Forti con i deboli

Sequestrate cinque tonnellate di cozze coltivate in una zona interdetta alla pesca nel Mar Piccolo a Taranto. L’area è considerata a rischio sanitario per la presenza di diossina e Pcb oltre i limiti di legge. I mitili sono stati prelevati dai militari della Capitaneria di Porto coadiuvati dalla Polizia di Stato, dalla Polizia municipale e dalla Guardia di Finanza. Non sono mancati momenti di tensioni e proteste da parte di alcuni pescatori. “Questi sgomberi- hanno affermato – avvengono sempre nei confronti dei più deboli. La diossina non l’abbiamo causata noi, ma non sentiamo mai di sequestri fatti allo stabilimento”. Il prodotto è stato caricato su autocompattatori dell’Amiu per essere in seguito distrutto. “A Taranto oggi sono state distrutte, giustamente, tonnellate di cozze coltivate nel seno del Mar Piccolo perché contaminate dalla diossina e da pcb. Tra allevatori, coltivatori, mitilicoltori e maricoltori sono migliaia i posti di lavoro persi a Taranto a causa dell’inquinamento. – ha commentato il leader dei Verdi, Angelo Bonelli- Nessuna istituzione o sindacato difende questi lavoratori che dovrebbero avere gli stessi diritti di altri lavoratori. Ma così non è. Ecco perché a Taranto la costituzione italiana non è applicata e i sindacati troppo impegnati a parlare con i vertici della grande industria hanno dimenticato questi lavoratori che non dovrebbero essere ultimi a nessuno”. “Per loro – ha concluso- nessun decreto legge per loro solo disoccupazione e i sindacati tacciono”

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

I SIN pugliesi, troppi ritardi e poche bonifiche

//DOSSIER//2// Un quarto dei siti da bonificare è in Puglia. Dopo essere stati usati come pattumiera d’Italia, il governo Letta tenta il colpo di coda del condono tombale

di Gabriele Caforio

Un quarto della superficie nazionale dei SIN da bonificare è in Puglia. Cioè su circa 100 mila ettari, dei 39 siti nazionali, 25 mila ettari sono nella nostra regione. 250 kmq di territorio, tra terra e mare, che sono talmente inquinati da essere Siti di interesse nazionale e per i quali urge una bonifica.
E per fortuna (quale non si sa) in questo calcolo non sono inserite le aree regionali o locali anch’esse in attesa di bonifica.

I SIN pugliesi, ai sensi della Legge 436/98, sono “solo” 3: Brindisi, Manfredonia e Taranto, sufficienti però a regalarci i piani alti della classifica italiana. Anche da noi però i ritardi e le lungaggini non sono da meno rispetto al resto del Paese, ma ritardare una bonifica vuol dire aumentare i rischi per la salute dei cittadini e sprecare danari.

Per tracciare il quadro dei SIN pugliesi, abbiamo estratto i dati dal dossier di Legambiente “Le bonifiche in Italia: chimera o realtà?“. Partiamo dal più grande, Taranto, per arrivare al più piccolo, ma non meno pericoloso, SIN pugliese, quello di Manfredonia (Fg).

Qui la situazione dei SIN in tutta Italia

// Taranto

Le cronache recenti sull’Ilva, sui sequestri e sui danni alla salute hanno già regalato un amaro palcoscenico alla città dei due mari in materia di inquinamento ambientale. Ma la storia del SIN di Taranto non è solo quella delle vicende Ilva di cui ci siamo abituati a leggere nell’ultimo paio d’anni. I motivi sono due: a Taranto non c’è solo l’Ilva ad inquinare e l’inquinamento di quel territorio non è una storia nuova, anzi.

Il SIN di Taranto ha un’estensione di ben 125 kmq (per capirci, la superficie di Taranto è di 217 kmq!), di cui 73 kmq sono di area marina (Mar Piccolo) che si sviluppano su 17 km di costa. Insomma, matematicamente, è come se si dovesse bonificare più della metà di tutta la città. Il SIN di Taranto è così grande perché le fonti potenzialmente inquinanti sono, e sono state, tante. Già dal 1990, infatti, Taranto era stata inserita tra le aree nazionali ad elevato rischio ambientale perché nel raggio di pochi chilometri nel tempo si sono sviluppate l’Ilva, la raffineria ENI, le centrali elettriche, la Cementir, due inceneritori, le discariche, la base militare, l’Arsenale militare e tante altre aziende.

I noti sequestri del 2012 di alcune aree dell’Ilva hanno indotto il Governo non solo al riesame dell’AIA dello stabilimento siderurgico ma anche a stipulare, il 26 luglio 2012, un protocollo d’intesa con Regione, enti locali e autorità portuali che stanziava 336 milioni di euro di cui 119 milioni per le bonifiche e i restanti per interventi portuali (187 milioni) e per il rilancio sostenibile dell’economia (30 milioni). Secondo Legambiente lo stanziamento è insufficiente rispetto agli obiettivi prefissati, la quota regionale di quei finanziamenti è anche bloccata dal patto di stabilità. A seguito del protocollo d’intesa, recepito dal Parlamento nell’ottobre 2012, si sono aperti, sulla vicenda bonifiche, il tavolo tecnico, la cabina di regia ed il commissario. Ruolo affidato l’11 gennaio 2013 al comandante capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Alfio Pini.

Sul web esiste il sito del Commissario (http://www.commissariodelegatoemergenza.it/taranto/), per ora, dalle attività pubblicate sul sito, è certo che la cabina di regia si sta incontrando spesso, per il completamento dei lavori di bonifica, stando al cronoprogramma delle attività pubblicato sul sito, bisogna attendere il 2016.

Gli interventi di bonifica previsti sono la messa in sicurezza (MISE) dei terreni e della falda della zona industriale di Statte, la bonifica e/o MISE del Mar Piccolo (in particolare il 1° seno), la bonifica del quartiere Tamburi di Taranto e del Cimitero di San Brunone nonché la bonifica di tre scuole del Tamburi dove gli studenti corrono il rischio di studiare insieme alla diossina.
Le attività di analisi e caratterizzazione di questi vari siti hanno evidenziato, per ora, che è possibile trovare di tutto, ci sono i metalli pesanti, le diossine, i pesticidi e alcuni idrocarburi molto cancerogeni.

Eppure, la mattanza dei capi di bestiame alla diossina o le analisi dello stesso formaggio contaminato non sono notizia fresca, sono storie ben più vecchie delle cronache dei sequestri del 2012. Tuttavia, ad oggi, scrive Legambiente, “la Conferenza dei servizi sul SIN di Taranto risente di pesanti ritardi nella definizione delle procedure per le bonifiche” e per alcuni casi, come ad esempio il Mar Piccolo, rimane ancora “non risolta la questione delle sorgenti di contaminazione tuttora attive” che “sarebbero da ascrivere alla Marina Militare alla San Marco Metalmeccanica” e ad altri impianti di smaltimento e stoccaggio rifiuti speciali attualmente sotto sequestro o dismessi. È di questi giorni, inoltre, anche l’allarme lanciato da Confcommercio che punta il dito contro i ritardi della bonifica del Mar Piccolo dove dal 2011 i mitilicoltori non possono più produrre. In tre anni, ribadisce Confcommercio, si sono prodotti solo dati scientifici e non un solo intervento di bonifica.

Emblematica la vicenda della bonifica di quella parte del SIN tarantino che rientra nel recinto dell’Ilva, circa 1000 ettari. La procedura di messa in sicurezza e bonifica è stata avviata da un decennio ma i ritardi sono ancora tanti. Il piano di caratterizzazione, si legge nel dossier, è stato approvato nel 2003 dalla Conferenza dei servizi, è stato ripresentato nel 2007, ma nella conferenza del 2011 è stato ritenuto ancora incompleto. Intanto, all’Ilva è stato imposto a più riprese di effettuare vari interventi di messa in sicurezza, prescrizioni assunte anche dal Ministero dell’Ambiente ma che finivano puntualmente dinanzi al TAR perché Ilva si opponeva. Sempre nel 2011, dinanzi a tutto ciò, il Ministero ha affidato alla Sogesid Spa (strumento in house del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture per il supporto alle strutture regionali e locali) la progettazione di alcuni interventi. L’anno dopo, il TAR di Lecce ha accolto gran parte delle istanze dell’azienda e nel maggio del 2012 il Ministero dell’Ambiente ha preannunciato ricorso al Consiglio di Stato di cui si attende il pronunciamento.

Non da meno i ritardi della Raffineria Eni: basta notare che la caratterizzazione del sito è iniziata nel 2004 e che sono del 2011 e del 2012 le Conferenze dei Servizi che ribadiscono l’urgenza di “irrinunciabili e improcrastinabili” opere di adeguamento necessarie di fronte ai forti e ingiustificati ritardi. Ritardi riscontrati anche nella bonifica di aree interessate da incidenti e fuoriuscite di gasolio e idrocarburi avvenute nel 2006 e nel 2010

Intanto il tempo passa, gli inquinanti sono sempre lì e si corre solo il rischio che la situazione si aggravi.

// Brindisi

Rimanendo nel nord Salento passiamo dallo Ionio all’Adriatico e troviamo il SIN di Brindisi. Anche qui il perimetro del sito racchiude diverse attività industriali e raggiunge, tra terra e mare, circa 100 kmq di estensione. 58 kmq sono di aree a terra, tra pubbliche e private, e altri 56 kmq sono di aree marine. Nel perimetro rientrano tutta l’area industriale gestita dal Consorzio ASI a nord, la centrale termoelettrica di Cerano a sud e tutta la parte di terreno agricolo tra i due poli, poi tutto il porto di Brindisi e il tratto di mare a sud fino a Cerano. Un’area in cui, ricorda il dossier, dagli anni ’60 ad oggi si sono avvicendate aziende petrolchimiche e piccoli gruppi per la produzione di energia elettrica, agglomerati artigianali e industriali, aree agricole, aree dell’Autorità Portuale e anche impianti da anni abbandonati e terreni ancora inutilizzati.

Anche per il SIN di Brindisi i ritardi della bonifica sono troppi. Sul fronte privato, alla fine del 2000, solo 6 o 7 aziende delle circa 200 insediate si attivano per le caratterizzazioni del suolo e delle falde. Il fronte pubblico, invece, in mano al Commissario, aspetta il 2004 per utilizzare i primi fondi per la caratterizzazione delle aree di sua competenza. Per sette anni, ricorda Legambiente, dal 2004 al 2011 il Commissario e l’amministrazione trascurano il riconoscimento del “danno ambientale” e solo nel 2007 c’è la firma tra Ministero dell’Ambiente, Enti locali e Autorità Portuale dell’Accordo di programma per la bonifica del SIN di Brindisi. Un accordo che prevedeva una spesa complessiva di 135 milioni di euro tra messa in sicurezza, caratterizzazioni e bonifiche. In 15 anni, dal ’98 ad oggi, i dati forniti dal Ministero dell’Ambiente a Legambiente sono disarmanti: la caratterizzazione è arrivata quasi all’80% ma a neppure l’8% dell’area è stata messa in sicurezza e solo sull’8,2% delle aree risulta presentato il Progetto di Bonifica, di questi il Ministero ne ha approvati il 7,8%. Una “situazione ancora lontana dall’obiettivo finale di bonifica”, tuona Legambiente.

Alcune aziende (Basell, Daw poliuretani, EniChem, Enipower e Versalis) si sono consociate per affrontare parte del problema (la sola falda), hanno aderito all’Accordo del 2007 e versano al Ministero circa 6,5 euro al metro quadro, distribuiti in 10 anni e senza interessi, per la realizzazione di un intervento di barrieramento. La realizzazione dell’intervento, il Ministero l’ha affidata sempre alla Sogesid e per ora si è solo iniziato a mettere in sicurezza la falda, i progetti di bonifica non risultano ancora approvati.

Circa 20 milioni di euro, tra fondi nazionali e del commissario, sono stati già spesi per caratterizzare l’area industriale esterna al petrolchimico. Una zona che comprende dalle aree pubbliche ai terreni agricoli e in cui sono stati trovati dall’arsenico, ai solfati, al manganese, al DDD e al DDT. Tuttavia, se la caratterizzazione è a buon punto, la bonifica di questa zona non è mai partita e poche aziende hanno aderito all’Accordo. Un’altra caratterizzazione di circa 4 kmq è stata effettuata nei terreni agricoli attorno al nastro trasportatore che porta il carbone dall’area portuale alla centrale di Cerano, in quei terreni c’è una fitta varietà di metalli e pesticidi, nella falda, oltre ai metalli, anche gli idrocarburi.

// Accordo, ma per chi?

I dubbi di Legambiente sulla bonifica del SIN brindisino partono proprio dall’Accordo del 2007 stipulato per velocizzare e snellire le procedure applicando il principio del “chi inquina paga”.
Principale obiettivo dell’accordo sembra il barrieramento della falda inquinata, progetto affidato a Sogesid. L’impostazione è quella del “danno ambientale” che viene riconosciuto dalle aziende che sottoscrivono l’accordo. Si assumo così la responsabilità del danno fatto e recuperano la disponibilità dei terreni contaminati spalmando in 10 anni la quota di partecipazione all’accordo. Le piccole aziende, però, o i singoli proprietari devono pagare subito o in due anni la quota dei 6,5 euro al metro quadro. Assieme a Legambiente ci chiediamo anche noi il perché di questa differenziazione, considerando che a pagare subito ci sono anche contadini che il terreno l’hanno utilizzato, nel tempo, solo per coltivare e non per farci su un’industria potenzialmente più inquinante. Per tutti gli altri, invece, 10 anni!

Come se non bastasse, i costi del progetto di barrieramento della Sogesid sono lievitati fino a circa 220 milioni di euro ma le aziende aderenti al protocollo, che hanno così riconosciuto il danno fatto, arriveranno a coprire circa metà della cifra. Il resto dei soldi, chi lo metterà? Secondo Legambiente toccherà alle piccole aziende. Intanto, per l’economia locale, sarà solo un altro ostacolo per ripartire.

// Manfredonia

Forse, una sorte “migliore” è toccata al sito di Manfredonia, un SIN che comprende un’area terrestre di 2 kmq a terra tra i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata e un’area a Mare di circa 8 kmq. Dal 1971, la petrolchimica EniChem, poi diventata EniChem Agricoltura, una centrale termoelettrica e un inceneritore hanno caratterizzato la storia industriale di questo sito. A completare il quadro 4 discariche di rifiuti solidi urbani non autorizzati (Conte di Troia, Pariti 1 RSU, Pariti Liquami e Pariti II) che si stima abbiano stoccato circa 400 mila tonnellate di rifiuti senza avere il fondo e i lati impermeabilizzati, senza un sistema di refluo per il percolato e inquinando anche una parte del mare antistante. Anche qui, le caratterizzazioni hanno trovato i metalli pesanti, l’IPA, il benzene e altri idrocarburi.

Per questo SIN, se pur tra qualche stallo nella bonifica delle aree private, si può dire che la maggior parte della bonifica è stata conclusa, rimane ancora aperta la questione della discarica Marchesi e di una porzione di mare dove la Syndial (società del gruppo ENI che si occupa di bonifiche) non riesce ancora a spiegarsi il comportamento anomalo di alcuni inquinanti. A Manfredonia, però, a metterci lo zampino, e il sale sulla coda all’Italia, ci ha pensato l’Europa. Nel ’98, infatti, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva riconosciuto per il sito la presenza di impianti in grado di danneggiare l’ambiente e l’Unione Europea ha quindi avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia e nel 2008 è arrivata la condanna che obbligava l’Italia ad assicurare lo smaltimento dei rifiuti senza recare danno per l’uomo e l’ambiente.

// Se il problema sono i soldi

Secondo Francesco Tarantini presidente di Legambiente Puglia, se le bonifiche non decollano il sistema italiano non potrà mai riconvertirsi alla green economy. “In Puglia” – continua – si deve accelerare il processo di risanamento ambientale risolvendo anche il problema delle risorse a partire da Taranto dove è necessario reperire ulteriori fondi. Situazione analoga anche a Brindisi” dove preoccupano molto le compromissioni dei terreni e della falda delle zone agricole.

Ora, se il punto della questione ritorna sempre sul fronte economico, noi, da pugliesi e da cittadini continuiamo a chiederci: ma, chi inquina paga?

 

http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=25598

Ilva, cassa integrazione per 6.500 lavoratori dal 3 marzo per 24 mesi

TARANTO – L’Ilva ha comunicato ai sindacati di categoria che chiederà la cassa integrazione straordinaria nei confronti di 6.500 lavoratori (di cui 6.417 per lo stabilimento di Taranto).

La cassa integrazione, secondo fonti sindacali, comincerà il 3 marzo prossimo e avrà la durata di 24 mesi. L’istanza è motivata dalla ristrutturazione in atto nell’ambito della procedura per la bonifica degli impianti inquinanti, secondo quanto prevede l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).

Attualmente lo stabilimento di Taranto ha in cassa integrazione 2.600 lavoratori circa, per i quali la Cig scade il 2 marzo.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente.

Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno. Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Novi Ligure e Pratica di Mare.

Nel piano di ristrutturazione aziendale presentato oggi ai sindacati di categoria, l’Ilva annuncia l’investimento di due miliardi e 250 milioni di euro per gli interventi di risanamento in ottemperanza alle prescrizioni contenute nell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal ministero dell’Ambiente. Con la chiusura dell’altoforno 5 la produzione dovrebbe passare a diecimila tonnellate al giorno.

Saranno collocati in cassa integrazione anche lavoratori degli impianti di Patrica (Frosinone) e del Centro Servizi di Torino.

CIGS PESERA’ SU AREE LAMINAZIONE E SERVIZI – Saranno le Aree di laminazione a caldo e a freddo i reparti dello stabilimento Ilva di Taranto che, secondo il piano consegnato oggi ai sindacati, dovrebbero reggere il peso maggiore della cassa integrazione guadagni straordinaria chiesta dall’azienda soprattutto per applicare le prescrizioni Aia.

Questo il quadro prospettato dall’azienda su Taranto, per un totale di 6.417 lavoratori in Cigs per 24 mesi a partire dal 3 marzo prossimo (su una cifra complessiva di 6.507 lavoratori coinvolti): area ghisa 957; area acciaieria 940; area laminazione a cado/freddo 1.574; area tubifici/rivestimenti tubi 607; area servizi/staff 1.249; area manutenzioni centrali 1.090.

“La fermata – scrive l’azienda – sarà totale e completa per l’intero periodo per lo stabilimento di Patrica e il Centro Servizi di Torino”. A Patrica (Frosinone) saranno interessati dalla Cigs 23 dipendenti, a Torino 67. Quanto alle altre unita produttive – gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure e Racconigi, il porto di Marghera e i Centri Servizi di Legnaro (Padova) e Paderno Dugnano (Milano) – “ogni valutazione potrà essere effettuata a valle dell’eventuale influenza sulle specifiche attività dalle modificazioni degli assetti produttivi dello stabilimento ionico”. Se necessario, l’azienda “attiverà procedure a livello territoriale per gestire eventuali ricadute occupazionali temporanee”.

TALO’ (UILM): AZIENDA NON SCARICHI PROBLEMI SU LAVORATORI – «Su questi numeri la nostra organizzazione sindacale non ci sta e non apporrà la propria firma di consenso a questi drastici e consistenti esuberi». Lo afferma il segretario provinciale della Uilm di Taranto, Antonio Talò riferendosi alla decisione dell’Ilva di ricorrere agli ammortizzatori sociali per 6.500 dipendenti.

«Tratteremo – aggiunge – innanzitutto con l’azienda per una riduzione del personale da collocare in cigs. Inoltre proporremo la massima rotazione tra i dipendenti e che l’Ilva si impegni a integrare l’importo previsto per questo genere di ‘cassà, con misure tali da attenuare il peso che i lavoratori dovranno sopportare in questa delicata fase dello stabilimento».

Talò fa presente che «le ragioni invocate dal gruppo Riva non possono essere un alibi accettabile. Nè – conclude – ripercorrere le tappe relative agli investimenti operati nel sito di Taranto dall’Ilva può lenire questa ulteriore ferita inferta a una platea di lavoratori così vasta: più della metà dell’intera forza lavoro dello stabilimento».

AZIENDA: NON SI PREVEDONO ESUBERI STRUTTURALI – Allo stato attuale “non si ravvisano situazioni che potranno determinare esuberi di natura strutturale”. Lo scrive l’Ilva nel piano consegnato oggi ai sindacati di categoria nel quale comunica l’avvio della procedura per la richiesta di cassa integrazione guadagni straordinaria per ristrutturazione aziendale nei confronti di 6.507 lavoratori, dei quali 6.417 a Taranto.

“Il piano – scrive l’azienda – permetterà di adeguare tempestivamente le produzioni di acciaio al livello della domanda di prodotto attesa dal mercato di riferimento, consentendo, anche attraverso la drastica riduzione dei costi, di limitare e, in un secondo tempo, annullare le perdite di esercizio”.

Nell’auspicare una ripresa del mercato dell’acciaio, l’azienda ipotizza che “entro il termine di ricorso alla cigs per ristrutturazione, terminati gli adempimenti richiesti dall’Aia con riferimento agli investimenti per il ripristino e adeguamento degli impianti nelle more cessati, si perverrà gradualmente ai livelli produttivi programmati ed al richiamo in attività di tutto il personale sospeso”.

FIOM: PRIMA DI CIGS PIANO INDUSTRIALE E INVESTIMENTI – «Diciamo immediatamente che non siamo d’accordo poichè, prima di parlare di ammortizzatori, l’Ilva deve dare conto del piano industriale e del piano di investimenti, non ancora presentati». Lo sottolinea in una nota il segretario provinciale della Fiom Cgil di Taranto, Donato Stefanelli, commentando l’avvio della procedura di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione che coinvolge per ventiquattro mesi 6.507 lavoratori, quasi tutti dello stabilimento di Taranto.

«Quindi – aggiunge Stefanelli – è tutto da discutere, compresa la stessa tipologia di ammortizzatore eventualmente da utilizzare, quale ad esempio il contratto di solidarietà, che garantisce la presenza in fabbrica dei lavoratori da impiegare nel risanamento degli impianti attraverso una vera rotazione che non penalizzi nessuno, come purtroppo è accaduto in questi ultimi mesi».

BONELLI: ALFANO PER IMPUNITA’A INQUINATORI E CORRUTTORI – «In perfetto stile berlusconiano Alfano vorrebbe l’impunità per i corruttori e gli inquinatori». Lo dichiara il presidente dei Verdi e candidato alla Camera con la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia Angelo Bonelli che aggiunge: «La magistratura non detta la politica industriale ma persegue i reati che sono stati commessi ai danni della salute dei cittadini che muoiono a causa dell’inquinamento».

«Della salute dei cittadini di Taranto il segretario del Pdl Alfano non si è mai occupato. Anzi votando al fiducia al Salva Ilva insieme al Pd non solo ha dato il suo consenso ad un provvedimento ritenuto 17 volte incostituzionale dalla magistratura tarantina ma ha abbandonato le persone che da anni ‘si ammalanò e ‘muoionò a causa dell’inquinamento – conclude Bonelli -. Il problema dell’Italia non è la magistratura che fa il proprio dovere per far rispettare le leggi ma certa politica, ben rappresentata dal partito di Alfano, il Pdl, che vorrebbe fare leggi per assicurare l’impunità a chi inquina e chi corrompe».

BENTIVOGLI(FIM): INVESTIMENTI ANNUNCIATI PRIMO PASSO – «La cifra quantificata come importo complessivo degli interventi per ottemperare all’Aia, rispetto alle ipotesi iniziali, si è ridotta a circa 2,5 miliardi. Tutto ciò non risolve definitivamente gli aspetti relativi alla sostenibilità finanziaria degli interventi ma li avvicina ad un percorso di maggiore praticabilità nel medio periodo». Lo dichiara in una nota il segretario nazionale della Fim, Marco Bentivogli, intervenendo sulla vicenda Ilva.

«La richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione per circa 6.500 lavoratori del gruppo, che dovrebbe partire il 3 marzo prossimo, va letta – osserva Bentivogli – all’interno del processo di bonifica degli impianti, come previsto dall’’Aia. Riteniamo che il confronto nei prossimi giorni debba essere finalizzato alla riduzione dell’impatto delle persone coinvolte nella cigs, anche attraverso il ricorso – conclude il segretario della Fim – a piani di formazione e rotazione e all’impiego nei piani di bonifica e ambientalizzazione».

ALFANO: SPERO CHE CIGS NON SI TRADUCA IN DISOCCUPAZIONE – «Si tratta di una scelta aziendale derivante dal fatto che sono stati richiesti degli adeguamenti a cui l’azienda evidentemente ha deciso di ottemperare e noi speriamo che tutto ciò non si tramuti in nuova disoccupazione». Lo ha detto a Taranto il segretario nazionale del Pdl, Angelino Alfano, commentando la decisione dell’Ilva di avviare la procedura per la cassa integrazione straordinaria nei confronti di un massimo di 6.500 lavoratori.

«Il punto di equilibrio tra il tema del diritto alla salute e quello alla produzione – ha aggiunto Alfano – il Parlamento lo ha trovato e speriamo ora che i magistrati si muovano in questa direzione».

 

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/ilva-cassa-integrazione-per-6-500-lavoratori-dal-3-marzo-per-24-no595298/#.UuJEiSFWiaw.facebook

L’ILVA è UNA ZONA FRANCA. DOVE TUTTO Può SUCCEDERE

 (Gianmario Leone 18 01 2014)
IL 3 E 4 DICEMBRE NUOVA ISPEZIONE DI ISPRA E ARPA. SOLITE VIOLAZIONI RISCONTRATE, MA LA LEGGE DEL 4 AGOSTO HA “CONDONATO” TUTTO

Il vulnus giuridico è sempre lo stesso. Per effetto dell’art. 1 comma 3 del decreto di Riesame dell’AIA del 26 ottobre 2012 (incorporato nella legge 231/2012 meglio conosciuta come ‘salva Ilva), ogni trimestre i tecnici di ISPRA ed ARPA Puglia si recano nello stabilimento siderurgico Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA: l’ultima ispezione è avvenuta il 3 e 4 dicembre scorsi (le precedenti si sono svolte il 5-6-7 marzo, il 28-29-30 maggio e il 10-11 settembre dello scorso anno). Puntualmente i tecnici hanno riscontrato diverse violazioni, segnalate all’azienda ed al ministero dell’Ambiente all’interno di diffide con le quali s’intimava all’Ilva di “mettersi in regola” (diffide del 14 giugno, 22 luglio e 21 ottobre). Cosa peraltro mai avvenuta. A quel punto, secondo quanto previsto sia dal Codice Ambientale (Dlgs. 152/2006) che dal riesame AIA e dalla legge 231/2012, sarebbero dovute partire le sanzioni nei confronti dell’azienda, il cui importo avrebbe potuto raggiungere come tetto massimo, il 10% del fatturato.
Tutto questo non è mai accaduto. Per diversi motivi. Il primo, ed è per questo che parliamo di “vulnus giuridico” (che su queste colonne abbiamo segnalato più volte negli ultimi mesi), è dovuto a quanto previsto dalla legge 89 del 4 agosto scorso. Perché se è vero che la stessa prevede che la progressiva adozione (lasciata appositamente in una terminologia ambigua) delle misure indicate nelle prescrizioni AIA sia affidata al commissario Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti, a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 10 ottobre e che il decreto 136 del 3 dicembre scorso prevede debba essere approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente entro il prossimo 28 febbraio). Oggi, come nei mesi scorsi, la domanda che ci sorge spontanea è sempre la stessa: perché mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Visto che tra l’altro il commissariamento del siderurgico si è reso necessario proprio per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA da parte del gruppo Riva?
Del resto, se la maggior parte delle tempistiche previste inizialmente dall’AIA sono state tutte rimodulate nel tempo, è sulle “nuove prescrizioni” che Bondi deve garantire la progressiva attuazione, non su quelle “vecchie”. Quindi, come scrivemmo nei mesi scorsi, è come se all’Ilva questi ultimi 8 mesi fossero stati del tutto “condonati”.
Per mettere un punto sulla querelle, il decreto 136 dello scorso 3 dicembre che la Camera si appresta a votare, si occupa proprio di questo “vulnus giuridico”. Esattamente al punto “F” dell’art. 12, dove si legge che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% (un emendamento accolto nei giorni scorsi ha alzato l’asticella all’80%) del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione (tanto c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto). Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto.

Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso dicembre. Che ha evidenziato per la quarta volta di fila l’inadempienza delle solite prescrizioni. Per questo, ci concentreremo sulle “novità” o i dati in più presenti nel verbale dell’ispezione.
Per quanto concerne la prescrizione n. 4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), si apprende che Ilva lo scorso 22 novembre ha presentato istanza di modifica non sostanziale per “rinuncia all’utilizzo dell’area parco Nord Coke”, pur avendo inoltrato la documentazione di un progetto per l’area in questione appena lo scorso 29 luglio. I tecnici hanno verificato infatti che il parco è risultato sgombro di materiale per larga parte della sua superficie.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato un nuovo scaricatore a tazze per il secondo sporgente, in aggiunta ad uno analogo utilizzato sul quarto sporgente, ma si continua a sottolineare che l’azienda “non ha trasmesso, entro 30 giorni dalla data di ricezione della diffida del 14/06/13, il progetto esecutivo corredato dal relativo crono programma degli interventi”. E l’adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati dov’è finita?
Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori”): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 28% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Giova a tal proposito ricordare che l’azienda ha ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015).
Nel piano di lavoro dei tre esperti, si legge però che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto. Ora, per la realizzazione della copertura totale dei nastri, si dovrà attendere giugno 2016. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere di “ambientalizzazione” già effettuare dall’azienda, il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio) la cui ultimazione era prevista per gennaio 2014, l’Ilva è in attesa di ricevere il nulla osta dal ministero dell’Ambiente “per l’effettuazione degli scavi per le fondazioni del camino e del filtro”. Dopo essere stato fermato nel mese di luglio, AFO/2 è ripartito lo scorso novembre. Nel penultimo verbale redatto dai tecnici ISPRA ed ARPA in merito all’ispezione del 10 e 11 settembre, era stata verificata l’ultimazione degli interventi di chiusura per la “stock house”. Come riportammo nello scorso ottobre però, nel piano redatto dai tre esperti a proposito dei lavori previsti per AFO 2 si leggeva quanto segue: “il forno AFO/2 è stato fermato per motivi di mercato (indipendentemente dalle prescrizioni AIA), e ne è previsto il riavvio nel gennaio 2014; gli interventi di depolverazione sono stati riprogrammati temporalmente e con la previsione di installazione di filtri a tessuto. L’ultimazione degli interventi deve avvenire entro il 31 marzo 2014. Il riavvio sarà eseguito dopo la conclusione delle opere”. Questo significa che Ilva ha fatto ripartire un altoforno senza che prima siano stati effettuati tutti i lavori previsti dall’AIA. Durante l’ispezione di settembre l’Ilva, a fronte delle contestazioni dei tecnici ISPRA e ARPA, rispose di essere “in attesa della definizione delle proposte del piano degli esperti”: ma prima ancora che il piano sia stato approvato con apposito decreto ministeriale, l’azienda ha fatto ripartire un impianto che lei stessa aveva previsto di rimettere in marcia nel gennaio 2014 (e che per il piano degli esperti doveva ripartire a lavori ultimati non prima del prossimo mese di marzo).
E veniamo ora alle ulteriori note dolenti. Per quanto riguarda la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke. Presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching”), di cui ci siamo occupato nei giorni scorsi per via del caso scoppiato con le emissioni del 1 gennaio scorso, nel verbale d’ispezione è segnalato il perdurare del supermento del valore imposto dall’AIA di 25 grammi per tonnellata. Lo si apprende dalle registrazioni fornite dalla stessa Ilva relative al periodo luglio-settembre 2013, dove in alcuni casi è stato registrato il superamento dei limiti per le torri di spegnimento n. 5 asservite alle batterie 7-8, sia per le torri n. 6 asservite alle batterie 11-12, attualmente in funzione. Inoltre, non risultano aggiornamenti per il progetto per ridurre ulteriormente le emissioni. I problemi di questa operazione (fisiologica per un siderurgico) sono due come evidenziammo tempo addietro: il primo è che le torri di spegnimento dell’Ilva non sono dotate di filtri che trattengano il particolato del coke che il vapore trascina con sé. L’unica “limitazione” alle polveri emesse infatti, è “garantita” dalle delle così dette “persianine”, che altro non sono che delle sporgenze interne alle torri, su cui la polvere “dovrebbe” depositarsi. Secondo: l’Ilva non è dotata dello spegnimento a secco del coke (“dry quenching”) che viene utilizzato in diversi impianti siderurgici europei, che consente da un lato un notevole risparmio energetico e dall’altro l’eliminazione delle nubi di vapore che portano con se il particolato del coke. ARPA Puglia, nel corso del processo istruttorio della commissione IPPC di riesame dell’AIA, aveva proposto di esaminare la possibilità di adozione di tale procedimento: ma il suggerimento, nemmeno a dirlo, non fu accolto.
Ancora peggio per quanto riguarda la prescrizione n. 70 secondo punto, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping” tramite interventi di natura gestionale. Lo scorso 15 novembre l’Ilva dichiarava di aver ultimato l’intervento di implementazione su tutti i convertitori del nuovo sistema ISDS, come evoluzione del sistema RAMS finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di “slopping”. ISPRA ed ARPA però, segnalano come permanga ancora inevasa la richiesta del protocollo operativo del nuovo sistema RAMS (come peraltro già evidenziato dalla diffida del 14 giugno scorso). Dal febbraio al dicembre 2012 si verificarono ben 240 fenomeni di “slopping” nelle due acciaierie. Dal verbale dell’ultima ispezione, si apprende che sono stati analizzati alcuni episodi anomali nel periodo che va dal 1 settembre all’11 novembre 2013: gran parte degli episodi di emissioni anomale dal tetto delle acciaierie (oltre l’80%), hanno avuto luogo tra le ore 20 e le ore 6 del mattino. Di 21 eventi di emissione straordinaria dal tetto dell’acciaieria annotati sul registro elettronico, ben 17 hanno avuto luogo in quell’intervallo di tempo: in pratica quando, venuta meno la luce del giorno, è pressoché impossibile osservarli ad occhio nudo. A tal proposito è stata richiesta all’Ilva una relazione di approfondimento soprattutto sulle cause tecniche ed ambientali che hanno provocato tali eventi, corredata da una quantificazione degli effetti ambientali.
Infine, la prescrizione n. 85. Che prevedeva, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Lo scorso settembre, ARPA aveva verificato che erano terminate le installazioni delle strumentazioni nelle centraline di stabilimento per il monitoraggio della qualità dell’aria e che i relativi dati vengono trasmessi all’Agenzia per la successiva validazione. Il problema, come segnalato nei mesi scorsi anche da un’associazione ambientalista locale, riguarda la centralina installata nell’area cokeria. Prima stranezza, il fatto che la recinzione metallica di delimitazione dell’area asservita alla cabina, dove sono ubicati i deposi metri per la caratterizzazione delle polveri, è risultata con cancello aperto e senza lucchetto. Inoltre, viene segnalato il fatto che l’Ilva, del tutto autonomamente, abbia provveduto ad installare un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale prospiciente la cabina, cosa che nelle altre aree dove sono installate le altre centraline non avviene. In questo modo, è impossibile stabilire il contributo dell’inquinamento proveniente dall’esercizio degli impianti rispetto a quello dovuto al traffico di veicoli che esercitano in quell’area. La stessa ARPA ha evidenziato all’ISPRA che “il sistema di irrigazione rende l’area della cokeria immediatamente adiacente alla centralina differente rispetto alla situazione ambientale del resto dell’impianto, producendo così una eliminazione del contributo di “fondo” locale ai dati misurati, e quindi rendendo poco significativa la correlabilità dei dati della centralina rispetto alla situazione dell’impianto”.
Quello che sconcerta, al di là del fatto che tali eventi continuano a contribuire all’inquinamento, è il fatto che anche gli enti preposti come ISPRA ed ARPA sono in attesa di capire quale amministrazione debba accertare lo stato di qualità dell’aria e se i termini del rispetto della stessa debbano essere intesi come scadenze temporali o più in generale come prescrizioni. Così come si attende di comprendere quale sarà la nuova procedura di accertamento, contestazione e notifica delle sanzioni. Insomma, si brancola nel buio. Come se si fosse in una zona franca dove nessuno sa esattamente cosa fare. Auguri.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

 

Ilva, l’azienda pagherà le analisi a Taranto

L’emendamento annunciato questa mattina nel corso della discussione sul decreto legge 136. Inoltre gli screening coordinati dall’Istituto superiore di sanità sulla popolazione dovranno riguardare anche la prevenzione

Ilva, l'azienda pagherà le analisi a Taranto

Sarà l’Ilva ad accollarsi il costo di tutte le analisi e i campionamenti che, al fine del controllo dei livelli di inquinamento, saranno effettuati all’interno dello stabilimento siderurgico di Taranto. Lo annuncia il relatore al decreto legge 136, Alessandro Bratti del Pd. Sinora, infatti, i controlli relativi a terreni e camini erano, come costi, in parte a carico dell’Ilva e in parte a carico dell’Arpa Puglia, l’Agenzia regionale per la protezine ambientale. “Ho accolto un nuovo emendamento – spiega Bratti – che ora pone gli oneri delle analisi tutte a carico dell’Ilva”.

I nuovi emendamenti, precisa Bratti, sono scaturiti dal lavoro fatto dal comitato ristretto formato da nove deputati in rappresentanza delle diverse forze politiche. Il comitato sta facendo una verifica e selezione di tutti i nuovi emendamenti presentati al testo all’arrivo in aula: si tratta di circa 240 proposte. Un’altra puntualizzazione fatta al decreto è che gli screening disposti per la popolazione residente nelle due aree cui il provvedimento si rivolge – i comuni di Taranto e Statte per l’Ilva e quelli campani per la Terra dei Fuochi – dovranno riguardare anche la prevenzione. “Ci sembra importante – osserva Bratti – introdurre anche azioni che aiutino a prevenire l’insorgenza delle malattie e non solo a controllare lo stato e l’avanzamento delle patologie insorte”.

Gli screning verranno coordinati dall’Istituto superiore di sanità e resta confermata la dote finanziaria di 50 mln complessivi tra 2014 e 2015 per le due aree. “Ma una divisione delle risorse non è stata fatta” puntualizza Bratti. Confermata infine nel decreto tutta la parte relativa all’aumento di capitale dell’Ilva a carico della proprietà Riva con l’obbligo però di finalizzarla al risanamento del siderurgico. Il meccanismo individuato prevede che il commissario dell’Ilva, Enrico Bondi, abbia il potere di aumentare il capitale della società avanzando ai proprietari la relativa proposta. In caso di rifiuto di quest’ultimi, il commissario – recita il decreto – potrà rivolgersi a investitori terzi ma anche chiedere all’autorità giudiziaria lo svincolo delle somme sequestrate sempre ai Riva anche per reati diversi da quelli di natura ambientale. Si tratta di 1,9 miliardi di euro bloccati mesi fa dalla Procura di Milano per reati fiscali e valutari.

http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/01/16/news/ilva-76075012/

Ezio Stefàno

era uno stimato pediatra..poi è diventato Sindaco di Taranto, uomo dell’ilva….

Il sindaco di Taranto Ezio Stefàno si piazza all’ultimo posto nella classifica di gradimento dei sindaci. Un risultato che impone un bilancio e una riflessione sull’amministrazione di questi anni. La debàcle restituita dal caso Ilva, unita all’emergenza sanitaria ed occupazionale del capoluogo jonico, sembrano essere stati determinanti

Quando un sondaggio ha il sapore di un verdetto. Nella classifica sul consenso ottenuto da sindaci e  governatori, Ezio Stefàno guadagna l’ultimo posto. Questo secondo il sondaggio restituito dall’Ipr Marketing-Sole 24 Ore che rivela un calo della fiducia verso sindaci e governatori. Ai primi posti slittano Rossi (Toscana),Zaia (Veneto), Caldoro (Campania). In coda Crocetta (Sicilia). Il sindaco più amato è quello di Pavia, Cattaneo, seguito da Emiliano (Bari) e De Luca (Salerno). Perdono consenso Marino, Pisapia e De Magistris. Il primo cittadino del capoluogo jonico ottiene dunque la maglia nera numero 101,  con il 9% in meno rispetto allo scorso anno e addirittura il 29,7 rispetto al giorno dell’elezione. Mentre il governatore di Puglia, Nichi Vendola scende di un gradino, dall’ottavo al nono posto, con un calo di consensi pari al 3,7%. Il presidente della Puglia è al 45% di gradimento rispetto al 48,7 del 2012. Una classifica nella quale predomina più il dissenso che il gradimento che scende al 65% in relazione ai sindaci, e al 76% tra i governatori. Perché se gli ultimi saranno i primi, in questo caso gli ultimi restano tali.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/30-attualita/5321-ultimissimo-me.html

I “Liberi e Pensanti”: «La priorità è la salute»

 

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TARANTO – «Il ministero dell’Economia ha dato la sua disponibilità a a trovare le risorse economiche per effettuare lo screening sanitario gratuito ai cittadini dell’area Ilva e della cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Questa importante notizia ci fa capire che le nostre parole a Roma sono state ascoltate». Così Nicola Ordini, uno dei portavoce del“Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, ha esordito durante la conferenza stampa organizzata questa mattina e incentrata sull’audizione svoltasi il 7 gennaio scorso presso la Commissione Ambiente della Camera dei Deputati a Roma.

All’incontro con la stampa, tenutosi in via Santilli, hanno partecipato Cataldo Ranieri, Raffaele Cataldi e lo stesso Ordini. La salute è il tema fondamentale della discussione perchè, ribadiscono dal gruppo, «il Parlamento si appresta a convertire in legge il quinto decreto varato dal Governo sulla questione Ilva per salvaguardare il profitto del polo siderurgico ma nemmeno uno a tutela della salute, degli operai, degli allevatori o dei mitilicoltori. Questa città ha bisogno di risposte immediate sulle questioni salute e lavoro».

Oggi, come il 7 gennaio scorso in audizione a Roma, il comitato ha ribadito la necessità di accertamenti sanitari da effettuare sui cittadini di Taranto e Statte grazie ad un’esenzione ticket straordinaria. L’esenzione, hanno spiegato stamattina, dovrà spettare a chi può contrarre patologie derivanti dall’inquinamento, quindi persone sane, e dovrà essere riconosciuta dai medici sentinella (medici di famiglia o di ambulatori periferici) che individueranno i soggetti destinatari e le prestazioni erogabili. Le risorse economiche per erogare questo servizio, hanno ribadito i “liberi e pensanti”, potrebbero essere garantite dalle diverse decine di milioni di euro che stanno per essere messe a disposizione del Commissario straordinario per le bonifiche.

Per coinvolgere i cittadini su questa tematica il Comitato ha organizzato due banchetti che saranno posizionati lunedì prossimo all’esterno dell’ingresso del Cup dell’ospedale Santissima Annunziata e l’altro, sabato 18, presso il mercato rionale del quartiere Tamburi. «E’ importante parlare di salute – ha spiegatoRaffaele Cataldi – perchè non siamo numeri ma persone. Quotidianamente abbiamo esempi di morte in questa città». Aldo Ranieri è tornato anche sulla futura costruzione del nuovo ospedale cittadino che dovrebbe vedere la luce fra alcuni anni. «Le risorse economiche previste per la costruzione del nuovo nosocomio dovrebbero essere destinate al potenziamento delle strutture, della logistica ospedaliera già esistenti e all’assunzione di nuovo personale sanitario».

E la salute, quella che purtroppo manca, è stata anche al centro dell’attenzione dell’incontro.  Un operaio Ilva e del gruppo “liberi e pensanti” ha raccontato ciò che è avvenuto ieri pomeriggio all’interno del reparto day hospital di oncologia dell’ospedale “Moscati”. «Quello che ho visto ieri – ha spiegato Massimo Russo – è impressionante. In una sala d’attesa erano presenti oltre 60 pazienti, e altrettanti accompagnatori, prenotati per sottoporsi a trattamento di chemioterapia. Questo dalle ore 8 alle 20. Io ero presente perchè accompagnavo mia moglie ed ho avuto un incontro con la direzione sanitaria: mi è stato detto che il disagio era dovuto ai tagli alla sanità e alla mancanza di tre infermieri in malattia. Io non sono contro il personale sanitario ma quello che ho visto ieri è davvero scioccante. E’ necessario potenziare le strutture esistenti e l’assunzione di nuovo personale».

http://www.inchiostroverde.it/news/ilva-occhi-puntati-su-roma-i-liberi-e-pensanti-la-priorita-e-la-salute.html

LA TERRA DEI DIVIETI

Aggiornamento di stato
Di Cataldo Ranieri
LA TERRA DEI DIVIETI

Chi deve scusarsi con i 65 malati che ieri con altrettanti accompagnatori hanno atteso il loro turno di kemio, seduti sulle scale dell’ ospedale Moscati? Una saletta con 20 sedie in risposta agli stand della fiera del levante per il progetto “sancataldo” nei prossimi 10 anni di CHIACCHIERE. Dalle 08,00 della mattina, fino alle 18,00 della sera in compagnia di dramma e abbandono. SIN sito di interesse strategico per lo stato italiano e ce ne fotte di tutto e di tutti, tanto il culo è quello dei tarantini. Tutto cio’ conferma che stà città è figlia di puttana, come dice il presidente Nichi Nichi.

Intanto a Taranto vengono tutti con la scorta, anche i sindacalisti come Angeletti, che viene a ribadire che l’unico modo per avere le bonifiche è continuando a produrre, questa è la barzelletta che fanno passare. L’italia è un paese nel quale i rappresentanti della gente hanno bisogno di una scorta per proteggersi da essa.

E c’è ancora chi tira in ballo il referendum, lo hanno fatto anche a Roma arrampicandosi sugli specchi, “la città ha deciso”. La città non ha difeso l’ilva e i suoi veleni, ha difeso i lavoratori. Siamo tutti consapevoli che di ILVA, CEMENTIR ed ENI si CAMPA poco e si muore tanto. D’altro canto l’interesse dello stato non è solo verso l’acciaio, ma anche verso la Marina, ne vogliamo parlare? Di quel muro di 3750 m alto 7 metri? Di cosa c’è da nascondere visto che ci sono solo navi in disarmo? E del porto industriale utilizzato solo per le navi dei veleni e qualche contentino ne parliamo? E dell’aereoporto? Dei trasporti? Della città vecchia che si cancella ne parliamo? No siamo SIN SITO DI INTERESSE STATEGICO PER I CAZZI LORO.

DIVIETO DI COLTIVARE LA TERRA, DI PASCOLARE, DI MITILICOLTURA, DIVIETO DI BALNEAZIONE, DIVIETO DI GIOCARE NEI TERRENI X I BAMBINI DEL QUARTIERE TAMBURI, DIVIETO DI AVERE UN LAVORO PER VIVERE.

Massafra, diossina nel latte bovino

 

TARANTO – Torna l’allarme diossina. A cinque anni dal ritrovamento della pericolosa sostanza cancerogena nel formaggio prodotto in masserie ubicate nell’area industriale di Taranto, stavolta a destare preoccupazione è il latte bovino di un allevamento di Massafra, contenente quantità pari al doppio (11,72 picogrammi per grammo di grasso) rispetto al consentito (5,5 picogrammi per grammo di grasso). La scoperta è stata fatta dal dipartimento di prevenzione della Asl di Taranto che tra aprile e settembre dello scorso anno ha compiuto due ispezioni nell’allevamento di proprietà di Giuseppe Chiarelli ubicato in contrada Orofino (a un chilometro dalla periferia di Massafra, a 1500 metri dalla statale 7 Taranto-Massafra, a circa 10 chilometri dall’Ilva e dalla zona industriale di Taranto mentre in un raggio di 5 chilometri si trovano l’inceneritore dell’Appia Energy e la discarica Cisa), prelevando dei campioni di latte prodotti dai 55 animali presenti nell’azienda e destinati alla produzione mista di latte e carni, campioni poi inviati all’istituto zooprofilattico di Teramo che ha rilevato l’anomala presenza di diossina.Il controllo è stato compiuto nell’azienda agricola di contrada Orofino in quanto la stessa si trova nell’area di sorveglianza e monitoraggio straordinario verso le diossine e Pcb in matrici alimentari di origine animale individuata dall’Asl di Taranto nel 2008 e secondo il piano concordato dal tavolo tecnico permanente della Regione Puglia.

La vicenda, stando a quanto risulta alla Gazzetta, ora è all’attenzione della Procura della repubblica, del commissario straordinario presso la Provincia di Taranto, del sindaco di Massafra, dei sindaci di Taranto e Statte e della Regione Puglia. La Procura, come già avvenuto 5 anni, potrebbe procedere contro ignoti, affidando una perizia per risalire alla fonte di diossina.

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/massafra-diossina-nel-latte-bovino-no684073#.Us-v2-Pzd_o.facebook

 

SCHIAVI DI R IVA

Il commissario Bondi, prima di poter dare avvio agli interventi di risanamento ambientale, deve chiedere il permesso alla famiglia Riva. L’ultimo regalo offerto ai tarantini dal governo contiene una sorpresa al comma 11 bis del decreto legge 136 del 2013

di Vincenzo Carriero

Lo Stato italiano deve chiedere il permesso ai Riva prima di operare un qualsivoglia intervento in Ilva. Persino per avviare le bonifiche e i lavori di adeguamento dell’Aia. La storiella di una fabbrica commissariata, sottratta al legittimo proprietario perchè indagato per aver commesso un numero non ben precisato di reati, tutti molto gravi, “espropriata” nel tentativo di veder rispettata la legge in materia di tutela ambientale, è un burla. Un’indicibile menzogna che stride con il principio di realtà. Per averne contezza è sufficiente leggere il comma 11 bis, presentato sotto forma di emendamento al decreto legge 136 del 2013: il nuovo provvedimento sull’Ilva. In quell’artificio giuridico è previsto che il commissario Bondi chieda ad Emilio Riva l’aumento di capitale per poter dare seguito al risanamento degli impianti.

Che bravo il governo: ha dovuto aspettare due anni, fare sorrisetti di circostanza dinanzi alle inchieste condotte dal giudice Todisco, ingoiare la pillola amara di non poter prestare soccorso ad un “amico” generoso come Emilio Riva caduto in disgrazia, ma alla fine tutto si è sistemato. Ogni cosa è tornata al suo posto. Che bravo il Partito democratico targato Matteo Renzi. L’onorevole Chiara Braga, renziana di ferro e responsabile ambiente dell’ex carrozzone rosso, plaude al nuovo decreto Ilva. Decreto che il presidente della Repubblica controfirmerà senza batter ciglio. Re Giorgio è attento nel valutare pro e contro di leggi e norme soltanto in talune circostanze. Quando attengono, per esempio, la Terra dei fuochi della sua amata Campania. Dei rappresentanti istituzionali tarantini e pugliesi meglio non parlare. Esistono? Chi sono? A Roma passano inosservati, nessuno si cura di loro. Poca cosa per perderci la testa. “A questo punto si balla”, scrive il solito Paolo Bricco sul solito giornale confindustriale. Sì, ma sulla testa dei tarantini tanto per cambiare.

http://www.cosmopolismedia.it/categoria/19-ambiente/5297-comanda-sempre-lui.html