Ilva sfida Bruxelles

La nuova legge Ilva/Terra dei fuochi
15 febbraio 2014 – Antonia Battaglia

ilva di taranto

La legge n.6 del 6 febbraio 2014, cosiddetta “legge ILVA/Terra dei Fuochi”, approvata in Senato qualche giorno fa, é una norma che fa storia nella giurisprudenza italiana ed europea perché rappresenta un attacco al bilanciamento dei poteri sancito dalla Costituzione ed una contrapposizione netta al diritto comunitario europeo. 

I risvolti di questa recente sanatoria sono molteplici, con importanti conseguenze a livello nazionale ed europeo, che vanno ben al di là della realtà locale di Taranto.

Il primo punto che desta preoccupazione riguarda la flagrante violazione della direttiva europea IPPC (Riduzione e Prevenzione Integrate dell’Inquinamento) e la sua applicazione nel diritto italiano perché, se la direttiva obbliga il governo alla messa a norma degli impianti inquinanti di Taranto attraverso il rispetto dell’AIA (autorizzazione intergrata ambientale), tuttavia con la legge n. 6 si autorizza l’ILVA a non attuare il 20% delle prescrizioni dell’AIA stessa e quindi della direttiva IPPC.

Il comma d dell’articolo 7 sancisce, infatti, che gli stabilimenti di Taranto potranno continuare a produrre anche solo avendo avviato l’adozione dell’80% del numero complessivo delle prescrizioni. In quel 20% di prescrizioni esentate a priori, l’ILVA ed il governo – che controlla e dirige ILVA attaverso la struttura di commissariamento- potranno includervi prescrizioni importanti quali la copertura del parco minerali o la riduzione delle emissioni non controllate della cokeria, che hanno degli effetti potenzialmente molto pericolosi sulla salute della popolazione, dimostrati negli studi scientifici e nelle perizie del Tribunale di Taranto.

Il governo ha deciso quindi di porsi al di là del rispetto della legge e della direttiva europea IPPC e di andare anche contro la sentenza della Corte Costituzionale di maggio scorso (n.85/20) che, nel sancire la persistenza del vincolo cautelare sulle aree ed impianti dello stabilimento ILVA posto sotto sequestro il 25 luglio 2012, ha riaffermato che “l’attività produttiva è ritenuta lecita alle condizioni previste dall’AIA riesaminata. … la cui inosservanza deve ritenersi illecita e quindi perseguibile ai sensi delle leggi vigenti”.

La produzione dell’ILVA sarebbe dovuta quindi avvenire nel rispetto strettissimo dell’AIA, che ha il valore di costante condizionamento della prosecuzione dell’attività produttiva alla puntuale osservanza delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzativo. La deviazione da tale percorso di adeguamento, deve ritenersi illecita e quindi perseguibile ai sensi delle leggi vigenti. E qui la nuova legge n.6 ribalta di nuovo le regole e pone la struttura del Commissariamento al di là di ogni possibilità di perseguibilità penale in relazione alla non applicazione di misure previste dall’AIA: siamo all’articolo 7 comma 9-bis.

Il grave sbilanciamento nella tutela dei diritti in gioco risulta nuovamente evidente nel momento in cui l’ILVA dichiara di non poter mettere in atto l’AIA a causa di mancanza di fondi, questione che avrebbe dovuto costituire preciso compito della dirigenza ILVA e del governo italiano nel momento in cui venivano adottate le legge finalizzate a garantire allo stabilimento la piena attività.

Svuotata l’AIA di ogni sua importante prescrizione, relegata in un angolo la direttiva europea IPPC, protetta l’ILVA, garantita la struttura di commissariamento da ogni pericolo penale, assicurato lo status quo della produzione, la legge n.6 si concentra sulla questione della proprietà e delle garanzie che il governo italiano ancora una volta pone in essere a beneficio della famiglia Riva.

Perché l’Articolo 7 comma g sancisce la possibilità da parte del commissario ILVA di disporre delle somme poste sotto sequestro dalla magistratura italiana, nei diversi procedimenti penali in corso contro membri della famiglia Riva, anche in relazione a procedimenti penali diversi da quelli per reati ambientali, sempre- secondo la legge- ai fini dell’attuazione di un piano industriale che non esiste ancora.

Emilio Riva, Nicola Riva e Fabio Riva oltre ad essere indagati dal Tribunale di Taranto per “delitti contro la pubblica incolumità nonchè delitti contro Ia pubblica amministrazione e la fede pubblica, quali fatti di corruzione e di concussione, falsi e abuso d’ufficio”, sono anche indagati dal Tribunale di Milano per frode, truffa aggravata ai danni dello Stato.
Il 22 maggio 2013 il Tribunale di Milano aveva posto sotto sequestro 1,2 miliardi di euro, in merito ad un’indagine su una maxi-evasione fiscale per indebita sottrazione di risorse finanziarie dalle casse dell’azienda.

Il 24 maggio 2013 il Gip di Taranto firmava altresi’ il decreto di sequestro per equivalente di beni per 8,1 miliardi di euro, la stima formulata dai custodi giudiziari del costo totale degli interventi necessari alla messa a norma degli impianti dell’area a caldo. La nuova legge stabilisce che quei fondi posti sotto sequestro dalla magistratura italiana possono tornare nella mani del Commissario ILVA. Ricordiamo pero’ che dal 4 giugno 2016 l’ILVA tornerà nelle mani della proprietà – secondo la legge 3 Agosto 2013 n.61, che stabilisce il Commissariamento per un periodo di massimo 36 mesi- e quindi i beni della famglia Riva saranno di nuovo al sicuro nelle casse di ILVA S.P.A.

La nuova legge sancisce anche che « quei fondi che non sono utilizzati devono poi tornare nelle mani del sequestro», ma una volta impegnate le somme nell’avvio del progetto di un’opera qualsiasi, da realizzarsi in tempi non meglio specificati, de facto le somme impegnate non potranno tornare sotto sequestro.
Nell’attesa della messa a norma dello stabilimento, dell’avvio dei lavori delle prescrizioni AIA, nell’attesa del piano ambientale, del piano industriale, Taranto viene offesa nuovamente con una proposta inutile quanto macabra da parte del governo: lo screening gratuito delle malattie.

Mentre all’ospedale oncologico Moscati di Taranto, che dovrebbe presidiare tutte le attività oncologiche della città e della provincia, la mancanza di risorse é arrivata al punto tale da indurre la sospensione del trasporto degli ammalati dalla città all’ospedale.

http://www.peacelink.it/ecologia/a/39777.html

Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva

Il sindacato Usb attacca: “Non ci sono i soldi per risanare l’Ilva. Il decreto legge non stanzia risorse. E in fabbrica è sempre più emergenza sicurezza”

“Non ci sono fondi per ambientalizzare l’Ilva in tre anni. Il governo lo dice chiaramente nelle premesse del decreto”. E’ quanto afferma l’Usb, l’Unione sindacale di base, a proposito dell’Ilva di Taranto. Riferendosi al decreto 136 nei giorni scorsi convertito in legge, l’Usb – terzo sindacato per rappresentanza nello stabilimento siderurgico afferma che “Il decreto dà la possibilità al commissario di mettere mano ai fondi sequestrati a Milano dai finanzieri, circa 1 miliardo e 900 milioni. Infatti – dice l’Usb – si stabilisce che se i Riva non metteranno a disposizione di Bondi i fondi necessari, il commissario potrà chiedere le somme sottoposte a sequestro penale. Somme da utilizzare per ambientalizzare l’Ilva e che altrimenti sarebbero entrate nella disponibilità dello Stato solo dopo un’ eventuale condanna definitiva”. “È ormai chiaro – evidenzia l’Usb – che il Piano industriale è pronto da mesi, ma, come abbiamo sempre sostenuto, non c’era la copertura finanziaria. Ai ritardi Aia – rileva ancora l’Unione sindacale di base – si sommano le disastrose situazioni su alcuni impianti dovuti alla mancanza ormai cronica di manutenzioni ordinarie, pezzi di ricambio e tutto quello che serve a poter lavorare in condizioni di sicurezza. Alla fine, per ripristinare i grossi problemi impiantistici, non legati alla questione Aia probabilmente serviranno diversi centinaia di milioni di euro o addirittura qualche miliardo”.

http://cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5591-no-tengo-dinero.html

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”

COMUNICATO STAMPA MOVIMENTO CIVICO “TARANTO RESPIRA”
In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla seconda massiva operazione di mistificazione della realtà. Ancora una volta , con mezzi ben più sofisticati e subdoli rispetto a 60 anni fa, si persuade l’intera popolazione tarantina che la grande industria sia l’unica possibilità per una immediata svolta epocale.. Servendosi di ogni mezzo di comunicazione, sciorinando cifre iperboliche, si proclamano e sbandierano vittorie per battaglie mai cominciate e delle quali ben altri sono i protagonisti. Si sfrutta il mandato di rappresentanza della propria città soltanto per ridicolizzare agli occhi di un intero Parlamento il ruolo dei veri autori dell’attenzione di cui in questo momento , anche se con deludenti risultati, è oggetto il nostro territorio. Hanno persino ripreso fiato personaggi, che farebbero bene a tacere almeno fino a quando sarà dissipato ogni minimo dubbio sulla loro (usando un eufemismo) accondiscendenza nei confronti dell’ILVA. Est modus in rebus, dicevano i nostri avi, ma da tempo i nostri eroi hanno abbandonato stile e misura nelle loro esternazioni. Noi per primi vorremmo credere a questi proclami ma la realtà è ben diversa. L’’ambientalizzazione con i soldi della famiglia Riva è una chimera sia per la sua già sin da ora dichiarata insostenibilità economica e finanziaria sia per ragioni di mercato attualmente e, probabilmente nel prossimo futuro , in fase negativa.
Allora perché chiamarci uccelli di malaugurio se esprimiamo dei ragionevoli dubbi sulla solvibilità della famiglia Riva e sull’utilità di risanare un impianto non competitivo in quanto vecchio ed obsoleto e chiediamo invece alternative di sviluppo economico? Perché chiamarci Cassandre se reclamiamo infrastrutture e collegamenti per far sì che anche Taranto goda degli effetti del trend positivo di cui tutta la Puglia sta beneficiando? Dov’è il nostro cinismo se intravvediamo nella promozione culturale di questo territorio dal glorioso passato e nella salvaguardia del nostro mar Piccolo e delle millenarie attività ad esso connesse l’unica vera via per uscire da questo degrado e da questa crisi?Siamo disfattisti se pensiamo che il progetto Tempa Rossa o il parco eolico nel Mar Grande peggioreranno una situazione ambientale già altamente compromessa? Le spariamo grosse se pretendiamo un risarcimento per i mitilicoltori,allevatori di bestiame, agricoltori che hanno perso il proprio lavoro e con esso la propria dignità? E ancora più grosse le spariamo se studi dell’Istituto Superiore della Sanità evidenziano un eccesso di mortalità a Taranto e per questo ci interroghiamo sulla effettiva utilità di ulteriori screening sanitari?
Noi del Movimento Civico “TARANTO RESPIRA” chiediamo allora ai politici tarantini di usare il loro tempo e il loro ruolo come rappresentanti di tutto il territorio ,abbandonando supponenza e arroganza , perché la nostra città ha urgentemente bisogno di una politica basata su proposte concrete ed economicamente utili, non certo di campagne mediatiche , studiate a tavolino e dal forte sapore preelettorale.
Vittoria Orlando
Movimento civico “Taranto Respira”

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

Ilva, tutte le sostanze che avvelenano Taranto

 

 
Centosettantaquattro morti «riconducibili» alle emissioni dell’acciaieria Ilva di Taranto. Sono questi i numeri forniti nelle perizie che hanno portato il Gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto al sequestro dell’area a caldo dell’acciaieria più grande d’Europa. I tre consulenti, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, che hanno realizzato le perizie scientifiche, scrivono: «L’esposizione agli inquinanti emessi ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi che si traducono in malattia o morte».

La concentrazione delle sostanze tossiche è maggiore nei quartieri Tamburi e Borgo, quelli più vicini alle ciminiere, dove la  mortalità è quadrupla e i ricoveri per malattie cardiache tripli rispetto al resto della città. Nell’area di Taranto, è scritto nel decreto di sequestro, «si registrano significativi eccessi di tumori polmonari e vescicali, per i quali l’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici costituisce un importante fattore di rischio». E nel caso dei tumori polmonari «si riporta anche un’associazione significativa con la distanza della residenza dall’area dello stabilimento siderurgico». La categoria maggiormente a rischio sarebbe quella «rappresentata dai bambini». Le sostanze inquinanti causano, secondo quanto scritto nelle perizie, «effetti avversi sulla salute infantile e sulla gravidanza».

Ma quali sono i veleni di Taranto? Eccoli, uno per uno.

Metalli pesanti
Come si legge nel decreto di sequestro preventivo del Tribunale di Taranto, nell’aria della città pugliese è stata rilevata la presenza di «composti inorganici aerodispersi prevalentemente a base di ferro e ossidi di ferro (materia prima essenziale nei processi siderurgici)», oltre che di metalli pesanti tossici tra cui l’arsenico. La presenza dei metalli si rileva soprattutto nelle aree adiacenti il parco minerale, dove sono state individuate anche tracce di piombo, vanadio, nichel e cromo. La composizione di questi metalli, scrivono i magistrati, si può riscontrare «nelle varie frazioni granulometriche, dalla più grossolana (imbrattante) a quella più fine (nociva)». Si tratta sia di metalli dispersi nell’aria, sia depositati sulle pareti dei palazzi dei quartieri Tamburo o Borgo e sull’asfalto.

Tra i metalli di cui sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia, ci sono molibdeno, nichel, piombo, rame, selenio, vanadio, zinco e platino. Tutti elementi che «possono innescare infiammazioni, effetti cardiovascolari, renali» e che «causano danni al Dna e alterano la permeabilità cellulare inducendo la produzione di specie reattive dell’ossigeno nei tessuti». Con l’esposizione ai metalli pesanti sono state messe in relazione anche malattie neurologiche e renali. In particolare, il manganese è stato associato alle malattie neurologiche, mentre cadmio, piombo e cromo alle patologie renali.

Secondo uno studio presentato a Oxford, sarebbe stata certificata anche «la presenza di piombo nelle urine dei tarantini». Su 141 soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne), il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non esposta, in un intervallo che va da 0,5 a 3,5 microgrammi per litro.

Le polveri contenenti i metalli sono risultate superiori di 25,1 volte al valore minimo(1mg/Nm3) e 1,7 volte al valore massimo (15 mg/ Nm3). Ecco i metalli per i quali sono state rilevate concentrazioni superiori alla soglia di rilevabilità strumentale:

PM10 e PM2,5 (Particulate Matter o materia particolata)
La materia particolata è una miscela di elementi metallici e composti chimici organici e inorganici dotati di differente tossicità per l’uomo. Il 10 o il 2,5 dopo l’acronimo Pm identificano il diametro delle particelle, 10 o 2,5 millesimi di millimetro. Nelle perizie la materia particola viene definita come «inquinante tossico di per sé». L’effetto dannoso dipende dalla composizione del Pm. La soglia massima prevista è di 20 millesimi di grammo di Pm10 per metro cubo. Ma, come scritto nelle perizie, attorno alla scuola elementare Grazia Deledda, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti Ilva, i livelli di Pm10 superano anche «la soglia di 50 millesimi di grammo per metro cubo».

La nocività delle polveri sottili dipende dalle dimensioni delle particelle e dalla capacità di raggiungere le diverse parti dell’apparato respiratorio. Le particelle più grosse vengono filtrate dal naso e dalle prime vie respiratorie, mentre le particelle più piccole possono raggiungere i bronchioli terminali e gli alveoli. Depositandosi quindi nei polmoni.

Nella sola area attorno alla cokeria, l’emissione delle polveri registrata sarebbe di 267 grammi per ogni tonnellata di coke, superiore di 17 volte rispetto al valore minimo (15,7 grammi per tonnellata di coke). Ma le concentrazioni nmon sarebbero rilevanti di per sé. È la presenza della materia particolata a causare danni. I risultati dell’analisi mostrano infatti che «per ogni incremento di 10 μg/m3 del Pm10 si osserva un aumento della mortalità pari allo 0.6% e le stime sono simili o più elevate per la mortalità cardiovascolare e respiratoria».

Nelle perizie viene documentato infatti un «aumentato rischio di morte per cause cardiovascolari e respiratorie e per cancro polmonare parallelo all’esposizione nel corso della vita alla componente particolata dell’inquinamento atmosferico». A essere colpiti sono soprattutto i bambini, esposti all’«insorgenza di asma e allergie». Altri studi suggeriscono anche che «l’esposizione al particolato, specie quello ultrafine, può avere un impatto sul cervello e può portare al deterioramento cognitivo e demenza di Alzheimer».

Tra le altre conseguenze, ci sono sia effetti acuti che cronici. Tra i primi, l’aggravamento dei sintomi respiratori e cardiaci in soggetti malati, le infezioni respiratorie acute, crisi di asma bronchiale, disturbi circolatori e ischemici, fino alla morte. Gli effetti cronici sono di tipo respiratorio e cardiovascolare e si presentano come conseguenza di una esposizione di lungo periodo e comprendono sintomi respiratori cronici quali tosse e catarro, diminuzione della capacità polmonare, bronchite cronica, aumento della patologia cardiocircolatoria con aumento della pressione arteriosa, aumento nella frequenza di malattie ischemiche (esempio, angina pectoris) e cerebrovascolari (esempio, attacco ischemico transitorio) con la comparsa di vari eventi acuti coronarici (infarto del miocardio, angina instabile) e cerebrovascolari (ictus).

Il numero di decessi e malattie riconducibili all’eccessiva presenza di Pm10 è elevato: «Per citare alcuni dati della tabella, nei 13 anni di osservazione sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache. Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) (in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per
anno). L’esposizione a Pm10 primario di origine industriale (in grande prevalenza proveniente dalle sorgenti convogliate del complesso siderurgico) è associata in modo coerente con un aumento della mortalità complessivo e con la mortalità e morbosità per cause cardiovascolari (in particolare la malattia ischemica), respiratorie, neurologiche e renali».

 

Gas (NO2, SO2)
Attraverso le “torce” dell’acciaieria, si legge nelle perizie, l’impianto avrebbe smaltito «abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi». Le sostanze inquinanti aerodisperse con un impatto negativo «rilevante» sulla salute dell’uomo, e in modo specifico sull’apparato respiratorio raggiunto per via inalatoria, sono gli ossidi di zolfo, in particolare SO2, e gli ossidi di azoto, in particolare NO2. A questi si aggiungono l’ossido di carbonio, gli idrocarburi aromatici policiclici e il particolare totale sospeso.

L’esposizione al diossido di azoto, NO2, nell’area di residenza è associata a sintomi di bronchite anche negli adulti. Il composto è un forte irritante delle vie polmonari: provoca tosse acuta, dolori al torace, convulsione e insufficienza respiratoria. I danni ai polmoni si possono manifestare anche molti mesi dopo l’esposizione. Il diossido di zolfo, SO2, o anidride solforosa, è un gas irritante per gli occhi e per il tratto respiratorio. Per inalazione può causare edema polmonare e una prolungata esposizione può portare anche alla morte.

Ecco le percentuali rilevate a Taranto: 

 

Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa)
Sono un gruppo di composti chimici simili per struttura, formati da più anelli aromatici condensati in una struttura piana. Tra i più tossici: antracene, acenaftene, benzo(a)pirene, benzo(j)fluorantene, fenantrene, crisene. Vengono prodotti dai processi di combustione di sostanze organiche quali carbone, petrolio e suoi derivati, inceneritore di rifiuti e impianti industriali. Possono essere presenti nell’aria in fase gassosa ma possono anche aderire al particolato atmosferico e venire trasportati dalle correnti d’aria anche a grandi distanze e veicolati in casa da abiti e scarpe. Vengono assorbiti per via inalatoria sia in fase gassosa sia come particolato ma anche attraverso la pelle. Dopo l’assorbimento vengono rapidamente distribuiti a livello epatico, intestinale, polmonare e nel tessuto adiposo e mammario nonché a livello surrenalico e delle gonadi. Sono in grado di oltrepassare la placenta in seguito a esposizione inalatoria, cutanea e orale.

L’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici può causare il cancro alla pelle e al polmone. Il benzo(a)pirene, in particolare, risulta tra i cancerogeni certi, classificato come «cancerogeno per l’uomo» mentre gli altri Ipa sono considerati possibili cancerogeni. Queste sostanze possono interferire con il sistema immunitario, causare un aumento di asma e rinite allergica.

 

 

Benzene
È un idrocarburo aromatico monociclico a sei atomi di carbonio. Si genera da processi di combustione incompleta di composti ricchi di carbonio. Questi processi possono essere naturali o causati dall’uomo (produzione di carbon coke nell’industria dell’acciaio, processi di distillazione del petrolio e del carbon fossile). L’assorbimento del benzene avviene quasi esclusivamente attraverso le vie respiratorie e gli effetti sull’organismo umano variano a seconda della quantità e del tempo di esposizione: brevi esposizioni di 5-10 minuti a livelli molto alti di benzene nell’aria (10000-20000 ppm) possono condurre alla morte; livelli di concentrazione più bassi (700-3000 ppm) invece causano giramenti di testa, sonnolenza, aumento del battito cardiaco, tremori, confusione e perdita di coscienza. Il benzene inoltre causa irritazione di pelle e mucose (oculare e respiratoria in particolare). Gli effetti tossici sono dovuti a esposizioni croniche, ambientali o professionali per tempi molto lunghi e a basse concentrazioni.

Il benzene rientra tra le sostanza cancerogene certe, grazie a evidenze scientifiche che ne dimostrano l’associazione, in seguito a esposizione professionale, con leucemie acute non linfoidi, e in particolare leucemia mieloide acuta (alle sostanze volatili organiche, tra cui il benzene, è, infatti, riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori del sangue, in particolare la leucemia). Sono in corso di accertamento numerose associazioni con altri tipi di tumori. L’effetto cancerogeno è dovuto alla sua capacità di inserirsi all’interno della catena del Dna, modificandone la struttura e di conseguenza i “comandi” cellulari, come la sintesi di proteine e la riproduzione cellulare incontrollata.

 

Diossine

Sono una classe di composti organici eterociclici. Comprendono un gruppo di 210 composti aromatici clorurati classificabili in due grandi famiglie: le PoliCloroDibenzoDiossine (Pcdd) e i PoliCloroDibenzoFurani (Pcdf), che hanno struttura chimica, azione biologica e proprietà fisiche simili. Rientrano in questa classe anche i PoliCloroBifenili, Pcb, o diossina-simili (o Pcb-dl dioxine like) per le proprietà tossicologiche comuni.

Sono il sottoprodotto di processi chimici e di combustione di materiali contenenti cloro in difetto di ossigeno, a temperature inferiori a 800 gradi. Una volte immesse nell’atmosfera possono essere trasportate anche a grandi distanze, depositandosi su suolo, acque e nei sedimenti, e rimanendo lì per decenni. Il pericolo maggiore è la possibilità di entrare nella catena alimentare. Gli animali, nutrendosi di vegetazione contaminata, tendono a concentrare la diossina nel grasso, nelle loro carni e nel latte. Si noti anche l’importante eccesso di tumori dei tessuti molli osservato nella valutazione dell’esposizione a diossine. Per queste associazioni tra lavoro in siderurgia e comparsa di tumori esiste una vasta evidenza scientifica.

Nello stabilimento dell’Ilva il punto di maggior emissione di diossine è il camino E312 dell’agglomerato, il più alto – 220 metri – dei camini dell’Ilva (e tra i più alti tra quelli utilizzati in altri grandi sinterizzatori europei, in genere di altezza uguale o inferiore a 150 metri). La portata del camino è di circa 3 milioni di metri cubi per ora. La soglia massima consentita per la somma di Pcdd e Pcdf è di 0,4 nanogrammi TEQ su metro cubo (ng TEQ/Nm3).

Le diossine sono tra le sostanze cancerogene del gruppo 1, quelle con provata attività tumorale. Alle diossine è riconosciuto un ruolo cancerogeno per i tumori nel loro complesso, per i tumori del tessuto linfoematopietico (linfoma non-Hodgkin) e per i tumori del tessuto connettivo, come i sarcomi dei tessuti molli. Oltre a questo, le diossine hanno un effetto negativo su sistema immunitario, fegato e cute, e un’azione mutagena ed embriotossica. Le manifestazioni acute da diossine comprendono la cloracne, l’endometriosi, l’infertilità maschile, la disregolazione del sistema immunitario, le alterazioni nervose e comportamentali e le interferenze endocrine.

«Le analisi e i monitoraggi condotti nel corso dell’indagine alle emissioni dell’Area
agglomerazione e in particolare all’emissione denominata E312 “agglomerazione Agl2” hanno
evidenziato valori di inquinanti Pcdd/Pcdf al di sotto dei valori limite previsti», si legge. Ma qualsiasi siano le quantità di diossine riscontrate dai campionamenti, non ha senso parlare di «limiti alti, bassi o medi. La diossina comunque non dovrebbe esserci trattandosi di sostanza gravemente dannosa per la salute
umana, animale e vegetale». Questa quantità dovrebbe essere zero. «Più ci si discosta da questo valore, più aumentano le probabilità che un certo numero di individui possano morire. Con l’aumentare della quantità non aumenta la tossicità, ma il numero di morti».

Amianto

È un minerale con struttura fibrosa, molto comune in natura. In passato è stato usato in grandi quantità nell’industria, nell’edilizia e nei trasporti, per il basso costo di lavorazione e la resistenza al calore e al fuoco (nome commerciale Eternit). La legge n.257 del marzo 1992 ne vieta l’utilizzo in Italia, a causa della pericolosità per la salute pubblica dovuta alla natura fibrosa del minerale. Il rischio principale legato all’amianto è dovuto alla dispersione delle fibre in aria e nel suolo, a causa di una ridotta compattezza dei manufatti in amianto dovuta sia all’usura del tempo (alcuni decenni) o degli agenti atmosferici, sia al danneggiamento a opera dell’uomo. Anche a bassissime concentrazioni, la fibra d’amianto può provocare patologie, prevalentemente dell’apparato respiratorio (asbestosi, carcinoma polmonare, mesotelioma).

Se inalato è molto pericoloso perché le sue fibre si dividono longitudinalmente e mantengono una forma ad “aghi” anche alle dimensioni ridotte di alcuni centesimi di micron. Una volta nel sistema respiratorio, le fibre si concentrano nei bronchi, negli alveoli polmonari e nella pleura, e proprio come una lamina appuntita possono “trafiggere” le mucose provocando danni irreversibili ai tessuti. Possono disperdersi anche a notevole distanza dal luogo di origine.

I maggiori livelli di rischio si sono riscontrati negli ambienti di lavoro dove l’amianto veniva manipolato (produzione di cemento-amianto, spruzzatura di edifici o di mezzi di trasporto come i treni e le navi, produzione di tessuti, ecc.) e negli ambienti di vita dove è presente amianto spruzzato in cattivo stato di conservazione.

Gli effetti nocivi che si manifestano in seguito all’inalazione di amianto sono dovuti all’instaurazione di meccanismi irritativi, degenerativi e cancerogeni. Tutti i tipi di amianto sono classificati tra gli agenti cancerogeni umani certi (Gruppo 1). Oltre che per la pleura, le neoplasie possono riguardare il polmone, la laringe, il peritoneo, il pericardio e il testicolo e, seppur con evidenza limitata, l’ovaio, il colon-retto, lo stomaco e la faringe.

I “Liberi e Pensanti”: «La priorità è la salute»

 

SAMSUNG

TARANTO – «Il ministero dell’Economia ha dato la sua disponibilità a a trovare le risorse economiche per effettuare lo screening sanitario gratuito ai cittadini dell’area Ilva e della cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Questa importante notizia ci fa capire che le nostre parole a Roma sono state ascoltate». Così Nicola Ordini, uno dei portavoce del“Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, ha esordito durante la conferenza stampa organizzata questa mattina e incentrata sull’audizione svoltasi il 7 gennaio scorso presso la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati a Roma.

All’incontro con la stampa, tenutosi in via Santilli, hanno partecipato Cataldo Ranieri, Raffaele Cataldi e lo stesso Ordini. La salute è il tema fondamentale della discussione perchè, ribadiscono dal gruppo, «il Parlamento si appresta a convertire in legge il quinto decreto varato dal Governo sulla questione Ilva per salvaguardare il profitto del polo siderurgico ma nemmeno uno a tutela della salute, degli operai, degli allevatori o dei mitilicoltori. Questa città ha bisogno di risposte immediate sulle questioni salute e lavoro».

Oggi, come il 7 gennaio scorso in audizione a Roma, il comitato ha ribadito la necessità di accertamenti sanitari da effettuare sui cittadini di Taranto e Statte grazie ad un’esenzione ticket straordinaria. L’esenzione, hanno spiegato stamattina, dovrà spettare a chi può contrarre patologie derivanti dall’inquinamento, quindi persone sane, e dovrà essere riconosciuta dai medici sentinella (medici di famiglia o di ambulatori periferici) che individueranno i soggetti destinatari e le prestazioni erogabili. Le risorse economiche per erogare questo servizio, hanno ribadito i “liberi e pensanti”, potrebbero essere garantite dalle diverse decine di milioni di euro che stanno per essere messe a disposizione del Commissario straordinario per le bonifiche.

Per coinvolgere i cittadini su questa tematica il Comitato ha organizzato due banchetti che saranno posizionati lunedì prossimo all’esterno dell’ingresso del Cup dell’ospedale Santissima Annunziata e l’altro, sabato 18, presso il mercato rionale del quartiere Tamburi. «E’ importante parlare di salute – ha spiegatoRaffaele Cataldi – perchè non siamo numeri ma persone. Quotidianamente abbiamo esempi di morte in questa città». Aldo Ranieri è tornato anche sulla futura costruzione del nuovo ospedale cittadino che dovrebbe vedere la luce fra alcuni anni. «Le risorse economiche previste per la costruzione del nuovo nosocomio dovrebbero essere destinate al potenziamento delle strutture, della logistica ospedaliera già esistenti e all’assunzione di nuovo personale sanitario».

E la salute, quella che purtroppo manca, è stata anche al centro dell’attenzione dell’incontro.  Un operaio Ilva e del gruppo “liberi e pensanti” ha raccontato ciò che è avvenuto ieri pomeriggio all’interno del reparto day hospital di oncologia dell’ospedale “Moscati”. «Quello che ho visto ieri – ha spiegato Massimo Russo – è impressionante. In una sala d’attesa erano presenti oltre 60 pazienti, e altrettanti accompagnatori, prenotati per sottoporsi a trattamento di chemioterapia. Questo dalle ore 8 alle 20. Io ero presente perchè accompagnavo mia moglie ed ho avuto un incontro con la direzione sanitaria: mi è stato detto che il disagio era dovuto ai tagli alla sanità e alla mancanza di tre infermieri in malattia. Io non sono contro il personale sanitario ma quello che ho visto ieri è davvero scioccante. E’ necessario potenziare le strutture esistenti e l’assunzione di nuovo personale».

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-occhi-puntati-su-roma-i-liberi-e-pensanti-la-priorita-e-la-salute.html

Gli auguri dell’ILVA

OGGI A TARANTO, ore 14, 30

sino a poco fa

Gli auguri dell'Ilva e dello Stato Italiano ai Tarantini  per il Nuovo Anno
Gli auguri dell’Ilva e dello Stato Italiano ai Tarantini
per il Nuovo Anno
taranto 1° gennaio
Taranto 1° gennaio 2014
1° Gennaio 2014
1° Gennaio 2014

sta notte sicuramente continueranno

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Ilva, Nicastro:

“Regione Puglia contraria a slittamento tempi attuazione Aia”

parlamento“La Regione Puglia non condivide l’iniziativa legislativa di cui al DL. 136/2013 soprattutto nella parte in cui consente lo slittamento dei tempi di attuazione dell’AIA così come rilasciata e modificata dal Ministero dell’Ambiente, nonché nella parte in cui cerca di superare la normativa vigente in materia di discariche di rifiuti pericolosi e non pericolosi. Riteniamo che l’azione legislativa possa indicare soluzioni finalizzate alla riduzione della tempistica prevista dalla norma per la definizione dei procedimenti amministrativi ma non possiamo condividere una norma che ‘crea eccezioni’ ad aziendam che, fra le altre cose, potrebbero generare confitti con la normativa europea in materia e conseguenti procedure di infrazione comunitaria”. Così l’assessore alla Qualità dell’Ambiente della Regione Puglia, Lorenzo Nicastro, si è espresso in Commissione Ambiente della Camera nell’audizione prevista all’interno dell’iter di conversione in legge del decreto 136/2013.

“Il dato politico rimane ed è lampante – continua Nicastro – la decretazione d’urgenza che, negli ultimi anni, è stato lo strumento principe per dirimere le questioni che riguardano l’acciaieria di Taranto non garantisce il raggiungimento dell’obiettivo e, spesso, ha creato un percorso schizofrenico quanto alle soluzioni individuate. Non posso fare a meno di ribadire il concetto delle cangianti priorità individuate dai vari decreti che, di volta in volta, venivano sconfessate e annullate dal decreto immediatamente successivo a distanza di pochi mesi. Per la Puglia, per Taranto questo non solo rischia di non essere sufficiente ma rischia anche di vanificare quanto si tenta di fare. Sul 136 – prosegue Nicastro – sono stato chiaro: non possiamo essere d’accordo con una norma che dilata i tempi di una Autorizzazione Ambientale già per larga parte disattesa. L’audizione di oggi è stata anche l’occasione di portare a conoscenza della Commissione della delibera di Giunta recentemente adottata in relazione al piano del Comitato di Esperti sul processo di ambientalizzazione del siderurgico: abbiamo avuto modo di rimarcare come questo piano, di fatto, in relazione alle emissioni in atmosfera, costituisca una modifica dell’Aia per la quale, a nostro giudizio, non esistono motivazioni sufficienti”.

Conclude l’assessore regionale all’Ambiente: “Abbiamo infine evidenziato come permangano  problematiche legate all’emungimento da pozzi autorizzati, all’interno dello stabilimento, in un’area sulla quale il Piano di Tutela delle Acque (PTA) ha posto delle limitazioni al prelievo in quanto l’acquifero è vulnerabile da contaminazione salina ribadendo la necessita di una riduzione progressiva, nel tempo, dell’utilizzo di quelle acque attraverso la riduzione/risparmio dei consumi generali, il riciclo e il riutilizzo delle acque depurate e trattate, il riuso delle acque meteoriche, attraverso le migliori tecnologie disponibili. Per non parlare poi degli scarichi idrici sui quali è necessario effettuare i campionamenti per l’individuazione di contameninanti a monte dei canali  di scarico che sono per buona parte a cielo aperto e pertanto suscettibili di raccogliere le acque meteoriche dell’ambiente circostante ed il particolato presente nell’aria con un effetto di diluizione”.

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-nicastro-regione-puglia-contraria-a-slittamento-tempi-attuazione-aia.html

Aia a rischio blocco: mancano le risorse

 

[27 dicembre 2013]

ilva

Il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi in audizione in commissione Ambiente alla Camera sul decreto inerente le emergenze ambientali ha fornito il bilancio dell’attività dell’azienda per il 2013, e non ha portato buone notizie.

«L’Ilva ha prodotto sei milioni e 230 mila tonnellate di acciaio, contro gli otto milioni e 248 mila del 2012, con una differenza nei ricavi di 41 euro a tonnellata. C’è stata una diminuzione del costo delle materie prime di 25 euro per tonnellata, che non compensa, e in più un incremento del costo per energia, manutenzione, prestazioni esterne, per 24 euro a tonnellata – ha spiegato Bondi – la produzione, ha frenato moltissimo e nel mercato italiano i nostri concorrenti hanno esportato il 25% in più. Comunque noi siamo in equilibrio finanziario, ma il conto economico è particolarmente pesante anche se – ha sottolineato il Commissario – non è assolutamente aumentata l’esposizione con le banche così come quella con i fornitori che resta a 35 giorni di scaduto, fisiologico. Ma a gennaio non so se saremo ancora in grado di mantenere questa situazione».

Infatti secondo le previsioni di Bondi il futuro non è affatto roseo. «Nel 2014 prevediamo 600-700 milioni di investimenti nell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale ndr) che si potranno fare se ci saranno finanziamenti perché le nostre risorse non bastano. C’è bisogno adesso di un provvedimento veloce – ha concluso il Commissario – altrimenti in gennaio faticheremo a fare tutto quello che dobbiamo fare».

Preoccupazione per quanto emerso dall’Audizione di Bondi è stata espressa dal co-portavoce dei Verdi e consigliere comunale a Taranto, Angelo Bonelli: «Dopo l’audizione di Bondi alla Commissione Ambiente è abbastanza evidente che L’Aia per l’Ilva di Taranto non potrà essere applicata perché non ci sono le risorse. Ricordiamo che l’applicazione dell’Aia per l’Ilva, per stessa voce dei commissari, ha un costo che si aggira intorno ai 3,5 miliardi di euro: cifre lontanissime da quella di cui ha parlato Bondi durante la sua audizione e che, tra l’altro, sarebbero legate ad un eventuale credito bancario. L’unica cosa certa è che a Taranto- ha aggiunto Bonelli- non solo non ci sono le risorse per le bonifiche ma che si va verso un’inaccettabile “prorogatio” rispetto alle misure di salvaguardia ambientale e di tutela della salute che rappresenta l’ennesimo schiaffo ad una città che continua a soffrire a causa dell’inquinamento».

http://www.greenreport.it/news/lilva-di-taranto-torna-a-far-paura-aia-a-rischio-blocco-mancano-le-risorse/#prettyPhoto

ILVA: E ADESSO CHE SI FA?

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE HA SPARIGLIATO I PIANI DI GOVERNO, SINDACATI E BONDI

E adesso che si fa? Il contraccolpo della decisione dei giudici della VI sezione penale della Cassazione, che venerdì hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) emesso dal gip Todisco lo scorso 24 maggio, è stato pesante. C’è chi ha subito gridato al “venduti” (dimenticando che sin qui la Cassazione aveva bocciato ogni ricorso presentato dai legali dei Riva e di tutti gli indagati dal luglio 2012), chi continua a vedere nella via giudiziaria l’unica strada possibile per ottenere non si sa cosa e chi ha scelto una posizione di limbo in attesa di conoscere le motivazioni che hanno portato a questa decisione. La quale, questo sia chiaro a tutti, è stata di natura prettamente giurisprudenziale. Il che vuol dire che pur sembrando illogica ai più, troverà la sua ragion d’essere nell’impervia giungla del codice penale.
Sia come sia, la natura del problema non cambia: vuoi perché quegli 8 miliardi non sarebbero mai stati trovati (i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici arrivando a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni immobili che da oggi rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva), vuoi perché anche a fronte di una futura condanna nel processo ancora di la da venire, non è detto che i Riva risarciranno mai Taranto e i suoi cittadini. Non solo: perché la Cassazione ha fornito un assist perfetto al gruppo lombardo. Che adesso, per effetto della legge 89 del 4 agosto, sono fuori dai giochi almeno sino al 2016. Il commissariamento infatti, prevede che la gestione dell’Ilva Spa affidata ad Enrico Bondi duri per 3 anni: soltanto al termine del mandato, l’azienda tornerà (o almeno dovrebbe) di fatto ai Riva. I quali, soltanto a quel punto decideranno il da farsi. Ora: stante il fatto che Bondi e Ronchi non sanno dove andare a prendere i soldi per effettuare tutti gli interventi previsti dall’AIA rimodulata dal piano ambientale che dovrà essere approvato con decreto dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando entro il 28 febbraio, è chiaro che i motori dell’Ilva rischiano di fermarsi molto presto. Visto che nessuno, ad oggi, sa dire con un minimo di cognizione di causa da dove dovrebbero arrivare le risorse finanziarie per mantenere in vita il più grande siderurgico d’Europa.
Le banche italiane non sono certo così ingenue dall’andarsi ad invischiare in un labirinto senza avere la certezza che quest’ultimo contenga una via d’uscita certa. La BEI (Banca Europea degli Investimenti) può finanziare alcuni progetti, ma non può fare più di tanto. Né è pensabile ipotizzare l’intervento di qualche colosso estero, che certamente non gradirebbe avere puntati addosso i fari della magistratura tarantina. In molti ipotizzano l’intervento diretto dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (dove sono depositati i risparmi postali di milioni di italiani): ma anche in questo caso, siamo sempre nel campo delle ipotesi molto più remote che reali. Né si può concretamente pensare che possano essere utilizzati i 2 miliardi di euro sequestrati dalla Procura di Milano al gruppo Riva, nell’ambito dell’inchiesta per reati fiscali: visto che il processo non è ancora iniziato e si dovrà comunque attendere l’eventuale condanna definitiva. La giostra, dunque, pare essere arrivata all’ultimo giro.
Intanto, oggi e nei prossimi giorni proseguirà il lavoro della Guardia di Finanza incaricata dalla Procura di Taranto di dissequestrare i beni del gruppo Riva e delle società controllate dell’Ilva (quest’oggi si svolgerà un incontro tra i militari e il pool di magistrati guidati da Franco Sebastio). La Cassazione, pronunciato il dispositivo ha inviato tramite la propria Procura generale alla Procura di Taranto tre ordini di cessazione della misura cautelare reale. Riguardano, nello specifico, altrettanti ricorsi proposti da Riva FIRE e Riva Forni elettrici, poi da Riva Energia, Muzzana Trasporti e Riva Acciaio, infine da Maurizio Saa, Giuseppe Parrello e Angelo Bianchi per conto delle controllate dell’Ilva. Queste ultime sono Ilva commerciale, Taranto Energia, Ilvaform, Ilva immobiliare, Immobiliare Siderurgica, Sanac, Ilva Servizi Marittimi, Innse Cilindri e Celestri. Gli avvocati del commissario Enrico Bondi hanno impugnato il sequestro delle controllate Ilva individuandovi “molteplici profili di illegittimità”.
Vuoi vedere che alla fine l’Ilva chiuderà per effetto “indiretto” dei giudici della Cassazione?

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

Ieri, domenica 22, picco di IPA elevatissimo a Taranto

Chiediamo a Vendola (oggi interrogato in Procura) se fa bene ai nostri bambini continuare così
23 dicembre 2013 – Alessandro Marescotti

diagramma ipa taranto

diagramma ipa taranto
Autore: alessandro marescotti
Fonte: peacelink
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Come si può vedere dalla foto allegata, le emissioni derivanti dall’area industriale ieri notte erano evidenti. 

E in quelle ore abbiamo misurato valori elevatissimi di IPA, gli idrocarburi policiclici aromatici potenzialmente cancerogeni.

Il picco è arrivato a oltre 500 manogrammi a metro cubo in una posizione periferica della città (zona Bestat) che si trovava sottovento e in cui eravamo posizionati effettuando misurazioni ambientali.

 

Ieri abbiamo registrato in città nella zona via Dante – Bestat una media elevata di IPA: 55,6 nanogrammi/m3. E’ la media di 4512 misurazioni ambientali effettuate da PeaceLink.inquinanti sulla città di taranto

inquinanti sulla città di taranto
Autore: caterina bonavoglia
Fonte: profilo facebook
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E’ una concentrazione paragonabile al fumo passivo. Ma questa è la solo la media della giornata di ieri che ha registrato dei picchi di IPA veramente preoccupanti se si ha l’attenzione di disaggregare i dati.

 

Va infatti osservato l’andamento degli IPA durante la giornata, evidentissimo nel grafico fotografato sullo schermo del computer su cui abbiamo elaborato i dati.

 

In fatto più preoccupante è che nel pomeriggio di ieri che si è registrata una impennata di IPA che ha raggiunto e superato quota 500 nanogrammi a metro cubo. Infatti fra le ore 16 e le ore 19 il vento ha cambiato direzione facendo in modo che la città si trovasse sottovento rispetto all’area industriale, ossia fosse investita dall’aria che trasportava le sostanze emesse dai camini.

 

dati ipa taranto

dati ipa taranto
Autore: alessandro marescotti
Fonte: peacelink
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Se alle ore 16 il vento ieri veniva ancora da Sud-ovest e alle ore 19 proveniva da Nord-ovest, ossia dall’area industriale, secondo i dati di meteo.it e quindi ecco che gli IPA potenzialmente cancerogeni sono aumentati fino ad arrivare al picco assurdo di 511 ng/m3 delle ore 20.46.

Vedere grafico allegato PICCO 22 12 2013. La comparazione fra le colonne blu (inquinamento) e rosse (fumo passivo) fornisce a colpo d’occhio la gravità di quanto è accaduto in quel lasso di tempo. Vedere i valori del foglio elettronico di comparazione fra il picco di IPA di ieri e le concentrazioni di IPA da fumo passivo (ultimo file allegato).

Vedere anche il foglio elettronico allegato con tutte le misurazioni effettuate ieri con la strumentazione in dotazione a PeaceLink che è identica a quella utilizzata da Arpa e da ILVA (analizzatore portatile Ecochem PAS 2000).

 

Forniamo queste informazioni in una giornata particolare: oggi viene interrogato Vendola dalla Procura della Repubblica e si riunisce il Consiglio Comunale per discutere anche delle questioni ambientali.

 

Chiediamo a Vendola e ai consiglieri comunali fino a quando dovremo far respirare ai nostri bambini questi picchi potenzialmente cancerogeni?

http://www.peacelink.it/ecologia/a/39524.html