alla messa a norma degli impianti dell’area a caldo. La nuova legge stabilisce che quei fondi posti sotto sequestro dalla magistratura italiana possono tornare nella mani del Commissario ILVA. Ricordiamo pero’ che dal 4 giugno 2016 l’ILVA tornerà nelle mani della proprietà – secondo la legge 3 Agosto 2013 n.61, che stabilisce il Commissariamento per un periodo di massimo 36 mesi- e quindi i beni della famglia Riva saranno di nuovo al sicuro nelle casse di ILVA S.P.A.

La nuova legge sancisce anche che « quei fondi che non sono utilizzati devono poi tornare nelle mani del sequestro», ma una volta impegnate le somme nell’avvio del progetto di un’opera qualsiasi, da realizzarsi in tempi non meglio specificati, de facto le somme impegnate non potranno tornare sotto sequestro.
Nell’attesa della messa a norma dello stabilimento, dell’avvio dei lavori delle prescrizioni AIA, nell’attesa del piano ambientale, del piano industriale, Taranto viene offesa nuovamente con una proposta inutile quanto macabra da parte del governo: lo screening gratuito delle malattie.

Mentre all’ospedale oncologico Moscati di Taranto, che dovrebbe presidiare tutte le attività oncologiche della città e della provincia, la mancanza di risorse é arrivata al punto tale da indurre la sospensione del trasporto degli ammalati dalla città all’ospedale.

http://www.peacelink.it/ecologia/a/39777.html

Forti con i deboli

Sequestrate cinque tonnellate di cozze coltivate in una zona interdetta alla pesca nel Mar Piccolo a Taranto. L’area è considerata a rischio sanitario per la presenza di diossina e Pcb oltre i limiti di legge. I mitili sono stati prelevati dai militari della Capitaneria di Porto coadiuvati dalla Polizia di Stato, dalla Polizia municipale e dalla Guardia di Finanza. Non sono mancati momenti di tensioni e proteste da parte di alcuni pescatori. “Questi sgomberi- hanno affermato – avvengono sempre nei confronti dei più deboli. La diossina non l’abbiamo causata noi, ma non sentiamo mai di sequestri fatti allo stabilimento”. Il prodotto è stato caricato su autocompattatori dell’Amiu per essere in seguito distrutto. “A Taranto oggi sono state distrutte, giustamente, tonnellate di cozze coltivate nel seno del Mar Piccolo perché contaminate dalla diossina e da pcb. Tra allevatori, coltivatori, mitilicoltori e maricoltori sono migliaia i posti di lavoro persi a Taranto a causa dell’inquinamento. – ha commentato il leader dei Verdi, Angelo Bonelli- Nessuna istituzione o sindacato difende questi lavoratori che dovrebbero avere gli stessi diritti di altri lavoratori. Ma così non è. Ecco perché a Taranto la costituzione italiana non è applicata e i sindacati troppo impegnati a parlare con i vertici della grande industria hanno dimenticato questi lavoratori che non dovrebbero essere ultimi a nessuno”. “Per loro – ha concluso- nessun decreto legge per loro solo disoccupazione e i sindacati tacciono”

Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva

Il sindacato Usb attacca: “Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva. Il decreto legge non stanzia risorse. E in fabbrica è sempre più emergenza sicurezza”

“Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo dice chiaramente nelle premesse del decreto”. E’ quanto afferma l’Usb, l’Unione sindacale di base, a proposito dell’Ilva di Taranto. Riferendosi al decreto 136 nei giorni scorsi convertito in legge, l’Usb – terzo sindacato per rappresentanza nello stabilimento siderurgico afferma che “Il decreto dà la possibilità al commissario di mettere mano ai fondi sequestrati a Milano dai finanzieri, circa 1 miliardo e 900 milioni. Infatti – dice l’Usb – si stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà chiedere le somme sottoposte a sequestro penale. Somme da utilizzare per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’ eventuale condanna definitiva”. “È ormai chiaro – evidenzia l’Usb – che il Piano industriale è pronto da mesi, ma, come abbiamo sempre sostenuto, non c’era la copertura finanziaria. Ai ritardi Aia – rileva ancora l’Unione sindacale di base – si sommano le disastrose situazioni su alcuni impianti dovuti alla mancanza ormai cronica di manutenzioni ordinarie, pezzi di ricambio e tutto quello che serve a poter lavorare in condizioni di sicurezza. Alla fine, per ripristinare i grossi problemi impiantistici, non legati alla questione Aia probabilmente serviranno diversi centinaia di milioni di euro o addirittura qualche miliardo”.

http://cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5591-no-tengo-dinero.html

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”
In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla seconda massiva operazione di mistificazione della realtà. Ancora una volta , con mezzi ben più sofisticati e subdoli rispetto a 60 anni fa, si persuade l’intera popolazione tarantina che la grande industria sia l’unica possibilità per una immediata svolta epocale.. Servendosi di ogni mezzo di comunicazione, sciorinando cifre iperboliche, si proclamano e sbandierano vittorie per battaglie mai cominciate e delle quali ben altri sono i protagonisti. Si sfrutta il mandato di rappresentanza della propria città soltanto per ridicolizzare agli occhi di un intero Parlamento il ruolo dei veri autori dell’attenzione di cui in questo momento , anche se con deludenti risultati, è oggetto il nostro territorio. Hanno persino ripreso fiato personaggi, che farebbero bene a tacere almeno fino a quando sarà dissipato ogni minimo dubbio sulla loro (usando un eufemismo) accondiscendenza nei confronti dell’ILVA. Est modus in rebus, dicevano i nostri avi, ma da tempo i nostri eroi hanno abbandonato stile e misura nelle loro esternazioni. Noi per primi vorremmo credere a questi proclami ma la realtà è ben diversa. L’’ambientalizzazione con i soldi della famiglia Riva è una chimera sia per la sua già sin da ora dichiarata insostenibilità economica e finanziaria sia per ragioni di mercato attualmente e, probabilmente nel prossimo futuro , in fase negativa.
Allora perché chiamarci uccelli di malaugurio se esprimiamo dei ragionevoli dubbi sulla solvibilità della famiglia Riva e sull’utilità di risanare un impianto non competitivo in quanto vecchio ed obsoleto e chiediamo invece alternative di sviluppo economico? Perché chiamarci Cassandre se reclamiamo infrastrutture e collegamenti per far sì che anche Taranto goda degli effetti del trend positivo di cui tutta la Puglia sta beneficiando? Dov’è il nostro cinismo se intravvediamo nella promozione culturale di questo territorio dal glorioso passato e nella salvaguardia del nostro mar Piccolo e delle millenarie attività ad esso connesse l’unica vera via per uscire da questo degrado e da questa crisi?Siamo disfattisti se pensiamo che il progetto Tempa Rossa o il parco eolico nel Mar Grande peggioreranno una situazione ambientale già altamente compromessa? Le spariamo grosse se pretendiamo un risarcimento per i mitilicoltori,allevatori di bestiame, agricoltori che hanno perso il proprio lavoro e con esso la propria dignità? E ancora più grosse le spariamo se studi dell’Istituto Superiore della Sanità evidenziano un eccesso di mortalità a Taranto e per questo ci interroghiamo sulla effettiva utilità di ulteriori screening sanitari?
Noi del Movimento Civico “TARANTO RESPIRA” chiediamo allora ai politici tarantini di usare il loro tempo e il loro ruolo come rappresentanti di tutto il territorio ,abbandonando supponenza e arroganza , perché la nostra città ha urgentemente bisogno di una politica basata su proposte concrete ed economicamente utili, non certo di campagne mediatiche , studiate a tavolino e dal forte sapore preelettorale.
Vittoria Orlando
Movimento civico “Taranto Respira”

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

 

 
Centosettantaquattro morti «riconducibili» alle emissioni dell’acciaieria Ilva di Taranto. Sono questi i numeri forniti nelle perizie che hanno portato il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto al sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria più grande d’Europa. I tre consulenti, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, che hanno realizzato le perizie scientifiche, scrivono: «L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte».

La concentrazione delle sostanze tossiche è maggiore nei quartieri Tamburi e Borgo, quelli più vicini alle ciminiere, dove la  mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. Nell’area di Taranto, è scritto nel decreto di sequestro, «si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio». E nel caso dei tumori polmonari «si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico». La categoria maggiormente a rischio sarebbe quella «rappresentata dai bambini». Le sostanze inquinanti causano, secondo quanto scritto nelle perizie, «effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza».

Ma quali sono i veleni di Taranto? Eccoli, uno per uno.

Metalli pesanti
Come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto, nell’aria della città pugliese è stata rilevata la presenza di «composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro e ossidi di ferro (materia prima essenziale nei processi siderurgici)», oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico. La presenza dei metalli si rileva soprattutto nelle aree adiacenti il parco minerale, dove sono state individuate anche tracce di piombo, vanadio, nichel e cromo. La composizione di questi metalli, scrivono i magistrati, si può riscontrare «nelle varie frazioni granulometriche, dalla più grossolana (imbrattante) a quella più fine (nociva)». Si tratta sia di metalli dispersi nell’aria, sia depositati sulle pareti dei palazzi dei quartieri Tamburo o Borgo e sull’asfalto.

Tra i metalli di cui sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia, ci sono molibdeno, nichel, piombo, rame, selenio, vanadio, zinco e platino. Tutti elementi che «possono innescare infiammazioni, effetti cardiovascolari, renali» e che «causano danni al Dna e alterano la permeabilità cellulare inducendo la produzione di specie reattive dell’ossigeno nei tessuti». Con l’esposizione ai metalli pesanti sono state messe in relazione anche malattie neurologiche e renali. In particolare, il manganese è stato associato alle malattie neurologiche, mentre cadmio, piombo e cromo alle patologie renali.

Secondo uno studio presentato a Oxford, sarebbe stata certificata anche «la presenza di piombo nelle urine dei tarantini». Su 141 soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne), il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non esposta, in un intervallo che va da 0,5 a 3,5 microgrammi per litro.

Le polveri contenenti i metalli sono risultate superiori di 25,1 volte al valore minimo(1mg/Nm3) e 1,7 volte al valore massimo (15 mg/ Nm3). Ecco i metalli per i quali sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia di rilevabilità strumentale:

PM10 e PM2,5 (Particulate Matter o materia particolata)
La materia particolata è una miscela di elementi metallici e composti chimici organici e inorganici dotati di differente tossicità per l’uomo. Il 10 o il 2,5 dopo l’acronimo Pm identificano il diametro delle particelle, 10 o 2,5 millesimi di millimetro. Nelle perizie la materia particola viene definita come «inquinante tossico di per sé». L’effetto dannoso dipende dalla composizione del Pm. La soglia massima prevista è di 20 millesimi di grammo di Pm10 per metro cubo. Ma, come scritto nelle perizie, attorno alla scuola elementare Grazia Deledda, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Ilva, i livelli di Pm10 superano anche «la soglia di 50 millesimi di grammo per metro cubo».

La nocività delle polveri sottili dipende dalle dimensioni delle particelle e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Le particelle più grosse vengono filtrate dal naso e dalle prime vie respiratorie, mentre le particelle più piccole possono raggiungere i bronchioli terminali e gli alveoli. Depositandosi quindi nei polmoni.

Nella sola area attorno alla cokeria, l’emissione delle polveri registrata sarebbe di 267 grammi per ogni tonnellata di coke, superiore di 17 volte rispetto al valore minimo (15,7 grammi per tonnellata di coke). Ma le concentrazioni nmon sarebbero rilevanti di per sé. È la presenza della materia particolata a causare danni. I risultati dell’analisi mostrano infatti che «per ogni incremento di 10 μg/m3 del Pm10 si osserva un aumento della mortalità pari allo 0.6% e le stime sono simili o più elevate per la mortalità cardiovascolare e respiratoria».

Nelle perizie viene documentato infatti un «aumentato rischio di morte per cause cardiovascolari e respiratorie e per cancro polmonare parallelo all’esposizione nel corso della vita alla componente particolata dell’inquinamento atmosferico». A essere colpiti sono soprattutto i bambini, esposti all’«insorgenza di asma e allergie». Altri studi suggeriscono anche che «l’esposizione al particolato, specie quello ultrafine, può avere un impatto sul cervello e può portare al deterioramento cognitivo e demenza di Alzheimer».

Tra le altre conseguenze, ci sono sia effetti acuti che cronici. Tra i primi, l’aggravamento dei sintomi respiratori e cardiaci in soggetti malati, le infezioni respiratorie acute, crisi di asma bronchiale, disturbi circolatori e ischemici, fino alla morte. Gli effetti cronici sono di tipo respiratorio e cardiovascolare e si presentano come conseguenza di una esposizione di lungo periodo e comprendono sintomi respiratori cronici quali tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, aumento della patologia cardiocircolatoria con aumento della pressione arteriosa, aumento nella frequenza di malattie ischemiche (esempio, angina pectoris) e cerebrovascolari (esempio, attacco ischemico transitorio) con la comparsa di vari eventi acuti coronarici (infarto del miocardio, angina instabile) e cerebrovascolari (ictus).

Il numero di decessi e malattie riconducibili all’eccessiva presenza di Pm10 è elevato: «Per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per
anno). L’esposizione a Pm10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali».

 

Gas (NO2, SO2)
Attraverso le “torce” dell’acciaieria, si legge nelle perizie, l’impianto avrebbe smaltito «abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi». Le sostanze inquinanti aerodisperse con un impatto negativo «rilevante» sulla salute dell’uomo, e in modo specifico sull’apparato respiratorio raggiunto per via inalatoria, sono gli ossidi di zolfo, in particolare SO2, e gli ossidi di azoto, in particolare NO2. A questi si aggiungono l’ossido di carbonio, gli idrocarburi aromatici policiclici e il particolare totale sospeso.

L’esposizione al diossido di azoto, NO2, nell’area di residenza è associata a sintomi di bronchite anche negli adulti. Il composto è un forte irritante delle vie polmonari: provoca tosse acuta, dolori al torace, convulsione e insufficienza respiratoria. I danni ai polmoni si possono manifestare anche molti mesi dopo l’esposizione. Il diossido di zolfo, SO2, o anidride solforosa, è un gas irritante per gli occhi e per il tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare e una prolungata esposizione può portare anche alla morte.

Ecco le percentuali rilevate a Taranto: 

 

Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)
Sono un gruppo di composti chimici simili per struttura, formati da più anelli aromatici condensati in una struttura piana. Tra i più tossici: antracene, acenaftene, benzo(a)pirene, benzo(j)fluorantene, fenantrene, crisene. Vengono prodotti dai processi di combustione di sostanze organiche quali carbone, petrolio e suoi derivati, inceneritore di rifiuti e impianti industriali. Possono essere presenti nell’aria in fase gassosa ma possono anche aderire al particolato atmosferico e venire trasportati dalle correnti d’aria anche a grandi distanze e veicolati in casa da abiti e scarpe. Vengono assorbiti per via inalatoria sia in fase gassosa sia come particolato ma anche attraverso la pelle. Dopo l’assorbimento vengono rapidamente distribuiti a livello epatico, intestinale, polmonare e nel tessuto adiposo e mammario nonché a livello surrenalico e delle gonadi. Sono in grado di oltrepassare la placenta in seguito a esposizione inalatoria, cutanea e orale.

L’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici può causare il cancro alla pelle e al polmone. Il benzo(a)pirene, in particolare, risulta tra i cancerogeni certi, classificato come «cancerogeno per l’uomo» mentre gli altri Ipa sono considerati possibili cancerogeni. Queste sostanze possono interferire con il sistema immunitario, causare un aumento di asma e rinite allergica.

 

 

Benzene
È un idrocarburo aromatico monociclico a sei atomi di carbonio. Si genera da processi di combustione incompleta di composti ricchi di carbonio. Questi processi possono essere naturali o causati dall’uomo (produzione di carbon coke nell’industria dell’acciaio, processi di distillazione del petrolio e del carbon fossile). L’assorbimento del benzene avviene quasi esclusivamente attraverso le vie respiratorie e gli effetti sull’organismo umano variano a seconda della quantità e del tempo di esposizione: brevi esposizioni di 5-10 minuti a livelli molto alti di benzene nell’aria (10000-20000 ppm) possono condurre alla morte; livelli di concentrazione più bassi (700-3000 ppm) invece causano giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori, confusione e perdita di coscienza. Il benzene inoltre causa irritazione di pelle e mucose (oculare e respiratoria in particolare). Gli effetti tossici sono dovuti a esposizioni croniche, ambientali o professionali per tempi molto lunghi e a basse concentrazioni.

Il benzene rientra tra le sostanza cancerogene certe, grazie a evidenze scientifiche che ne dimostrano l’associazione, in seguito a esposizione professionale, con leucemie acute non linfoidi, e in particolare leucemia mieloide acuta (alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è, infatti, riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia). Sono in corso di accertamento numerose associazioni con altri tipi di tumori. L’effetto cancerogeno è dovuto alla sua capacità di inserirsi all’interno della catena del Dna, modificandone la struttura e di conseguenza i “comandi” cellulari, come la sintesi di proteine e la riproduzione cellulare incontrollata.

 

Diossine

Sono una classe di composti organici eterociclici. Comprendono un gruppo di 210 composti aromatici clorurati classificabili in due grandi famiglie: le PoliCloroDibenzoDiossine (Pcdd) e i PoliCloroDibenzoFurani (Pcdf), che hanno struttura chimica, azione biologica e proprietà fisiche simili. Rientrano in questa classe anche i PoliCloroBifenili, Pcb, o diossina-simili (o Pcb-dl dioxine like) per le proprietà tossicologiche comuni.

Sono il sottoprodotto di processi chimici e di combustione di materiali contenenti cloro in difetto di ossigeno, a temperature inferiori a 800 gradi. Una volte immesse nell’atmosfera possono essere trasportate anche a grandi distanze, depositandosi su suolo, acque e nei sedimenti, e rimanendo lì per decenni. Il pericolo maggiore è la possibilità di entrare nella catena alimentare. Gli animali, nutrendosi di vegetazione contaminata, tendono a concentrare la diossina nel grasso, nelle loro carni e nel latte. Si noti anche l’importante eccesso di tumori dei tessuti molli osservato nella valutazione dell’esposizione a diossine. Per queste associazioni tra lavoro in siderurgia e comparsa di tumori esiste una vasta evidenza scientifica.

Nello stabilimento dell’Ilva il punto di maggior emissione di diossine è il camino E312 dell’agglomerato, il più alto – 220 metri – dei camini dell’Ilva (e tra i più alti tra quelli utilizzati in altri grandi sinterizzatori europei, in genere di altezza uguale o inferiore a 150 metri). La portata del camino è di circa 3 milioni di metri cubi per ora. La soglia massima consentita per la somma di Pcdd e Pcdf è di 0,4 nanogrammi TEQ su metro cubo (ng TEQ/Nm3).

Le diossine sono tra le sostanze cancerogene del gruppo 1, quelle con provata attività tumorale. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. Oltre a questo, le diossine hanno un effetto negativo su sistema immunitario, fegato e cute, e un’azione mutagena ed embriotossica. Le manifestazioni acute da diossine comprendono la cloracne, l’endometriosi, l’infertilità maschile, la disregolazione del sistema immunitario, le alterazioni nervose e comportamentali e le interferenze endocrine.

«Le analisi e i monitoraggi condotti nel corso dell’indagine alle emissioni dell’Area
agglomerazione e in particolare all’emissione denominata E312 “agglomerazione Agl2” hanno
evidenziato valori di inquinanti Pcdd/Pcdf al di sotto dei valori limite previsti», si legge. Ma qualsiasi siano le quantità di diossine riscontrate dai campionamenti, non ha senso parlare di «limiti alti, bassi o medi. La diossina comunque non dovrebbe esserci trattandosi di sostanza gravemente dannosa per la salute
umana, animale e vegetale». Questa quantità dovrebbe essere zero. «Più ci si discosta da questo valore, più aumentano le probabilità che un certo numero di individui possano morire. Con l’aumentare della quantità non aumenta la tossicità, ma il numero di morti».

Amianto

È un minerale con struttura fibrosa, molto comune in natura. In passato è stato usato in grandi quantità nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti, per il basso costo di lavorazione e la resistenza al calore e al fuoco (nome commerciale Eternit). La legge n.257 del marzo 1992 ne vieta l’utilizzo in Italia, a causa della pericolosità per la salute pubblica dovuta alla natura fibrosa del minerale. Il rischio principale legato all’amianto è dovuto alla dispersione delle fibre in aria e nel suolo, a causa di una ridotta compattezza dei manufatti in amianto dovuta sia all’usura del tempo (alcuni decenni) o degli agenti atmosferici, sia al danneggiamento a opera dell’uomo. Anche a bassissime concentrazioni, la fibra d’amianto può provocare patologie, prevalentemente dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma).

Se inalato è molto pericoloso perché le sue fibre si dividono longitudinalmente e mantengono una forma ad “aghi” anche alle dimensioni ridotte di alcuni centesimi di micron. Una volta nel sistema respiratorio, le fibre si concentrano nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura, e proprio come una lamina appuntita possono “trafiggere” le mucose provocando danni irreversibili ai tessuti. Possono disperdersi anche a notevole distanza dal luogo di origine.

I maggiori livelli di rischio si sono riscontrati negli ambienti di lavoro dove l’amianto veniva manipolato (produzione di cemento-amianto, spruzzatura di edifici o di mezzi di trasporto come i treni e le navi, produzione di tessuti, ecc.) e negli ambienti di vita dove è presente amianto spruzzato in cattivo stato di conservazione.

Gli effetti nocivi che si manifestano in seguito all’inalazione di amianto sono dovuti all’instaurazione di meccanismi irritativi, degenerativi e cancerogeni. Tutti i tipi di amianto sono classificati tra gli agenti cancerogeni umani certi (Gruppo 1). Oltre che per la pleura, le neoplasie possono riguardare il polmone, la laringe, il peritoneo, il pericardio e il testicolo e, seppur con evidenza limitata, l’ovaio, il colon-retto, lo stomaco e la faringe.

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

//DOSSIER//2// Un quarto dei siti da bonificare è in Puglia. Dopo essere stati usati come pattumiera d’Italia, il governo Letta tenta il colpo di coda del condono tombale

di Gabriele Caforio

Un quarto della superficie nazionale dei SIN da bonificare è in Puglia. Cioè su circa 100 mila ettari, dei 39 siti nazionali, 25 mila ettari sono nella nostra regione. 250 kmq di territorio, tra terra e mare, che sono talmente inquinati da essere Siti di interesse nazionale e per i quali urge una bonifica.
E per fortuna (quale non si sa) in questo calcolo non sono inserite le aree regionali o locali anch’esse in attesa di bonifica.

I SIN pugliesi, ai sensi della Legge 436/98, sono “solo” 3: Brindisi, Manfredonia e Taranto, sufficienti però a regalarci i piani alti della classifica italiana. Anche da noi però i ritardi e le lungaggini non sono da meno rispetto al resto del Paese, ma ritardare una bonifica vuol dire aumentare i rischi per la salute dei cittadini e sprecare danari.

Per tracciare il quadro dei SIN pugliesi, abbiamo estratto i dati dal dossier di Legambiente “Le bonifiche in Italia: chimera o realtà?“. Partiamo dal più grande, Taranto, per arrivare al più piccolo, ma non meno pericoloso, SIN pugliese, quello di Manfredonia (Fg).

Qui la situazione dei SIN in tutta Italia

// Taranto

Le cronache recenti sull’Ilva, sui sequestri e sui danni alla salute hanno già regalato un amaro palcoscenico alla città dei due mari in materia di inquinamento ambientale. Ma la storia del SIN di Taranto non è solo quella delle vicende Ilva di cui ci siamo abituati a leggere nell’ultimo paio d’anni. I motivi sono due: a Taranto non c’è solo l’Ilva ad inquinare e l’inquinamento di quel territorio non è una storia nuova, anzi.

Il SIN di Taranto ha un’estensione di ben 125 kmq (per capirci, la superficie di Taranto è di 217 kmq!), di cui 73 kmq sono di area marina (Mar Piccolo) che si sviluppano su 17 km di costa. Insomma, matematicamente, è come se si dovesse bonificare più della metà di tutta la città. Il SIN di Taranto è così grande perché le fonti potenzialmente inquinanti sono, e sono state, tante. Già dal 1990, infatti, Taranto era stata inserita tra le aree nazionali ad elevato rischio ambientale perché nel raggio di pochi chilometri nel tempo si sono sviluppate l’Ilva, la raffineria ENI, le centrali elettriche, la Cementir, due inceneritori, le discariche, la base militare, l’Arsenale militare e tante altre aziende.

I noti sequestri del 2012 di alcune aree dell’Ilva hanno indotto il Governo non solo al riesame dell’AIA dello stabilimento siderurgico ma anche a stipulare, il 26 luglio 2012, un protocollo d’intesa con Regione, enti locali e autorità portuali che stanziava 336 milioni di euro di cui 119 milioni per le bonifiche e i restanti per interventi portuali (187 milioni) e per il rilancio sostenibile dell’economia (30 milioni). Secondo Legambiente lo stanziamento è insufficiente rispetto agli obiettivi prefissati, la quota regionale di quei finanziamenti è anche bloccata dal patto di stabilità. A seguito del protocollo d’intesa, recepito dal Parlamento nell’ottobre 2012, si sono aperti, sulla vicenda bonifiche, il tavolo tecnico, la cabina di regia ed il commissario. Ruolo affidato l’11 gennaio 2013 al comandante capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Alfio Pini.

Sul web esiste il sito del Commissario (http://www.commissariodelegatoemergenza.it/taranto/), per ora, dalle attività pubblicate sul sito, è certo che la cabina di regia si sta incontrando spesso, per il completamento dei lavori di bonifica, stando al cronoprogramma delle attività pubblicato sul sito, bisogna attendere il 2016.

Gli interventi di bonifica previsti sono la messa in sicurezza (MISE) dei terreni e della falda della zona industriale di Statte, la bonifica e/o MISE del Mar Piccolo (in particolare il 1° seno), la bonifica del quartiere Tamburi di Taranto e del Cimitero di San Brunone nonché la bonifica di tre scuole del Tamburi dove gli studenti corrono il rischio di studiare insieme alla diossina.
Le attività di analisi e caratterizzazione di questi vari siti hanno evidenziato, per ora, che è possibile trovare di tutto, ci sono i metalli pesanti, le diossine, i pesticidi e alcuni idrocarburi molto cancerogeni.

Eppure, la mattanza dei capi di bestiame alla diossina o le analisi dello stesso formaggio contaminato non sono notizia fresca, sono storie ben più vecchie delle cronache dei sequestri del 2012. Tuttavia, ad oggi, scrive Legambiente, “la Conferenza dei servizi sul SIN di Taranto risente di pesanti ritardi nella definizione delle procedure per le bonifiche” e per alcuni casi, come ad esempio il Mar Piccolo, rimane ancora “non risolta la questione delle sorgenti di contaminazione tuttora attive” che “sarebbero da ascrivere alla Marina Militare alla San Marco Metalmeccanica” e ad altri impianti di smaltimento e stoccaggio rifiuti speciali attualmente sotto sequestro o dismessi. È di questi giorni, inoltre, anche l’allarme lanciato da Confcommercio che punta il dito contro i ritardi della bonifica del Mar Piccolo dove dal 2011 i mitilicoltori non possono più produrre. In tre anni, ribadisce Confcommercio, si sono prodotti solo dati scientifici e non un solo intervento di bonifica.

Emblematica la vicenda della bonifica di quella parte del SIN tarantino che rientra nel recinto dell’Ilva, circa 1000 ettari. La procedura di messa in sicurezza e bonifica è stata avviata da un decennio ma i ritardi sono ancora tanti. Il piano di caratterizzazione, si legge nel dossier, è stato approvato nel 2003 dalla Conferenza dei servizi, è stato ripresentato nel 2007, ma nella conferenza del 2011 è stato ritenuto ancora incompleto. Intanto, all’Ilva è stato imposto a più riprese di effettuare vari interventi di messa in sicurezza, prescrizioni assunte anche dal Ministero dell’Ambiente ma che finivano puntualmente dinanzi al TAR perché Ilva si opponeva. Sempre nel 2011, dinanzi a tutto ciò, il Ministero ha affidato alla Sogesid Spa (strumento in house del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture per il supporto alle strutture regionali e locali) la progettazione di alcuni interventi. L’anno dopo, il TAR di Lecce ha accolto gran parte delle istanze dell’azienda e nel maggio del 2012 il Ministero dell’Ambiente ha preannunciato ricorso al Consiglio di Stato di cui si attende il pronunciamento.

Non da meno i ritardi della Raffineria Eni: basta notare che la caratterizzazione del sito è iniziata nel 2004 e che sono del 2011 e del 2012 le Conferenze dei Servizi che ribadiscono l’urgenza di “irrinunciabili e improcrastinabili” opere di adeguamento necessarie di fronte ai forti e ingiustificati ritardi. Ritardi riscontrati anche nella bonifica di aree interessate da incidenti e fuoriuscite di gasolio e idrocarburi avvenute nel 2006 e nel 2010

Intanto il tempo passa, gli inquinanti sono sempre lì e si corre solo il rischio che la situazione si aggravi.

// Brindisi

Rimanendo nel nord Salento passiamo dallo Ionio all’Adriatico e troviamo il SIN di Brindisi. Anche qui il perimetro del sito racchiude diverse attività industriali e raggiunge, tra terra e mare, circa 100 kmq di estensione. 58 kmq sono di aree a terra, tra pubbliche e private, e altri 56 kmq sono di aree marine. Nel perimetro rientrano tutta l’area industriale gestita dal Consorzio ASI a nord, la centrale termoelettrica di Cerano a sud e tutta la parte di terreno agricolo tra i due poli, poi tutto il porto di Brindisi e il tratto di mare a sud fino a Cerano. Un’area in cui, ricorda il dossier, dagli anni ’60 ad oggi si sono avvicendate aziende petrolchimiche e piccoli gruppi per la produzione di energia elettrica, agglomerati artigianali e industriali, aree agricole, aree dell’Autorità Portuale e anche impianti da anni abbandonati e terreni ancora inutilizzati.

Anche per il SIN di Brindisi i ritardi della bonifica sono troppi. Sul fronte privato, alla fine del 2000, solo 6 o 7 aziende delle circa 200 insediate si attivano per le caratterizzazioni del suolo e delle falde. Il fronte pubblico, invece, in mano al Commissario, aspetta il 2004 per utilizzare i primi fondi per la caratterizzazione delle aree di sua competenza. Per sette anni, ricorda Legambiente, dal 2004 al 2011 il Commissario e l’amministrazione trascurano il riconoscimento del “danno ambientale” e solo nel 2007 c’è la firma tra Ministero dell’Ambiente, Enti locali e Autorità Portuale dell’Accordo di programma per la bonifica del SIN di Brindisi. Un accordo che prevedeva una spesa complessiva di 135 milioni di euro tra messa in sicurezza, caratterizzazioni e bonifiche. In 15 anni, dal ’98 ad oggi, i dati forniti dal Ministero dell’Ambiente a Legambiente sono disarmanti: la caratterizzazione è arrivata quasi all’80% ma a neppure l’8% dell’area è stata messa in sicurezza e solo sull’8,2% delle aree risulta presentato il Progetto di Bonifica, di questi il Ministero ne ha approvati il 7,8%. Una “situazione ancora lontana dall’obiettivo finale di bonifica”, tuona Legambiente.

Alcune aziende (Basell, Daw poliuretani, EniChem, Enipower e Versalis) si sono consociate per affrontare parte del problema (la sola falda), hanno aderito all’Accordo del 2007 e versano al Ministero circa 6,5 euro al metro quadro, distribuiti in 10 anni e senza interessi, per la realizzazione di un intervento di barrieramento. La realizzazione dell’intervento, il Ministero l’ha affidata sempre alla Sogesid e per ora si è solo iniziato a mettere in sicurezza la falda, i progetti di bonifica non risultano ancora approvati.

Circa 20 milioni di euro, tra fondi nazionali e del commissario, sono stati già spesi per caratterizzare l’area industriale esterna al petrolchimico. Una zona che comprende dalle aree pubbliche ai terreni agricoli e in cui sono stati trovati dall’arsenico, ai solfati, al manganese, al DDD e al DDT. Tuttavia, se la caratterizzazione è a buon punto, la bonifica di questa zona non è mai partita e poche aziende hanno aderito all’Accordo. Un’altra caratterizzazione di circa 4 kmq è stata effettuata nei terreni agricoli attorno al nastro trasportatore che porta il carbone dall’area portuale alla centrale di Cerano, in quei terreni c’è una fitta varietà di metalli e pesticidi, nella falda, oltre ai metalli, anche gli idrocarburi.

// Accordo, ma per chi?

I dubbi di Legambiente sulla bonifica del SIN brindisino partono proprio dall’Accordo del 2007 stipulato per velocizzare e snellire le procedure applicando il principio del “chi inquina paga”.
Principale obiettivo dell’accordo sembra il barrieramento della falda inquinata, progetto affidato a Sogesid. L’impostazione è quella del “danno ambientale” che viene riconosciuto dalle aziende che sottoscrivono l’accordo. Si assumo così la responsabilità del danno fatto e recuperano la disponibilità dei terreni contaminati spalmando in 10 anni la quota di partecipazione all’accordo. Le piccole aziende, però, o i singoli proprietari devono pagare subito o in due anni la quota dei 6,5 euro al metro quadro. Assieme a Legambiente ci chiediamo anche noi il perché di questa differenziazione, considerando che a pagare subito ci sono anche contadini che il terreno l’hanno utilizzato, nel tempo, solo per coltivare e non per farci su un’industria potenzialmente più inquinante. Per tutti gli altri, invece, 10 anni!

Come se non bastasse, i costi del progetto di barrieramento della Sogesid sono lievitati fino a circa 220 milioni di euro ma le aziende aderenti al protocollo, che hanno così riconosciuto il danno fatto, arriveranno a coprire circa metà della cifra. Il resto dei soldi, chi lo metterà? Secondo Legambiente toccherà alle piccole aziende. Intanto, per l’economia locale, sarà solo un altro ostacolo per ripartire.

// Manfredonia

Forse, una sorte “migliore” è toccata al sito di Manfredonia, un SIN che comprende un’area terrestre di 2 kmq a terra tra i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata e un’area a Mare di circa 8 kmq. Dal 1971, la petrolchimica EniChem, poi diventata EniChem Agricoltura, una centrale termoelettrica e un inceneritore hanno caratterizzato la storia industriale di questo sito. A completare il quadro 4 discariche di rifiuti solidi urbani non autorizzati (Conte di Troia, Pariti 1 RSU, Pariti Liquami e Pariti II) che si stima abbiano stoccato circa 400 mila tonnellate di rifiuti senza avere il fondo e i lati impermeabilizzati, senza un sistema di refluo per il percolato e inquinando anche una parte del mare antistante. Anche qui, le caratterizzazioni hanno trovato i metalli pesanti, l’IPA, il benzene e altri idrocarburi.

Per questo SIN, se pur tra qualche stallo nella bonifica delle aree private, si può dire che la maggior parte della bonifica è stata conclusa, rimane ancora aperta la questione della discarica Marchesi e di una porzione di mare dove la Syndial (società del gruppo ENI che si occupa di bonifiche) non riesce ancora a spiegarsi il comportamento anomalo di alcuni inquinanti. A Manfredonia, però, a metterci lo zampino, e il sale sulla coda all’Italia, ci ha pensato l’Europa. Nel ’98, infatti, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva riconosciuto per il sito la presenza di impianti in grado di danneggiare l’ambiente e l’Unione Europea ha quindi avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia e nel 2008 è arrivata la condanna che obbligava l’Italia ad assicurare lo smaltimento dei rifiuti senza recare danno per l’uomo e l’ambiente.

// Se il problema sono i soldi

Secondo Francesco Tarantini presidente di Legambiente Puglia, se le bonifiche non decollano il sistema italiano non potrà mai riconvertirsi alla green economy. “In Puglia” – continua – si deve accelerare il processo di risanamento ambientale risolvendo anche il problema delle risorse a partire da Taranto dove è necessario reperire ulteriori fondi. Situazione analoga anche a Brindisi” dove preoccupano molto le compromissioni dei terreni e della falda delle zone agricole.

Ora, se il punto della questione ritorna sempre sul fronte economico, noi, da pugliesi e da cittadini continuiamo a chiederci: ma, chi inquina paga?

 

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=25598

Ilva, cassa integrazione per 6.500 lavoratori dal 3 marzo per 24 mesi

TARANTO – L’Ilva ha comunicato ai sindacati di categoria che chiederà la cassa integrazione straordinaria nei confronti di 6.500 lavoratori (di cui 6.417 per lo stabilimento di Taranto).

La cassa integrazione, secondo fonti sindacali, comincerà il 3 marzo prossimo e avrà la durata di 24 mesi. L’istanza è motivata dalla ristrutturazione in atto nell’ambito della procedura per la bonifica degli impianti inquinanti, secondo quanto prevede l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Attualmente lo stabilimento di Taranto ha in cassa integrazione 2.600 lavoratori circa, per i quali la Cig scade il 2 marzo.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente.

Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno. Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Novi Ligure e Pratica di Mare.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente. Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno.

Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Patrica (Frosinone) e del Centro Servizi di Torino.

CIGS PESERA’ SU AREE LAMINAZIONE E SERVIZI – Saranno le Aree di laminazione a caldo e a freddo i reparti dello stabilimento Ilva di Taranto che, secondo il piano consegnato oggi ai sindacati, dovrebbero reggere il peso maggiore della cassa integrazione guadagni straordinaria chiesta dall’azienda soprattutto per applicare le prescrizioni Aia.

Questo il quadro prospettato dall’azienda su Taranto, per un totale di 6.417 lavoratori in Cigs per 24 mesi a partire dal 3 marzo prossimo (su una cifra complessiva di 6.507 lavoratori coinvolti): area ghisa 957; area acciaieria 940; area laminazione a cado/freddo 1.574; area tubifici/rivestimenti tubi 607; area servizi/staff 1.249; area manutenzioni centrali 1.090.

“La fermata – scrive l’azienda – sarà totale e completa per l’intero periodo per lo stabilimento di Patrica e il Centro Servizi di Torino”. A Patrica (Frosinone) saranno interessati dalla Cigs 23 dipendenti, a Torino 67. Quanto alle altre unita produttive – gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, il porto di Marghera e i Centri Servizi di Legnaro (Padova) e Paderno Dugnano (Milano) – “ogni valutazione potrà essere effettuata a valle dell’eventuale influenza sulle specifiche attività dalle modificazioni degli assetti produttivi dello stabilimento ionico”. Se necessario, l’azienda “attiverà procedure a livello territoriale per gestire eventuali ricadute occupazionali temporanee”.

TALO’ (UILM): AZIENDA NON SCARICHI PROBLEMI SU LAVORATORI – «Su questi numeri la nostra organizzazione sindacale non ci sta e non apporrà la propria firma di consenso a questi drastici e consistenti esuberi». Lo afferma il segretario provinciale della Uilm di Taranto, Antonio Talò riferendosi alla decisione dell’Ilva di ricorrere agli ammortizzatori sociali per 6.500 dipendenti.

«Tratteremo – aggiunge – innanzitutto con l’azienda per una riduzione del personale da collocare in cigs. Inoltre proporremo la massima rotazione tra i dipendenti e che l’Ilva si impegni a integrare l’importo previsto per questo genere di ‘cassà, con misure tali da attenuare il peso che i lavoratori dovranno sopportare in questa delicata fase dello stabilimento».

Talò fa presente che «le ragioni invocate dal gruppo Riva non possono essere un alibi accettabile. Nè – conclude – ripercorrere le tappe relative agli investimenti operati nel sito di Taranto dall’Ilva può lenire questa ulteriore ferita inferta a una platea di lavoratori così vasta: più della metà dell’intera forza lavoro dello stabilimento».

AZIENDA: NON SI PREVEDONO ESUBERI STRUTTURALI – Allo stato attuale “non si ravvisano situazioni che potranno determinare esuberi di natura strutturale”. Lo scrive l’Ilva nel piano consegnato oggi ai sindacati di categoria nel quale comunica l’avvio della procedura per la richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per ristrutturazione aziendale nei confronti di 6.507 lavoratori, dei quali 6.417 a Taranto.

“Il piano – scrive l’azienda – permetterà di adeguare tempestivamente le produzioni di acciaio al livello della domanda di prodotto attesa dal mercato di riferimento, consentendo, anche attraverso la drastica riduzione dei costi, di limitare e, in un secondo tempo, annullare le perdite di esercizio”.

Nell’auspicare una ripresa del mercato dell’acciaio, l’azienda ipotizza che “entro il termine di ricorso alla cigs per ristrutturazione, terminati gli adempimenti richiesti dall’Aia con riferimento agli investimenti per il ripristino e adeguamento degli impianti nelle more cessati, si perverrà gradualmente ai livelli produttivi programmati ed al richiamo in attività di tutto il personale sospeso”.

FIOM: PRIMA DI CIGS PIANO INDUSTRIALE E INVESTIMENTI – «Diciamo immediatamente che non siamo d’accordo poichè, prima di parlare di ammortizzatori, l’Ilva deve dare conto del piano industriale e del piano di investimenti, non ancora presentati». Lo sottolinea in una nota il segretario provinciale della Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli, commentando l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione che coinvolge per ventiquattro mesi 6.507 lavoratori, quasi tutti dello stabilimento di Taranto.

«Quindi – aggiunge Stefanelli – è tutto da discutere, compresa la stessa tipologia di ammortizzatore eventualmente da utilizzare, quale ad esempio il contratto di solidarietà, che garantisce la presenza in fabbrica dei lavoratori da impiegare nel risanamento degli impianti attraverso una vera rotazione che non penalizzi nessuno, come purtroppo è accaduto in questi ultimi mesi».

BONELLI: ALFANO PER IMPUNITA’A INQUINATORI E CORRUTTORI – «In perfetto stile berlusconiano Alfano vorrebbe l’impunità per i corruttori e gli inquinatori». Lo dichiara il presidente dei Verdi e candidato alla Camera con la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia Angelo Bonelli che aggiunge: «La magistratura non detta la politica industriale ma persegue i reati che sono stati commessi ai danni della salute dei cittadini che muoiono a causa dell’inquinamento».

«Della salute dei cittadini di Taranto il segretario del Pdl Alfano non si è mai occupato. Anzi votando al fiducia al Salva Ilva insieme al Pd non solo ha dato il suo consenso ad un provvedimento ritenuto 17 volte incostituzionale dalla magistratura tarantina ma ha abbandonato le persone che da anni ‘si ammalanò e ‘muoionò a causa dell’inquinamento – conclude Bonelli -. Il problema dell’Italia non è la magistratura che fa il proprio dovere per far rispettare le leggi ma certa politica, ben rappresentata dal partito di Alfano, il Pdl, che vorrebbe fare leggi per assicurare l’impunità a chi inquina e chi corrompe».

BENTIVOGLI(FIM): INVESTIMENTI ANNUNCIATI PRIMO PASSO – «La cifra quantificata come importo complessivo degli interventi per ottemperare all’Aia, rispetto alle ipotesi iniziali, si è ridotta a circa 2,5 miliardi. Tutto ciò non risolve definitivamente gli aspetti relativi alla sostenibilità finanziaria degli interventi ma li avvicina ad un percorso di maggiore praticabilità nel medio periodo». Lo dichiara in una nota il segretario nazionale della Fim, Marco Bentivogli, intervenendo sulla vicenda Ilva.

«La richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per circa 6.500 lavoratori del gruppo, che dovrebbe partire il 3 marzo prossimo, va letta – osserva Bentivogli – all’interno del processo di bonifica degli impianti, come previsto dall’’Aia. Riteniamo che il confronto nei prossimi giorni debba essere finalizzato alla riduzione dell’impatto delle persone coinvolte nella cigs, anche attraverso il ricorso – conclude il segretario della Fim – a piani di formazione e rotazione e all’impiego nei piani di bonifica e ambientalizzazione».

ALFANO: SPERO CHE CIGS NON SI TRADUCA IN DISOCCUPAZIONE – «Si tratta di una scelta aziendale derivante dal fatto che sono stati richiesti degli adeguamenti a cui l’azienda evidentemente ha deciso di ottemperare e noi speriamo che tutto ciò non si tramuti in nuova disoccupazione». Lo ha detto a Taranto il segretario nazionale del Pdl, Angelino Alfano, commentando la decisione dell’Ilva di avviare la procedura per la cassa integrazione straordinaria nei confronti di un massimo di 6.500 lavoratori.

«Il punto di equilibrio tra il tema del diritto alla salute e quello alla produzione – ha aggiunto Alfano – il Parlamento lo ha trovato e speriamo ora che i magistrati si muovano in questa direzione».

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/ilva-cassa-integrazione-per-6-500-lavoratori-dal-3-marzo-per-24-no595298/#.UuJEiSFWiaw.facebook

L’ILVA è UNA ZONA FRANCA. DOVE TUTTO Può SUCCEDERE

 (Gianmario Leone 18 01 2014)
IL 3 E 4 DICEMBRE NUOVA ISPEZIONE DI ISPRA E ARPA. SOLITE VIOLAZIONI RISCONTRATE, MA LA LEGGE DEL 4 AGOSTO HA “CONDONATO” TUTTO

Il vulnus giuridico è sempre lo stesso. Per effetto dell’art. 1 comma 3 del decreto di Riesame dell’AIA del 26 ottobre 2012 (incorporato nella legge 231/2012 meglio conosciuta come ‘salva Ilva), ogni trimestre i tecnici di ISPRA ed ARPA Puglia si recano nello stabilimento siderurgico Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA: l’ultima ispezione è avvenuta il 3 e 4 dicembre scorsi (le precedenti si sono svolte il 5-6-7 marzo, il 28-29-30 maggio e il 10-11 settembre dello scorso anno). Puntualmente i tecnici hanno riscontrato diverse violazioni, segnalate all’azienda ed al ministero dell’Ambiente all’interno di diffide con le quali s’intimava all’Ilva di “mettersi in regola” (diffide del 14 giugno, 22 luglio e 21 ottobre). Cosa peraltro mai avvenuta. A quel punto, secondo quanto previsto sia dal Codice Ambientale (Dlgs. 152/2006) che dal riesame AIA e dalla legge 231/2012, sarebbero dovute partire le sanzioni nei confronti dell’azienda, il cui importo avrebbe potuto raggiungere come tetto massimo, il 10% del fatturato.
Tutto questo non è mai accaduto. Per diversi motivi. Il primo, ed è per questo che parliamo di “vulnus giuridico” (che su queste colonne abbiamo segnalato più volte negli ultimi mesi), è dovuto a quanto previsto dalla legge 89 del 4 agosto scorso. Perché se è vero che la stessa prevede che la progressiva adozione (lasciata appositamente in una terminologia ambigua) delle misure indicate nelle prescrizioni AIA sia affidata al commissario Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti, a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 10 ottobre e che il decreto 136 del 3 dicembre scorso prevede debba essere approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente entro il prossimo 28 febbraio). Oggi, come nei mesi scorsi, la domanda che ci sorge spontanea è sempre la stessa: perché mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Visto che tra l’altro il commissariamento del siderurgico si è reso necessario proprio per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA da parte del gruppo Riva?
Del resto, se la maggior parte delle tempistiche previste inizialmente dall’AIA sono state tutte rimodulate nel tempo, è sulle “nuove prescrizioni” che Bondi deve garantire la progressiva attuazione, non su quelle “vecchie”. Quindi, come scrivemmo nei mesi scorsi, è come se all’Ilva questi ultimi 8 mesi fossero stati del tutto “condonati”.
Per mettere un punto sulla querelle, il decreto 136 dello scorso 3 dicembre che la Camera si appresta a votare, si occupa proprio di questo “vulnus giuridico”. Esattamente al punto “F” dell’art. 12, dove si legge che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% (un emendamento accolto nei giorni scorsi ha alzato l’asticella all’80%) del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione (tanto c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto). Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto.

Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso dicembre. Che ha evidenziato per la quarta volta di fila l’inadempienza delle solite prescrizioni. Per questo, ci concentreremo sulle “novità” o i dati in più presenti nel verbale dell’ispezione.
Per quanto concerne la prescrizione n. 4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), si apprende che Ilva lo scorso 22 novembre ha presentato istanza di modifica non sostanziale per “rinuncia all’utilizzo dell’area parco Nord Coke”, pur avendo inoltrato la documentazione di un progetto per l’area in questione appena lo scorso 29 luglio. I tecnici hanno verificato infatti che il parco è risultato sgombro di materiale per larga parte della sua superficie.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato un nuovo scaricatore a tazze per il secondo sporgente, in aggiunta ad uno analogo utilizzato sul quarto sporgente, ma si continua a sottolineare che l’azienda “non ha trasmesso, entro 30 giorni dalla data di ricezione della diffida del 14/06/13, il progetto esecutivo corredato dal relativo crono programma degli interventi”. E l’adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati dov’è finita?
Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori”): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 28% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Giova a tal proposito ricordare che l’azienda ha ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015).
Nel piano di lavoro dei tre esperti, si legge però che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto. Ora, per la realizzazione della copertura totale dei nastri, si dovrà attendere giugno 2016. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere di “ambientalizzazione” già effettuare dall’azienda, il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio) la cui ultimazione era prevista per gennaio 2014, l’Ilva è in attesa di ricevere il nulla osta dal ministero dell’Ambiente “per l’effettuazione degli scavi per le fondazioni del camino e del filtro”. Dopo essere stato fermato nel mese di luglio, AFO/2 è ripartito lo scorso novembre. Nel penultimo verbale redatto dai tecnici ISPRA ed ARPA in merito all’ispezione del 10 e 11 settembre, era stata verificata l’ultimazione degli interventi di chiusura per la “stock house”. Come riportammo nello scorso ottobre però, nel piano redatto dai tre esperti a proposito dei lavori previsti per AFO 2 si leggeva quanto segue: “il forno AFO/2 è stato fermato per motivi di mercato (indipendentemente dalle prescrizioni AIA), e ne è previsto il riavvio nel gennaio 2014; gli interventi di depolverazione sono stati riprogrammati temporalmente e con la previsione di installazione di filtri a tessuto. L’ultimazione degli interventi deve avvenire entro il 31 marzo 2014. Il riavvio sarà eseguito dopo la conclusione delle opere”. Questo significa che Ilva ha fatto ripartire un altoforno senza che prima siano stati effettuati tutti i lavori previsti dall’AIA. Durante l’ispezione di settembre l’Ilva, a fronte delle contestazioni dei tecnici ISPRA e ARPA, rispose di essere “in attesa della definizione delle proposte del piano degli esperti”: ma prima ancora che il piano sia stato approvato con apposito decreto ministeriale, l’azienda ha fatto ripartire un impianto che lei stessa aveva previsto di rimettere in marcia nel gennaio 2014 (e che per il piano degli esperti doveva ripartire a lavori ultimati non prima del prossimo mese di marzo).
E veniamo ora alle ulteriori note dolenti. Per quanto riguarda la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke. Presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching”), di cui ci siamo occupato nei giorni scorsi per via del caso scoppiato con le emissioni del 1 gennaio scorso, nel verbale d’ispezione è segnalato il perdurare del supermento del valore imposto dall’AIA di 25 grammi per tonnellata. Lo si apprende dalle registrazioni fornite dalla stessa Ilva relative al periodo luglio-settembre 2013, dove in alcuni casi è stato registrato il superamento dei limiti per le torri di spegnimento n. 5 asservite alle batterie 7-8, sia per le torri n. 6 asservite alle batterie 11-12, attualmente in funzione. Inoltre, non risultano aggiornamenti per il progetto per ridurre ulteriormente le emissioni. I problemi di questa operazione (fisiologica per un siderurgico) sono due come evidenziammo tempo addietro: il primo è che le torri di spegnimento dell’Ilva non sono dotate di filtri che trattengano il particolato del coke che il vapore trascina con sé. L’unica “limitazione” alle polveri emesse infatti, è “garantita” dalle delle così dette “persianine”, che altro non sono che delle sporgenze interne alle torri, su cui la polvere “dovrebbe” depositarsi. Secondo: l’Ilva non è dotata dello spegnimento a secco del coke (“dry quenching”) che viene utilizzato in diversi impianti siderurgici europei, che consente da un lato un notevole risparmio energetico e dall’altro l’eliminazione delle nubi di vapore che portano con se il particolato del coke. ARPA Puglia, nel corso del processo istruttorio della commissione IPPC di riesame dell’AIA, aveva proposto di esaminare la possibilità di adozione di tale procedimento: ma il suggerimento, nemmeno a dirlo, non fu accolto.
Ancora peggio per quanto riguarda la prescrizione n. 70 secondo punto, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping” tramite interventi di natura gestionale. Lo scorso 15 novembre l’Ilva dichiarava di aver ultimato l’intervento di implementazione su tutti i convertitori del nuovo sistema ISDS, come evoluzione del sistema RAMS finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di “slopping”. ISPRA ed ARPA però, segnalano come permanga ancora inevasa la richiesta del protocollo operativo del nuovo sistema RAMS (come peraltro già evidenziato dalla diffida del 14 giugno scorso). Dal febbraio al dicembre 2012 si verificarono ben 240 fenomeni di “slopping” nelle due acciaierie. Dal verbale dell’ultima ispezione, si apprende che sono stati analizzati alcuni episodi anomali nel periodo che va dal 1 settembre all’11 novembre 2013: gran parte degli episodi di emissioni anomale dal tetto delle acciaierie (oltre l’80%), hanno avuto luogo tra le ore 20 e le ore 6 del mattino. Di 21 eventi di emissione straordinaria dal tetto dell’acciaieria annotati sul registro elettronico, ben 17 hanno avuto luogo in quell’intervallo di tempo: in pratica quando, venuta meno la luce del giorno, è pressoché impossibile osservarli ad occhio nudo. A tal proposito è stata richiesta all’Ilva una relazione di approfondimento soprattutto sulle cause tecniche ed ambientali che hanno provocato tali eventi, corredata da una quantificazione degli effetti ambientali.
Infine, la prescrizione n. 85. Che prevedeva, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Lo scorso settembre, ARPA aveva verificato che erano terminate le installazioni delle strumentazioni nelle centraline di stabilimento per il monitoraggio della qualità dell’aria e che i relativi dati vengono trasmessi all’Agenzia per la successiva validazione. Il problema, come segnalato nei mesi scorsi anche da un’associazione ambientalista locale, riguarda la centralina installata nell’area cokeria. Prima stranezza, il fatto che la recinzione metallica di delimitazione dell’area asservita alla cabina, dove sono ubicati i deposi metri per la caratterizzazione delle polveri, è risultata con cancello aperto e senza lucchetto. Inoltre, viene segnalato il fatto che l’Ilva, del tutto autonomamente, abbia provveduto ad installare un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale prospiciente la cabina, cosa che nelle altre aree dove sono installate le altre centraline non avviene. In questo modo, è impossibile stabilire il contributo dell’inquinamento proveniente dall’esercizio degli impianti rispetto a quello dovuto al traffico di veicoli che esercitano in quell’area. La stessa ARPA ha evidenziato all’ISPRA che “il sistema di irrigazione rende l’area della cokeria immediatamente adiacente alla centralina differente rispetto alla situazione ambientale del resto dell’impianto, producendo così una eliminazione del contributo di “fondo” locale ai dati misurati, e quindi rendendo poco significativa la correlabilità dei dati della centralina rispetto alla situazione dell’impianto”.
Quello che sconcerta, al di là del fatto che tali eventi continuano a contribuire all’inquinamento, è il fatto che anche gli enti preposti come ISPRA ed ARPA sono in attesa di capire quale amministrazione debba accertare lo stato di qualità dell’aria e se i termini del rispetto della stessa debbano essere intesi come scadenze temporali o più in generale come prescrizioni. Così come si attende di comprendere quale sarà la nuova procedura di accertamento, contestazione e notifica delle sanzioni. Insomma, si brancola nel buio. Come se si fosse in una zona franca dove nessuno sa esattamente cosa fare. Auguri.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

 

MORIRE A NORMA DI LEGGE. ECCO LA VERITA’.

1La ricerca della verità è un attento lavoro di studio e non è così evidente. Scopriamo infatti che a seconda delle circostanze, enti di ‘tutela’ ambientale e/o sanitaria, spesso dicono mezze verità. A volte determinate informazioni sono fallaci e fuorvianti. E’ il caso della misurazione della ‘qualità dell’aria’ e la sua correlazione con la ‘qualità della vita’.  A lungo il comitato Legamjonici ha sostenuto l’inadeguatezza dei valori limite di legge come indicatore del grado di protezione della salute umana. Verità scomode, che nonostante siano oggi ampiamente riconosciute dal mondo scientifico, continuano ad essere nascoste. Del resto non è facile comprenderne la differenza ed è proprio sulla disinformazione generale che si basano atteggiamenti politici che mirano a ‘rassicurare’ la popolazione che nel frattempo ignara si ammala e muore sia in violazione sia nel rispetto dei limiti di legge.

A svelarci queste verità è proprio un documento riguardante il ricorso di ARPA Puglia contro il Ministero della Salute e contro il Ministero dell’Ambiente. Tale ricorso riguarda l’annullamento del D.m. che stabilisce i criteri per la redazione della Valutazione del Danno Sanitario. Tralasciando le rispettive posizioni citate nel documento, i passaggi chiave li ritroviamo alle pagg. 17 e 18.

PAG 17: l’estratto si riferisce ai PM10 e PM2,5.

ESTRATTO RICORSO ARPA PUGLIA PAG 17

PAG 18.

ESTRATTO RICORSO ARPA PUGLIA PAG 18

Nella recente comunicazione, inviata dall’Assessore Baio all’ordine dei Farmacisti di Taranto, relativa ai valori degli inquinanti del mese di novembre 2013 si legge quanto segue:

CONCLUSIONI DATI NOVEMBRE 2013

Alla luce di quanto riportato nei documenti sopra citati, ci chiediamo: quale utilità può avere comunicare alla cittadinanza i valori ‘registrati’ o ‘rilevati’ dalle centraline? Perchè non viene spiegato alla popolazione il loro significato? Perchè non viene detto ai cittadini che in realtà i valori che misurano la ‘qualità dell’aria’ non possono rassicurare sull’assenza di rischio per la salute?. Interrogativi che resteranno senza risposte.

http://legamionicicontroinquinamento.wordpress.com/2014/01/13/morire-a-norma-di-legge-ecco-la-verita/

Ezio Stefàno

era uno stimato pediatra..poi è diventato Sindaco di Taranto, uomo dell’ilva….

Il sindaco di Taranto Ezio Stefàno si piazza all’ultimo posto nella classifica di gradimento dei sindaci. Un risultato che impone un bilancio e una riflessione sull’amministrazione di questi anni. La debàcle restituita dal caso Ilva, unita all’emergenza sanitaria ed occupazionale del capoluogo jonico, sembrano essere stati determinanti

Quando un sondaggio ha il sapore di un verdetto. Nella classifica sul consenso ottenuto da sindaci e  governatori, Ezio Stefàno guadagna l’ultimo posto. Questo secondo il sondaggio restituito dall’Ipr Marketing-Sole 24 Ore che rivela un calo della fiducia verso sindaci e governatori. Ai primi posti slittano Rossi (Toscana),Zaia (Veneto), Caldoro (Campania). In coda Crocetta (Sicilia). Il sindaco più amato è quello di Pavia, Cattaneo, seguito da Emiliano (Bari) e De Luca (Salerno). Perdono consenso Marino, Pisapia e De Magistris. Il primo cittadino del capoluogo jonico ottiene dunque la maglia nera numero 101,  con il 9% in meno rispetto allo scorso anno e addirittura il 29,7 rispetto al giorno dell’elezione. Mentre il governatore di Puglia, Nichi Vendola scende di un gradino, dall’ottavo al nono posto, con un calo di consensi pari al 3,7%. Il presidente della Puglia è al 45% di gradimento rispetto al 48,7 del 2012. Una classifica nella quale predomina più il dissenso che il gradimento che scende al 65% in relazione ai sindaci, e al 76% tra i governatori. Perché se gli ultimi saranno i primi, in questo caso gli ultimi restano tali.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5321-ultimissimo-me.html