Cementir, addio Italia – Caltagirone Jr conferma chiusura Taranto

cementirTARANTO – In attesa del vertice di dopodomani in Regione, arriva una nuova bordata sul futuro della Cementir a Taranto. Il presidente e ad del gruppo, Francesco Caltagirone jr, in un’intervista rilasciata ad “Affari & Finanza” inserto del lunedì de “la Repubblica”, ha nuovamente illustrato i piani futuri del gruppo. Ripercorrendo le tappe principali del Piano Industriale per il triennio 2014-2016, approvato lo scorso 17 dicembre. Come infatti già riportato su queste colonne lo scorso mese, Caltagirone jr ha ribadito che strategia del gruppo si svilupperà su quattro direttrici: miglioramento della redditività dei business attuali; consolidamento della leadership nel cemento bianco; completamento degli investimenti nella gestione dei rifiuti in Turchia e Inghilterra; miglioramento della generazione dei flussi di cassa.

Secondo le previsioni, le azioni del triennio porteranno a ricavi operativi per circa 1.150 milioni di euro al 2016, con una crescita media annua pari al 5% (rispetto alla previsione di circa 1.000 milioni di euro nel 2013). La distribuzione geografica vede un graduale aumento delle vendite nei paesi emergenti che, in termini di ricavi, passeranno dall’attuale 42% al 45% a fine 2016. L’Italia, invece, manterrà il proprio peso a circa il 13%, ma con un progressivo ritorno alla redditività operativa, ancora oggi negativa. Il margine operativo lordo si prevede in crescita, fino a raggiungere circa 240 milioni di euro nel 2016, che si traduce in una variazione media annua del +16%. Un Piano che ha immediatamente riscontrato grande apprezzamento sui mercati finanziari.

Nell’intervista ad “Affari & Finanza”, Caltagirone jr ha anche indicato i prossimi obiettivi del gruppo: “Vogliamo liberare risorse per sostenere nuove acquisizioni: parlo di comprare aziende con stabilimenti che ci consentano di sviluppare mercati locali, pensiamo al Nord America, Africa ed Asia”. Già nel Piano Industriale si leggeva infatti che l’aumento del margine operativo lordo sarà indotto principalmente “da azioni di efficienza interna e di riduzione dei costi operativi, in parte già realizzate nel corso del 2013, dall’incremento dell’uso di combustibili alternativi e di energie rinnovabili e dal contributo del business della gestione dei rifiuti. A ciò si aggiungeranno anche gli effetti della riorganizzazione delle attività in Italia”.

Caltagirone jr ha chiarito qual è l’operazione finanziaria in atto in questo momento: “Di tre aziende distinte, stiamo completando oggi il processo che ne costruisce una, con i relativi recuperi di efficienza e profittabilità. Da questa azione di centralizzazione gestionale sull’Italia, derivano risparmi per 35 milioni sui costi e dovremmo vederne i benefici già con il bilancio 2014”. Le tre aziende sono la Cementir Italia Spa, la Cimentas A.S. e la Aalborg Portland A.S. Tutte e tre controllate al 100% dalla Cementir Holding Spa dopo la riorganizzazione avvenuta nel 2008. L’Italia, come riportato più volte dall’approvazione del bilancio 2012 dello scorso aprile, è l’unico paese in cui Cementir è in perdita operativa: il piano prevede l’obiettivo di tornare in utile pure in casa, “dove ricordo peraltro che i consumi di cemento sono scesi dai 47 milioni di tonnellate del 2007 ai 21 milioni dello scorso anno” chiosa Caltagirone jr.

Che conferma come il gruppo abbia deciso di puntare forte sulla produzione del cemento bianco (nel 2004 fu acquistato il sito danese di Aalborg e che viene prodotto anche in USA, Cina, Malesia ed Egitto): “Il bianco pesa per il 20% fatturato: noi puntiamo a allargare questo contributo, dove pesiamo già per il 15% del mercato, perché questa nicchia ci protegge in termini di vendite e di margini, con livelli di export elevatissimi. I nostri stabilimenti sorgono sul mare anche per favorire le esportazioni: Aalborg per esempio vende all’estero il 95% della produzione. Per questo attendiamo che sia completato nella seconda metà di quest’anno il raddoppio dello stabilimento in Malesia (dove la Cementir è presente con lo stabilimento Aalborg White Asia), che ci assicurerà il 50% del mercato in Australia, e per questo nell’arco di 12 mesi valuteremo la possibilità di costruire nuovi impianti produttivi nel Far East. A parte il bianco, miriamo poi a sviluppare il segmento waste management”.

Nei progetti rimarrà invariata la componente derivante dalla vendita di cemento grigio (prodotto in Italia dalla Cementir Italia da cui dipende il sito di Taranto) e di calcestruzzo (prodotto dalla Betontir Spa, società costituita nel 1996 con il nome di Calcestruzzi Picciolini Spa e controllata al 100% dalla Cementir Holding tramite Cementir Italia e che ha un sito a San Giorgio Jonico). Tutto questo ragionamento, porta dritto all’unica logica imprenditoriale possibile, come ha dichiarato senza giri di parole lo stesso Caltagirone jr nell’intervista in questione: “In Italia abbiamo una enorme sovraccapacità produttiva, oltre il doppio del mercato. Tant’è che noi abbiamo spento i forni di Taranto e Arquata Scrivia. Penso avverrà una forte concentrazione, ossia fallimenti e/o acquisizioni. Ma a noi non interessa aumentare il peso sull’Italia, anzi puntiamo tutto sull’estero”.

Qualora non fosse ancora chiaro il pensiero del presidente e ad del gruppo, lo stesso dichiara che “l’idea di base del gruppo Cementir, e anche del Gruppo Caltagirone, è semplice: restare in Italia, ma non dipendere dall’Italia in nulla. Massima spinta sulla internazionalizzazione. Mi pare che la strategia sia stata capita pure in Borsa, dato che il nostro titolo è cresciuto del 140% nell’ultimo anno”. Dalle parole di Caltagirone jr, si evince chiaramente ancora una volta come il futuro del sito di Taranto (dove sino all’anno scorso si producevano 1,4 milioni di tonnellate di cemento a fronte delle 4,3 totali realizzate in Italia) sia stato scritto da tempo. E che la crisi produttiva/giudiziaria odierna e futura dell’Ilva, sia stata una vera e propria manna dal cielo. Idem per la crisi economica che ha colpito l’Italia, in particolar modo il settore edile. Eppure, nonostante tutto questo, politici, sindacati e Confindustria nostrani continuano a parlare di “consolidamento e rilancio delle attività industriali del sito di Taranto in modo da tutelare tutti i posti di lavoro, favorendo anche gli investimenti per l’ambientalizzazione dell’area e dello stabilimento con il sostegno della Regione Puglia”. Siamo proprio curiosi di conoscere cosa verrà fuori dal tavolo in programma dopodomani a Bari.

G. Leone (TarantoOggi, 21.01.2014)

http://www.inchiostroverde.it/news/cementir-addio-italia-caltagirone-jr-conferma-chiusura-taranto.html

L’ILVA è UNA ZONA FRANCA. DOVE TUTTO Può SUCCEDERE

 (Gianmario Leone 18 01 2014)
IL 3 E 4 DICEMBRE NUOVA ISPEZIONE DI ISPRA E ARPA. SOLITE VIOLAZIONI RISCONTRATE, MA LA LEGGE DEL 4 AGOSTO HA “CONDONATO” TUTTO

Il vulnus giuridico è sempre lo stesso. Per effetto dell’art. 1 comma 3 del decreto di Riesame dell’AIA del 26 ottobre 2012 (incorporato nella legge 231/2012 meglio conosciuta come ‘salva Ilva), ogni trimestre i tecnici di ISPRA ed ARPA Puglia si recano nello stabilimento siderurgico Ilva per verificare lo stato di attuazione degli interventi strutturali e gestionali previsti dal riesame dell’AIA: l’ultima ispezione è avvenuta il 3 e 4 dicembre scorsi (le precedenti si sono svolte il 5-6-7 marzo, il 28-29-30 maggio e il 10-11 settembre dello scorso anno). Puntualmente i tecnici hanno riscontrato diverse violazioni, segnalate all’azienda ed al ministero dell’Ambiente all’interno di diffide con le quali s’intimava all’Ilva di “mettersi in regola” (diffide del 14 giugno, 22 luglio e 21 ottobre). Cosa peraltro mai avvenuta. A quel punto, secondo quanto previsto sia dal Codice Ambientale (Dlgs. 152/2006) che dal riesame AIA e dalla legge 231/2012, sarebbero dovute partire le sanzioni nei confronti dell’azienda, il cui importo avrebbe potuto raggiungere come tetto massimo, il 10% del fatturato.
Tutto questo non è mai accaduto. Per diversi motivi. Il primo, ed è per questo che parliamo di “vulnus giuridico” (che su queste colonne abbiamo segnalato più volte negli ultimi mesi), è dovuto a quanto previsto dalla legge 89 del 4 agosto scorso. Perché se è vero che la stessa prevede che la progressiva adozione (lasciata appositamente in una terminologia ambigua) delle misure indicate nelle prescrizioni AIA sia affidata al commissario Enrico Bondi, è altrettanto vero che quella stessa legge ha previsto la nomina da parte del ministero dell’Ambiente di tre esperti, a cui è stato affidato il compito di stilare un piano di lavoro che rimodulasse la tempistica della realizzazione delle prescrizioni stesse (piano presentato lo scorso 10 ottobre e che il decreto 136 del 3 dicembre scorso prevede debba essere approvato tramite decreto del ministro dell’Ambiente entro il prossimo 28 febbraio). Oggi, come nei mesi scorsi, la domanda che ci sorge spontanea è sempre la stessa: perché mandare i tecnici di ISPRA ed ARPA all’interno dell’Ilva per accertare la scontata violazione di prescrizioni che è stato stabilito per legge siano attuate in tempi diversi rispetto a quanto prescritto dal riesame AIA dell’ottobre 2012? Visto che tra l’altro il commissariamento del siderurgico si è reso necessario proprio per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA da parte del gruppo Riva?
Del resto, se la maggior parte delle tempistiche previste inizialmente dall’AIA sono state tutte rimodulate nel tempo, è sulle “nuove prescrizioni” che Bondi deve garantire la progressiva attuazione, non su quelle “vecchie”. Quindi, come scrivemmo nei mesi scorsi, è come se all’Ilva questi ultimi 8 mesi fossero stati del tutto “condonati”.
Per mettere un punto sulla querelle, il decreto 136 dello scorso 3 dicembre che la Camera si appresta a votare, si occupa proprio di questo “vulnus giuridico”. Esattamente al punto “F” dell’art. 12, dove si legge che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” (prevista dalla legge 89 del 4 agosto) è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% (un emendamento accolto nei giorni scorsi ha alzato l’asticella all’80%) del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”.
Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato l’80% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione (tanto c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto). Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico. Sia di quelle che saranno eventualmente erogate dal ministero dell’Ambiente, sia quelle che arriveranno dal Prefetto.

Tutto ciò detto, entriamo nel merito dell’ispezione dello scorso dicembre. Che ha evidenziato per la quarta volta di fila l’inadempienza delle solite prescrizioni. Per questo, ci concentreremo sulle “novità” o i dati in più presenti nel verbale dell’ispezione.
Per quanto concerne la prescrizione n. 4 (“Per le aree di deposito di materiali polverulenti, prioritariamente per il parco Nord coke e per il parco OMO, si prescrive l’avvio dei lavori per la costruzione di edifici chiusi e dotati di sistemi di captazione e trattamento di aria filtrata dalle aree per lo stoccaggio di materiali polverulenti”), si apprende che Ilva lo scorso 22 novembre ha presentato istanza di modifica non sostanziale per “rinuncia all’utilizzo dell’area parco Nord Coke”, pur avendo inoltrato la documentazione di un progetto per l’area in questione appena lo scorso 29 luglio. I tecnici hanno verificato infatti che il parco è risultato sgombro di materiale per larga parte della sua superficie.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 5 (“Sistemi di scarico per trasporto via mare con l’utilizzo di sistemi di scarico automatico o scaricatori continui coperti” per evitare le emissioni di polveri derivanti dalla movimentazione di materiali presso gli sporgenti 2 e 4 del porto), l’Ilva ha ordinato un nuovo scaricatore a tazze per il secondo sporgente, in aggiunta ad uno analogo utilizzato sul quarto sporgente, ma si continua a sottolineare che l’azienda “non ha trasmesso, entro 30 giorni dalla data di ricezione della diffida del 14/06/13, il progetto esecutivo corredato dal relativo crono programma degli interventi”. E l’adozione di sistemi di scarico automatici da completare con benne chiuse (ecologiche) da installare negli esistenti scaricatori automatizzati dov’è finita?
Discorso analogo per la prescrizione n. 6 (“Interventi chiusura nastri e cadute”, mediante la chiusura completa (su tutti e quattro i lati) di tutti i nastri trasportatori”): i lavori sono in corso con una percentuale di completamento dichiarata dall’Ilva pari a circa il 28% di lunghezza lineare coperta rispetto al totale (in tutto parliamo di 90 km). Giova a tal proposito ricordare che l’azienda ha ottenuto una corposa proroga sulla tempistica prevista (l’accoglimento dell’istanza di modifica non sostanziale con nota del 17/12/2012 da parte della Commissione IPPC ha previsto che i 90 km di nastri che andavano coperti entro gennaio scorso fosse posticipata ad ottobre 2015).
Nel piano di lavoro dei tre esperti, si legge però che “il termine fissato dal Gestore per il completamento dell’intervento era indicato ad ottobre 2015”. Era, appunto. Ora, per la realizzazione della copertura totale dei nastri, si dovrà attendere giugno 2016. E pensare che nel “Rapporto Ambiente e Sicurezza” Ilva del 2011, i nastri trasportatori figuravano tra le opere di “ambientalizzazione” già effettuare dall’azienda, il cui costo rientrava nel famoso miliardo investito dal gruppo Riva dal ’95 al 2012.
Per quanto riguarda la prescrizione n. 16 riguardante l’AFO/2 (“Depolverazione Stock House”, che consiste nell’abbattimento delle polveri generate nel processo di lavorazione dell’acciaio) la cui ultimazione era prevista per gennaio 2014, l’Ilva è in attesa di ricevere il nulla osta dal ministero dell’Ambiente “per l’effettuazione degli scavi per le fondazioni del camino e del filtro”. Dopo essere stato fermato nel mese di luglio, AFO/2 è ripartito lo scorso novembre. Nel penultimo verbale redatto dai tecnici ISPRA ed ARPA in merito all’ispezione del 10 e 11 settembre, era stata verificata l’ultimazione degli interventi di chiusura per la “stock house”. Come riportammo nello scorso ottobre però, nel piano redatto dai tre esperti a proposito dei lavori previsti per AFO 2 si leggeva quanto segue: “il forno AFO/2 è stato fermato per motivi di mercato (indipendentemente dalle prescrizioni AIA), e ne è previsto il riavvio nel gennaio 2014; gli interventi di depolverazione sono stati riprogrammati temporalmente e con la previsione di installazione di filtri a tessuto. L’ultimazione degli interventi deve avvenire entro il 31 marzo 2014. Il riavvio sarà eseguito dopo la conclusione delle opere”. Questo significa che Ilva ha fatto ripartire un altoforno senza che prima siano stati effettuati tutti i lavori previsti dall’AIA. Durante l’ispezione di settembre l’Ilva, a fronte delle contestazioni dei tecnici ISPRA e ARPA, rispose di essere “in attesa della definizione delle proposte del piano degli esperti”: ma prima ancora che il piano sia stato approvato con apposito decreto ministeriale, l’azienda ha fatto ripartire un impianto che lei stessa aveva previsto di rimettere in marcia nel gennaio 2014 (e che per il piano degli esperti doveva ripartire a lavori ultimati non prima del prossimo mese di marzo).
E veniamo ora alle ulteriori note dolenti. Per quanto riguarda la prescrizione n. 49 (“L’emissione di particolato con il flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento sia inferiore a 25 g/t coke. Presentare, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, un progetto esecutivo per il conseguimento di un valore inferiore a 20 mg/Nm3. Eseguire, con frequenza mensile, il monitoraggio delle emissioni diffuse di polveri da tutte le torri di spegnimento con metodo VDI 2303 (Guidelines for sampling and measurement of dust emission from wet quenching”), di cui ci siamo occupato nei giorni scorsi per via del caso scoppiato con le emissioni del 1 gennaio scorso, nel verbale d’ispezione è segnalato il perdurare del supermento del valore imposto dall’AIA di 25 grammi per tonnellata. Lo si apprende dalle registrazioni fornite dalla stessa Ilva relative al periodo luglio-settembre 2013, dove in alcuni casi è stato registrato il superamento dei limiti per le torri di spegnimento n. 5 asservite alle batterie 7-8, sia per le torri n. 6 asservite alle batterie 11-12, attualmente in funzione. Inoltre, non risultano aggiornamenti per il progetto per ridurre ulteriormente le emissioni. I problemi di questa operazione (fisiologica per un siderurgico) sono due come evidenziammo tempo addietro: il primo è che le torri di spegnimento dell’Ilva non sono dotate di filtri che trattengano il particolato del coke che il vapore trascina con sé. L’unica “limitazione” alle polveri emesse infatti, è “garantita” dalle delle così dette “persianine”, che altro non sono che delle sporgenze interne alle torri, su cui la polvere “dovrebbe” depositarsi. Secondo: l’Ilva non è dotata dello spegnimento a secco del coke (“dry quenching”) che viene utilizzato in diversi impianti siderurgici europei, che consente da un lato un notevole risparmio energetico e dall’altro l’eliminazione delle nubi di vapore che portano con se il particolato del coke. ARPA Puglia, nel corso del processo istruttorio della commissione IPPC di riesame dell’AIA, aveva proposto di esaminare la possibilità di adozione di tale procedimento: ma il suggerimento, nemmeno a dirlo, non fu accolto.
Ancora peggio per quanto riguarda la prescrizione n. 70 secondo punto, nella parte relativa alla eliminazione del fenomeno di “slopping” tramite interventi di natura gestionale. Lo scorso 15 novembre l’Ilva dichiarava di aver ultimato l’intervento di implementazione su tutti i convertitori del nuovo sistema ISDS, come evoluzione del sistema RAMS finalizzato alla prevenzione dei fenomeni di “slopping”. ISPRA ed ARPA però, segnalano come permanga ancora inevasa la richiesta del protocollo operativo del nuovo sistema RAMS (come peraltro già evidenziato dalla diffida del 14 giugno scorso). Dal febbraio al dicembre 2012 si verificarono ben 240 fenomeni di “slopping” nelle due acciaierie. Dal verbale dell’ultima ispezione, si apprende che sono stati analizzati alcuni episodi anomali nel periodo che va dal 1 settembre all’11 novembre 2013: gran parte degli episodi di emissioni anomale dal tetto delle acciaierie (oltre l’80%), hanno avuto luogo tra le ore 20 e le ore 6 del mattino. Di 21 eventi di emissione straordinaria dal tetto dell’acciaieria annotati sul registro elettronico, ben 17 hanno avuto luogo in quell’intervallo di tempo: in pratica quando, venuta meno la luce del giorno, è pressoché impossibile osservarli ad occhio nudo. A tal proposito è stata richiesta all’Ilva una relazione di approfondimento soprattutto sulle cause tecniche ed ambientali che hanno provocato tali eventi, corredata da una quantificazione degli effetti ambientali.
Infine, la prescrizione n. 85. Che prevedeva, entro 6 mesi dal rilascio del provvedimento di riesame dell’AIA, “una rete di monitoraggio in continuo della qualità dell’aria attraverso l’adozione di 6 centraline di monitoraggio da ubicare in prossimità del perimetro dello stabilimento; la stessa rete, da integrare con la rete regionale secondo le modalità che saranno indicate da ARPA Puglia, sarà implementata da un sistema di monitoraggio d’area ottico spettrale “fence line open-path”, costituito da 5 postazioni DOAS complete e 3 sistemi LIDAR completi”. Lo scorso settembre, ARPA aveva verificato che erano terminate le installazioni delle strumentazioni nelle centraline di stabilimento per il monitoraggio della qualità dell’aria e che i relativi dati vengono trasmessi all’Agenzia per la successiva validazione. Il problema, come segnalato nei mesi scorsi anche da un’associazione ambientalista locale, riguarda la centralina installata nell’area cokeria. Prima stranezza, il fatto che la recinzione metallica di delimitazione dell’area asservita alla cabina, dove sono ubicati i deposi metri per la caratterizzazione delle polveri, è risultata con cancello aperto e senza lucchetto. Inoltre, viene segnalato il fatto che l’Ilva, del tutto autonomamente, abbia provveduto ad installare un sistema permanente di bagnatura del tratto stradale prospiciente la cabina, cosa che nelle altre aree dove sono installate le altre centraline non avviene. In questo modo, è impossibile stabilire il contributo dell’inquinamento proveniente dall’esercizio degli impianti rispetto a quello dovuto al traffico di veicoli che esercitano in quell’area. La stessa ARPA ha evidenziato all’ISPRA che “il sistema di irrigazione rende l’area della cokeria immediatamente adiacente alla centralina differente rispetto alla situazione ambientale del resto dell’impianto, producendo così una eliminazione del contributo di “fondo” locale ai dati misurati, e quindi rendendo poco significativa la correlabilità dei dati della centralina rispetto alla situazione dell’impianto”.
Quello che sconcerta, al di là del fatto che tali eventi continuano a contribuire all’inquinamento, è il fatto che anche gli enti preposti come ISPRA ed ARPA sono in attesa di capire quale amministrazione debba accertare lo stato di qualità dell’aria e se i termini del rispetto della stessa debbano essere intesi come scadenze temporali o più in generale come prescrizioni. Così come si attende di comprendere quale sarà la nuova procedura di accertamento, contestazione e notifica delle sanzioni. Insomma, si brancola nel buio. Come se si fosse in una zona franca dove nessuno sa esattamente cosa fare. Auguri.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

 

ILVA: E ADESSO CHE SI FA?

LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE HA SPARIGLIATO I PIANI DI GOVERNO, SINDACATI E BONDI

E adesso che si fa? Il contraccolpo della decisione dei giudici della VI sezione penale della Cassazione, che venerdì hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) emesso dal gip Todisco lo scorso 24 maggio, è stato pesante. C’è chi ha subito gridato al “venduti” (dimenticando che sin qui la Cassazione aveva bocciato ogni ricorso presentato dai legali dei Riva e di tutti gli indagati dal luglio 2012), chi continua a vedere nella via giudiziaria l’unica strada possibile per ottenere non si sa cosa e chi ha scelto una posizione di limbo in attesa di conoscere le motivazioni che hanno portato a questa decisione. La quale, questo sia chiaro a tutti, è stata di natura prettamente giurisprudenziale. Il che vuol dire che pur sembrando illogica ai più, troverà la sua ragion d’essere nell’impervia giungla del codice penale.
Sia come sia, la natura del problema non cambia: vuoi perché quegli 8 miliardi non sarebbero mai stati trovati (i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici arrivando a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni immobili che da oggi rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva), vuoi perché anche a fronte di una futura condanna nel processo ancora di la da venire, non è detto che i Riva risarciranno mai Taranto e i suoi cittadini. Non solo: perché la Cassazione ha fornito un assist perfetto al gruppo lombardo. Che adesso, per effetto della legge 89 del 4 agosto, sono fuori dai giochi almeno sino al 2016. Il commissariamento infatti, prevede che la gestione dell’Ilva Spa affidata ad Enrico Bondi duri per 3 anni: soltanto al termine del mandato, l’azienda tornerà (o almeno dovrebbe) di fatto ai Riva. I quali, soltanto a quel punto decideranno il da farsi. Ora: stante il fatto che Bondi e Ronchi non sanno dove andare a prendere i soldi per effettuare tutti gli interventi previsti dall’AIA rimodulata dal piano ambientale che dovrà essere approvato con decreto dal ministro dell’Ambiente Andrea Orlando entro il 28 febbraio, è chiaro che i motori dell’Ilva rischiano di fermarsi molto presto. Visto che nessuno, ad oggi, sa dire con un minimo di cognizione di causa da dove dovrebbero arrivare le risorse finanziarie per mantenere in vita il più grande siderurgico d’Europa.
Le banche italiane non sono certo così ingenue dall’andarsi ad invischiare in un labirinto senza avere la certezza che quest’ultimo contenga una via d’uscita certa. La BEI (Banca Europea degli Investimenti) può finanziare alcuni progetti, ma non può fare più di tanto. Né è pensabile ipotizzare l’intervento di qualche colosso estero, che certamente non gradirebbe avere puntati addosso i fari della magistratura tarantina. In molti ipotizzano l’intervento diretto dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti (dove sono depositati i risparmi postali di milioni di italiani): ma anche in questo caso, siamo sempre nel campo delle ipotesi molto più remote che reali. Né si può concretamente pensare che possano essere utilizzati i 2 miliardi di euro sequestrati dalla Procura di Milano al gruppo Riva, nell’ambito dell’inchiesta per reati fiscali: visto che il processo non è ancora iniziato e si dovrà comunque attendere l’eventuale condanna definitiva. La giostra, dunque, pare essere arrivata all’ultimo giro.
Intanto, oggi e nei prossimi giorni proseguirà il lavoro della Guardia di Finanza incaricata dalla Procura di Taranto di dissequestrare i beni del gruppo Riva e delle società controllate dell’Ilva (quest’oggi si svolgerà un incontro tra i militari e il pool di magistrati guidati da Franco Sebastio). La Cassazione, pronunciato il dispositivo ha inviato tramite la propria Procura generale alla Procura di Taranto tre ordini di cessazione della misura cautelare reale. Riguardano, nello specifico, altrettanti ricorsi proposti da Riva FIRE e Riva Forni elettrici, poi da Riva Energia, Muzzana Trasporti e Riva Acciaio, infine da Maurizio Saa, Giuseppe Parrello e Angelo Bianchi per conto delle controllate dell’Ilva. Queste ultime sono Ilva commerciale, Taranto Energia, Ilvaform, Ilva immobiliare, Immobiliare Siderurgica, Sanac, Ilva Servizi Marittimi, Innse Cilindri e Celestri. Gli avvocati del commissario Enrico Bondi hanno impugnato il sequestro delle controllate Ilva individuandovi “molteplici profili di illegittimità”.
Vuoi vedere che alla fine l’Ilva chiuderà per effetto “indiretto” dei giudici della Cassazione?

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

VERGOGNA ITALIANA

RIVA, “TORNANO” I SOLDI
LA CASSAZIONE ANNULLA IL SEQUESTRO PER EQUIVALENTE DI 8,1 MILIARDI

Ennesimo colpo di scena (sarà l’ultimo?) nell’infinita vicenda giudiziaria dell’Ilva di Taranto. Nella giornata di ieri infatti, i giudici della VI sezione penale della Cassazione, dopo una breve seduta in Camera di consiglio, hanno annullato senza rinvio il sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva FIRE (Finanziaria Industriale Riva Emilio) la holding che controlla l’Ilva Spa, e che si estese lo scorso settembre anche all’altra controllata Riva Acciaio Spa. I giudici hanno dunque accolto il ricorso presentato dai legali dei Riva, Franco Coppi e Enrico Paliero, disponendo la restituzione alle holding di tutti i beni, annullando anche i successivi decreti giudiziari conseguenti al sequestro (dunque anche quello riguardante la Riva Acciaio e le controllate Ilva). E cancellando l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Taranto, che a giugno scorso aveva respinto l’istanza degli avvocati, confermando il sequestro preventivo disposto dal gip Patrizia Todisco il 24 maggio scorso. Il quale aveva disposto il provvedimento dopo aver accolto la richiesta del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio (e composto dall’aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani), che avevano chiesto il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva FIRE in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/2001 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.
Alla somma di 8 miliardi e 100 milioni di euro, si giunse sulla base della quantificazione elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico, per una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni la dirigenza avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del siderurgico tarantino. Di quegli 8 miliardi però, i militari della Guardia di Finanza trovarono appena 246mila euro nella casse oramai svuotate della holding: 212mila euro in quelle della Riva FIRE ed altri 44mila euro nella società Riva Forni elettrici (ad oggi si era arrivati a 2 miliardi soltanto grazie al sequestro di beni mobili e immobili che ora rientreranno anch’esse nelle mani dei Riva). Risorse che per il decreto del 4 giugno scorso, con il quale il governo Letta commissariò l’azienda affidandola alla gestione di Enrico Bondi, “sono messe a disposizione del commissario e vincolate” alle operazioni di “esecuzione degli obblighi di attuazione delle prescrizioni dell’aia e di messa in sicurezza, risanamento e bonifica ambientale”. Ma il gip Todisco, sulla scorta della relazione consegnata dai custodi giudiziari lo scorso 7 ottobre a seguito di un periodo di tre mesi (giugno-settembre) di accertamenti e sopralluoghi, il 6 novembre rigettò l’istanza presentata dallo stesso Bondi per entrare in possesso di quelle somme, in quanto l’Ilva “è ancora in ritardo sul piano industriale e non ha ancora posto rimedio ai gravi problemi ambientali che hanno determinato il commissariamento dell’azienda da parte del Governo”.
Ma la decisione di ieri della Cassazione, rischia di incidere e non poco anche sul programma di risanamento previsto dal piano ambientale messo a punto dagli esperti del ministero dell’Ambiente, che attende l’ok per decreto dal ministro Orlando. E soprattutto mette a rischio la concreta attuazione dell’ultimo decreto approvato dal governo (“Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”) sull’Ilva. Il testo prevede infatti che dopo l’approvazione del piano ambientale che avverrà entro il 28 febbraio prossimo, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza”, quindi i Riva, dovranno entro 15 giorni mettere a disposizione del commissario Bondi le somme necessarie al risanamento. Ma prevedendo forse ciò che è accaduto ieri, nel decreto fu aggiunto che qualora ciò non fosse accaduto, si dovranno trasferire al commissario le somme sequestrate al gruppo per reati diversi da quello ambientale. Come ad esempio quello di frode fiscale, sul quale indaga la Procura di Milano, che ha sin qui sequestrato 2 miliardi di euro ai Riva. Ma anche in questo caso è molto facile immaginare una nuova vittoria del gruppo che ha già annunciato l’ennesimo ricorso avverso il provvedimento del governo. Visto che non esiste, almeno sino a questo momento, la possibilità nella giurisprudenza italiana che i soldi sequestrati possano essere sottratti alla persona fisica o al gruppo aziendale prima dell’ultimo grado di giudizio. E visto che il processo a Milano è tutt’altro che iniziato, appare pressoché impossibile che i 2 miliardi sequestrati ai Riva per frode fiscale, gran parte dei quali sono già confluiti nel Fondo Giustizia, entreranno in possesso di Bondi e Ronchi. Tra l’altro, qualora ciò dovesse accadere per l’ennesima forzatura del governo, c’è il concreto rischio che se i Riva dovessero essere prosciolti da ogni accusa, bisognerà anche risarcirli.
Inoltre, non si capisce bene perché si sia iniziato ad invocare il fatto che i Riva adesso sarebbero obbligati, per una sorta di richiamo etico, a finanziare i lavori di risanamento dell’Ilva. Visto che l’azienda è stata commissariata e quindi sottratta alla loro gestione: come prevede la legge 89 de 4 agosto infatti, soltanto al termine dei tre anni di commissariamento il siderurgico tornerà ai legittimi proprietari. Dunque, attualmente i Riva non hanno alcun obbligo ad investire i loro profitti nel risanamento dell’azienda.
Non solo. Perché l’ennesima sentenza politica della Cassazione dimostra chiaramente come l’aver impostato gran parte della lotta “ambientalista” a Taranto facendo totale affidamento al lavoro della magistratura, sia del tutto fallimentare oltre che poco lungimirante. Come tra l’altro abbiamo sempre sostenuto. E’ la chiara dimostrazione, l’ennesima, che per i propri diritti bisogna lottare ogni giorno stando in mezzo alla gente: non nelle aule dei tribunali. E che stante così le cose, occorre ripartire da zero: agendo dal basso, riprendendosi ogni spazio pubblico sottratto alla città, facendo proposte concrete e alternative per un futuro realmente realizzabile, senza poggiarsi sulla convinzione che un giorno questa città otterrà il risarcimento miliardario, che comunque le spetta di diritto, attraverso il quale costruire un qualcosa di molto aleatorio e poco adattabile alla storia e al contesto di questa città.
E’ indubbio che quella di ieri sia una vittoria dei Riva. Che potrebbe scrivere però la parola fine sulla storia dell’Ilva di Taranto. Visto che adesso Bondi e Ronchi si ritrovano in mano un cerino la cui fiammella è oramai arrivata quasi ad estinguersi. Il 2014 si appresta ad essere un anno molto difficile. La cui storia non cambierà nemmeno con l’arrivo del Papa, sul quale già in tanti hanno iniziato a lucrare con la solita ipocrita morale perbenista e cattolica di cui il nostro paese è ancora tristemente intriso.

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora.
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA.

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile.
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso.

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha.

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960).

Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it —

ILVA, UN DECRETO TIRA L’ALTRO (Gianmario Leone TarantoOggi 04 12 2013)

NEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DI IERI IL NUOVO SCONTATO PROVVEDIMENTO

Se decidessimo di dare ragione al filosofo Gianbattista Vico, che oltre due secoli fa teorizzava i “corsi e i ricorsi storici” della storia, ci sarebbe poco da stare allegri. Il pensatore napoletano infatti, sosteneva che nel corso del tempo alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di secoli; e che ciò avveniva non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza. Al che, a guardare come nella vicenda dell’Ilva le date e i vari “anniversari” s’intrecciano tra loro, il pensiero maligno un po’ ci sfiora. 
Il 3 dicembre dello scorso anno, l’allora governo tecnico guidato da Mario Monti, varava il decreto n. 207 sulle “Disposizioni urgenti a tutela della salute, dell’ambiente e dei livelli di occupazione, in caso di crisi di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale”. Un intervento diretto dello Stato, che di fatto salvava l’Ilva dall’azione della magistratura e da una chiusura pressoché certa. Ieri, 3 dicembre 2013, il Consiglio dei ministri del governo delle larghe intese guidato da Enrico Letta, ha approvato un decreto legge sulle emergenze ambientali ed industriali contenente alcune norme per la “Terra dei fuochi”, all’interno del quale una parte rilevante riguarda le “Disposizioni urgenti per la tutela dell’ambiente, del lavoro e per l’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”. Molto più semplicemente, un modo articolato ed elegante per camuffare l’ennesimo intervento dello Stato nell’intricata vicenda dell’Ilva di Taranto. Un provvedimento annunciato, al cui testo hanno lavorato alacremente nelle ultime settimane i tecnici dei ministeri Ambiente e Sviluppo economico, sotto la supervisione dei commissari Ilva, Enrico Bondi ed Edo Ronchi. Che negli ultimi tempi hanno minacciato a più riprese le loro dimissioni, qualora il governo non fosse intervenuto in loro “aiuto”. Sul tavolo, i “problemi” derivanti dalle lungaggini burocratiche e della mancanza di liquidità a fronte dei tanti interventi da effettuare sugli impianti dell’area a caldo del siderurgico, previsti dall’AIA. 

I “soldi” dei Riva
Non è un caso dunque, se la questione del reperimento delle risorse finanziarie, è al primo punto del nuovo decreto. Addirittura in premessa si afferma che “la insufficienza delle risorse finanziarie a disposizione della struttura commissariale rischiano di vanificare il rispetto del termine di 36 mesi per l’attuazione delle Aia”. Eppure lo scorso 23 luglio, durante l’audizione presso le commissioni Ambiente e Industria del Senato, lo stesso Bondi assicurò che “dopo una attenta valutazione di criticità e priorità della situazione ambientale e una verifica dello stato di attuazione dell’AIA, delle prescrizioni della magistratura e degli organi di controllo, saranno mobilitate e rafforzate le risorse aziendali dedicate al risanamento, al fine di supportare la predisposizione del nuovo piano di interventi ambientali (previsto dal decreto n. 61 del 4 giugno 2013), connesso e integrabile con il piano industriale”. Si sarà “sbagliato”? Probabile. 
Il testo approvato ieri infatti, prevede che dopo l’approvazione del piano industriale e del piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria, “il titolare dell’impresa o il socio di maggioranza è diffidato dal commissario straordinario a mettere a disposizione le somme necessarie” entro 15 giorni dal ricevimento della diffida “mediante trasferimento su un conto intestato all’azienda commissariata”. Le somme, si legge ancora nel decreto, “sono scomputate in sede di confisca delle somme sequestrate, anche ai sensi del Dlgs 231/2001, per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Autorizzazione integrata ambientale”. Il titolare dell’impresa o socio di maggioranza, ovviamente, è ancora oggi il gruppo Riva. A cui però proprio il governo ha sottratto lo scorso giugno la gestione della fabbrica, commissariandola, a fronte della totale inadempienza nell’attuazione delle prescrizioni AIA (per poi restituirgliela entro tre anni, almeno questo prevede il decreto legge approvato lo scorso 4 giugno e convertito nella legge 89 dello scorso 4 agosto). E’ dunque pressoché scontato che quei soldi non arriveranno mai dal gruppo lombardo. Cosa che sia il governo, che Bondi e Ronchi, sanno molto bene. Tanto da essere costretti ad aggiungere nel testo approvato ieri che “ove il titolare dell’impresa o socio di maggioranza non metta a disposizione del commissario straordinario, in tutto o in parte, le somme necessarie, al commissario straordinario sono trasferite, su sua richiesta, le somme sottoposte a sequestro penale in relazione a procedimenti penali a carico del titolare dell’impresa o del socio di maggioranza, diversi da quelli per reati ambientali o connessi all’attuazione dell’Aia”. E’ sicuramente significativo questo passaggio ed è chiaro questa scelta è stata indotta dalle esperienze passate: onde evitare un nuovo scontro diretto con la magistratura tarantina, il governo questa volta guarda a Milano, dove la Guardia di Finanza nei mesi scorsi ha sequestrato 1,9 miliardi di euro al gruppo Riva nell’ambito dell’inchiesta portata avanti dalla procura milanese per frode fiscale (truffa ai danni dello Stato e trasferimento fraudolento di valori) e appropriazione indebita ai danni dei soci di minoranza. Risorse che al momento si trovano nel Fondo unico della giustizia. In caso di eventuale proscioglimento nel processo che verrà, il gruppo Riva non potrà richiedere indietro le somme sequestrate, in quanto il decreto prevede che le somme impiegate per l’attuazione dell’AIA “non saranno comunque restituibili”. Ma non è detto che sarà così scontato ottenere i soldi in questione. Non è un caso se oltre alla trattativa con le banche portata avanti da Bondi, negli ultimi giorni si stia provando a coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti, oltre che la BEI (Banca Europea degli Investimenti) attraverso il Piano dell’Acciaio redatto nel giugno scorso. 

Sanzioni? Le pagheranno sempre i Riva
Nel testo ha trovato spazio anche la spinosa questione delle sanzioni previste dalla legge 231/2012 e riprese dalla 89/2013, per la mancata attuazione delle prescrizioni AIA. Ed è questo il punto più delicato e ambiguo del nuovo decreto. Il testo prevede che non ci sarà “nessuna sanzione speciale per atti o comportamenti imputabili alla gestione commissariale dell’Ilva se vengono rispettate le prescrizioni dei piani ambientale e industriale, nonché la progressiva attuazione dell’Aia”. Per essere ancora più chiari, il governo ha chiarito che “la progressiva adozione delle misure” è intesa nel senso che la stessa è rispettata se la qualità dell’aria nella zona esterna allo stabilimento “non abbia registrato un peggioramento rispetto alla data di inizio della gestione commissariale” e se “alla data di approvazione del piano, siano stati avviati gli interventi necessari ad ottemperare ad almeno il 70% del numero complessivo delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni integrate ambientali, ferma restando la non applicazione dei termini previsti dalle predette autorizzazioni e prescrizioni”. Dunque, ciò che conta sarà “dimostrare” di aver avviato il 70% degli interventi, senza priorità alcuna sull’importanza degli stessi e sull’effettiva conclusione. Tanto, c’è sempre l’ipotesi del fallimento dietro l’angolo, prevista dalla legge 89 del 4 agosto. Inoltre, le sanzioni riferite ad atti imputabili alla gestione precedente al commissariamento, ricadranno sulle “persone fisiche che abbiano posto in essere gli atti o comportamenti”, sempre i Riva, e non saranno poste a carico dell’impresa commissariata “per tutta la durata del commissariamento”: dunque, nel caso l’azienda ritorni al gruppo lombardo, saranno i Riva a farsene carico: il che, come ribadito nelle scorse settimane, una sua logica ce l’ha. 

“VIA” con le autorizzazioni
Infine, nel testo sono presenti anche le semplificazioni delle procedure di VIA (da 180 a 90 giorni), sulle modalità di bonifica e di combinazione tra norme urbanistiche in vigore e opere quali la copertura dei parchi minerari. Come riportato nei giorni scorsi infatti, per quanto riguarda i parchi primari è stato trovato il modo per far sì che non impattino come indici urbanistici sul vigente piano regolatore di Taranto (l’elevata altezza della struttura prevista per la copertura, 80 metri, aveva già messo in allarme più di qualcuno). E’ stato deciso che le coperture dei parchi saranno considerate come “volumi tecnici” e non urbanistici: volumi tecnici, si specifica, funzionali alle attività industriali che necessitano di risanamento ambientale. In questo modo, non sarà necessario mettere in cantiere la variante del piano regolatore di Taranto. Inoltre, i tempi di rilascio della VIA passeranno da 180 a 90, giorni mentre i tempi di istruttoria per l’assoggettabilità o meno degli interventi alla VIA da 120 a 45 giorni. In particolare, per la VIA che andrà rilasciata per la copertura dei parchi minerali primari, i tempi sono stati “compattati” da 120 a 90 giorni. Il provvedimento prevede inoltre che nei casi di maggiore criticità, il ministero dell’Ambiente convochi la conferenza dei servizi per lo sblocco delle autorizzazioni: in pratica, la Conferenza dei servizi del SUAP del Comune di Taranto rischia di essere inglobata da quella presso il ministero dell’Ambiente se si dovessero creare intoppi “burocratici”. Il ministero dell’Ambiente ha peraltro escluso per la copertura dei parchi minerali secondari, l’assoggettabilità alla VIA chiesta invece dal Comune di Taranto. In pratica ha vinto Ronchi.

La rivoluzione su facebook
Intanto sui social network si è scatenata l’ennesima “rivoluzione” tarantina. Dove si minacciano azioni epocali tanto per sentirsi diversi dal resto della “molle tarentum”. Ma la verità è che questa città ha da tempo deciso di non lottare, perdendo nell’estate del 2012 un’occasione storica e per certi versi irripetibile per cambiare la sua storia. Tra chi si è defilato, chi vede nella Procura e nell’Ue i nuovi messia, chi continua a coltivare il proprio orticello e chi continua a sentirsi sempre meglio degli altri, non si muove più una foglia. Per fortuna che ci sono i ragazzi che ancora credono in un futuro diverso, che parta dal recupero dal basso delle zone verdi e dalla riappropriazione delle aree “demaniali” abbandonate e prossime all’ennesima bulimia della sete di denaro dei soliti noti. “C’è sempre una filosofia per la mancanza di coraggio” (Albert Camus, Mondovi, 7 novembre 1913 - Villeblevin, 4 gennaio 1960).Gianmario Leone
g.leone@tarantooggi.it